Attualità
29 gennaio, 2026A 70 anni dall’accordo italo-tedesco che portò in Germania 2 milioni di connazionali, il racconto di una moderna expat. Sulle orme di una storia familiare
Guardo negli occhi di questa bambina. Maglietta bianca, caschetto di capelli neri, beve da un bicchiere di Coca-Cola e guarda dritto nell’obiettivo. Accanto a lei siede una donna, dietro di loro si intravede del verde, tutt’intorno l’aria immobile di un’infinita giornata d’estate.
Sto osservando una fotografia di cui non sapevo l’esistenza. È appoggiata sul tavolo del soggiorno di una donna che ho incontrato solo da poco, in una cittadina della Germania del Sud in cui mi trovo per la prima volta nella mia vita. Eppure tutto ciò che vedo mi è familiare. La bambina nella foto sono io.
Sono in visita a Weingarten, una città tedesca sui 25mila abitanti, vicino al lago di Costanza. È inverno, o quasi. Tutto quello che si vede nella fotografia – la me stessa di sei anni, mia madre trentenne, l’estate e la casa di famiglia in campagna – mi sembra lontanissimo. Lontano quanto l’inizio di questa storia, che mi ha portata fin qui: seduta al tavolo con Gerlinde, una donna tedesca di 88 anni, a guardare vecchie fotografie scattate in un paese in Campania, dalle parti di Benevento.
Il paese si chiama San Giorgio del Sannio. Da lì proviene la famiglia di mia madre e anche l’uomo sorridente che compare in molte delle immagini: pizzetto, occhiali, un’aria gioviale. È il marito di Gerlinde, un cugino di mio nonno. Per me è sempre stata una figura quasi mitica nella genealogia familiare, conosciuta fino a ora solo attraverso racconti: classe 1939, all’anagrafe Giuseppe Mauta, a casa Peppo, per me e per i più giovani della famiglia è zio Peppo.
Questa storia inizia settant’anni fa, quando la Germania aveva bisogno di manodopera e l’Italia di prospettive. Così il ministro degli esteri italiano Gaetano Martino (Democrazia Cristiana) e il ministro federale del lavoro tedesco Anton Storch (Cdu, la Democrazia Cristiana tedeca) firmarono a Roma l’accordo italo-tedesco sul reclutamento dei Gastarbeiter, i lavoratori ospiti italiani che contribuirono in modo decisivo alla ricostruzione e allo sviluppo della Germania del dopoguerra. Era il 20 dicembre 1955.
Circa due milioni di italiani arrivarono in Germania negli anni successivi. Tra loro anche zio Peppo. Molti tornarono in patria dopo qualche anno, ma lui rimase. Zio Peppo sposò Gerlinde, mise su famiglia, ebbe figli e nipoti. Tutti vivono oggi nel Sud della Germania, con nomi e passaporti italiani fanno ormai parte a pieno titolo della società tedesca.
Io mi sono trasferita dall’Italia in Germania sette anni fa – come cittadina europea, con una laurea magistrale. Ora visito per la prima volta i miei parenti tedeschi perché voglio sapere se abbiamo ancora qualcosa in comune, oltre agli stessi antenati. Voglio sapere come loro vivono l’essere italiani in Germania. Come si è evoluto questo aspetto dell’identità dai lavoratori emigrati ai loro figli fino ai nipoti. Voglio sapere come i primi emigrati italiani siano diventati oggi cittadini tedeschi.
Zio Peppo arrivò nel 1957, a diciassette anni. Iniziò a lavorare nell’industria tessile a Ravensburg, vicino a Weingarten. Cambiò diversi impieghi, finché nei primi anni Sessanta divenne responsabile di una lavanderia a Weingarten. Nel 1973 si mise in proprio: un prestito, l’acquisto di una casa a due piani, i macchinari necessari, e al piano terra aprì la “Lavanderia Mauta”. Da operaio a piccolo imprenditore. Una storia di ascesa sociale.
Oggi zio Peppo vive in una casa di cura, lo vado a trovare assieme a Gerlinde. Ha pochi capelli bianchi e non porta più il pizzetto. È seduto in poltrona, davanti alla televisione. Accanto a lui un tavolino con le foto dei nipoti e un libretto di preghiere. Quando gli chiedo se preferisce parlare in italiano, risponde senza esitazione: "Meglio in tedesco".
Con la moglie e i figli ha sempre parlato tedesco e ormai, dice, le persone con cui parlava italiano sono tutte morte. Questa frase mi colpisce più di quanto vorrei. Non tanto per la morte, quanto per l’idea di perdere la mia lingua madre. Ansie da emigrante.
In questo io e zio Peppo ci somigliamo. Anch’io vivo tra due lingue, anche io sono emigrata in Germania. Gli chiedo cosa cercasse quando è partito. "Libertà", risponde. In che senso? "Libertà di lavorare".
Non ha mai davvero pensato di tornare in Italia, dice zio Peppo. La sua vita era qui: la moglie, le figlie, il lavoro, gli amici, l’orto. "Weingarten è casa mia". Le vecchie fotografie nel soggiorno di Gerlinde mostrano però viaggi al Sud. "Vacanze – dice zio Peppo – Ma non succedeva spesso, che andassimo in vacanza". Chiudere la lavanderia per un lungo periodo non se lo potevano permettere, i biglietti aerei erano troppo cari, il viaggio in macchina troppo lungo – più di 12 ore di strada separano Weingarten e San Giorgio del Sannio.
Il giorno successivo incontro Antonietta, la figlia maggiore di zio Peppo. È nata a Weingarten nel 1962. Vive ancora qui, a pochi metri dalla casa dei genitori. Con suo marito Franco mi accompagna in giro per la città: la zona pedonale, il castello, una grande basilica barocca, dove i due si sono sposati poco più che ventenni. Io mi guardo intorno piuttosto indifferente, loro invece orgogliosi della loro città.
Franco è nato nel 1959 a Santeramo in Colle, un paesino in Puglia, ed è arrivato in Germania quando aveva 11 anni. I suoi genitori erano già emigrati per lavorare. Ricorda lo shock culturale: la lingua incomprensibile, la neve, il burro al posto dell’olio. La vita sociale della sua famiglia, come quella della famiglia di Antonietta, ruotava attorno alla comunità cattolica. Nelle stanze della Missione cattolica di Ravensburg si sono conosciuti da giovani, ballavano in un gruppo di folklore italiano.
Oggi non ballano più. A parte i parenti, hanno pochi contatti con altri italiani. A meno che non vadano al ristorante Italiano. La mia ultima sera a Weingarten ceniamo insieme nella Pizzeria Italia da Gaetano. Siciliano, emigrato anche lui a 17 anni, ha raggiunto il padre che già era in Germania.
Quando oramai davanti a me non resta più nulla della pizza col prosciutto che ho ordinato, e davanti a Antonietta e Franco solo i gusci delle cozze, Gaetano ci raggiunge al nostro tavolo con un giro di grappe. Per buoni tre quarti d'ora, con una notevole mimica teatrale, snocciola un nome dopo l’altro di italiani della zona. Un aggiornamento sulla comunità: chi lavora, dove, da quanto tempo.
Gaetano lavora come cuoco da oltre 40 anni. Franco ha imparato il mestiere a 16 anni e lavorato come elettricista fino alla pensione. Antonietta, formazione professionale a 17 anni, ha lavorato prima come impiegata d’ufficio, poi da madre nella lavanderia di famiglia e infine nell’amministrazione comunale. E i figli? Anche loro lavorano, ma hanno studiato. Loro stanno bene, dicono Antonietta e Franco. Un’altra storia di ascesa sociale.
Tornata ad Amburgo chiamo Patrizia, la figlia maggiore di Antonietta e Franco. Laurea magistrale in Scienze della comunicazione, lavora in un’agenzia pubblicitaria, ha due figli e un appartamento di proprietà a Monaco. Conosco Patrizia perché circa 15 anni fa trascorse un semestre da studentessa Erasmus a Roma. All’epoca voleva imparare l’italiano. Da bambina si era rifiutata di parlare la lingua con suo padre. Gli altri bambini all’asilo l’avevano presa in giro, insultata, le dicevano che non era di lì. Così aveva lasciato stare con la lingua.
Parla italiano lei oggi con i suoi figli? No, dice, il suo italiano non è abbastanza buono. Mi mostra però davanti alla videocamera dello smartphone un libriccino: I colori, italiano per bambini. Si esercitano insieme. I suoi figli sono i primi della famiglia ad avere nome e cognome tedeschi, però, dice Patrizia, ha voluto dare loro un secondo nome italiano: Eliano e Taddeo.
Patrizia e suo marito, nato e cresciuto a Monaco, volevano dare ai loro figli solo la cittadinanza tedesca. Preservarli dai problemi burocratici, dalle file al consolato. Quando Patrizia lo ha detto al funzionario tedesco di competenza, è scoppiato a ridere. Le origini non si possono scegliere, le nazionalità nemmeno. Anche i pronipoti tedeschi di zio Peppo sono italiani.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Occorsio magistrato solo - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 30 gennaio, è disponibile in edicola e in app



