Attualità
26 febbraio, 2026Le carte della procura di Milano rivelano uno sfruttamento deliberato e sistemico. L'accusa non riguarda i singoli episodi, ma l'intero assetto organizzativo. Dal 25 febbraio anche Deliveroo Italy, l'altro big player del food delivery, è in "controllo giudiziario”
«Lavoro in centro a Milano, dieci ore al giorno. Sono in partita Iva e il compenso medio è di circa 2,50 euro a consegna, a fine mese mi porto a casa 1.400 euro lordi. Tolte le tasse e le spese, non mi rimane molto – racconta Hassan –. Sono sempre geolocalizzato e, se sono in ritardo, Glovo mi chiama e mi dice di velocizzare». «La mia famiglia si trova in Nigeria e mando ogni mese circa 300 euro. I soldi mi bastano a malapena per sfamarmi e pagare l’affitto e le bollette – dice Isaiah –. Da circa sei mesi mi sono registrato anche sull’app di Deliveroo ma non riesco a fare molte consegne. A quasi 40 anni sono costretto a vivere con un mio amico e sua moglie». Julius, invece, è «costretto a lavorare tutti i giorni per raggiungere 1.200 euro. Aiuto la mia famiglia, cerco di sopravvivere con quel che mi rimane. Glovo paga poco ma non ho scelta».
Di queste storie, le strade delle nostre città sono piene. Zaini gialli in spalla e pedalare. Con il sole o con la pioggia, di giorno o di notte. E ne sono piene anche le 54 pagine del decreto con cui lo scorso 9 febbraio la procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, la società che gestisce Glovo (il 25 febbraio anche Deliveroo Italy, l'altro big player del settore, è stato colpito dallo stesso provvedimento). Dall’alta moda alla logistica, è un immenso lavoro quello che il pm Paolo Storari sta portando avanti contro caporalato e sfruttamento di manodopera. È arrivato anche il turno del food delivery, settore non nuovo a contestazioni e contenziosi ma che ora si trova a essere accusato non per singoli aspetti – l’applicazione contrattuale, le discriminazioni algoritmiche, le condotte antisindacali – ma per il modello organizzativo in quanto tale.
L’amministratore unico di Foodinho, Pierre Miquel Oscar, è indagato per caporalato perché avrebbe impiegato lavoratori «in condizioni di sfruttamento», approfittando del loro «stato di bisogno». I 2,50 euro medi a consegna di cui parlano i riders si traducono in «una retribuzione in alcuni casi inferiore fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e inferiore fino all’81,62% rispetto alla contrattazione collettiva»; somma che «non è proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato» e che non garantisce un’«esistenza libera e dignitosa». Anche la società è indagata, in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti, perché avrebbe «adottato una politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità». Anzi, si legge nelle carte, le situazioni di sfruttamento sarebbero state «deliberatamente ricercate e attuate». Un business model.
Nell’immensa platea dei rider Glovo – 42mila, secondo la procura di Milano – non ci sono solo cittadini stranieri. C’è anche chi, come Gaetano, si è iscritto durante il Covid dopo aver perso il lavoro. Spiega che da qualche mese è in pensione ma che i mille euro che prende non gli bastano. «Ero disperato, allora ho iniziato a consegnare cibo. All’inizio le cose andavano bene ma poi, con l’introduzione del free-login, la situazione è peggiorata». Anche l’algoritmo, il nuovo capo ai tempi del caporalato digitale, incide fortemente sui guadagni. Dal 19 maggio 2025, infatti, Glovo ha eliminato la prenotazione dei turni. Chiunque si può connettere, a qualsiasi orario, mentre prime esistevano delle fasce orarie più o meno remunerative in base al proprio punteggio. Più rider lavorano contemporaneamente, meno consegne si riescono a fare e meno si guadagna. Quella che per l’azienda è stata una mossa (anche) per continuare a inquadrare i fattorini come autonomi – ti connetti e lavori quando e quanto vuoi – è diventata presto una guerra tra poveri. «Il lavoro è calato più della metà – continua Gaetano –. Quando va bene faccio 1.300 euro lordi. La scorsa settimana ho chiuso a 370 euro, oggi ho lavorato dalle 11:30 alle 15 e ho guadagnato 25 euro, stasera faccio 18:30/22 e se va bene arrivo a 60, sempre lordi. Rimarrei a casa ma non posso permettermelo».
La procura di Milano ha fatto un salto di qualità nelle constestazioni ma, come si diceva, è solo l’ultimo di una lunga serie di provvedimenti che hanno riguardato Glovo e altre piattaforme. Sul corretto inquadramento dei fattorini, Storari scrive esplicitamente che «il rider non determina in modo autonomo il processo produttivo». «La domanda da porsi è come mai l’azienda non si sia mai adeguata e non abbia regolarizzato i rider. La risposta», per l’avvocata Giulia Druetta, che da anni segue e difende i fattorini, «è che per loro è un notevole risparmio essere contra legem e pagare eventualmente le differenze retributive». Anche portare in tribunale Glovo, per molti aspetti, non è semplice. «Molti rider, per paura, fanno causa solo quando smettono di lavorare. Cittadini stranieri, spesso per ignoranza delle leggi del nostro Paese, ma anche italiani che per via di situazioni di fragilità accettano condizioni svantaggiose per timore di ripercussioni», aggiunge Druetta.
Tra chi ha deciso di fare causa a Glovo c’è Ilenia, che dal 2016 consegna cibo per le strade di Torino: «Due anni fa mi si è annebbiata la vista mentre stavo lavorando. Ho fatto degli accertamenti e ho scoperto un’aritmia. Ho rischiato un ictus per un lavoro fatto di tante ore in bicicletta a pedalare, lì ho deciso di mettere in discussione tutti gli sforzi fatti per star dietro al punteggio della piattaforma. Sono alla seconda udienza ma finora non hanno accettato la proposta di risarcimento – racconta –. Attualmente uso una bici elettrica ma lavoro molto di meno. Arrivo a circa 400 euro al mese. La mia speranza è che ci corrispondano fino all’ultimo euro di quanto hanno guadagnato sulla nostra pelle».
Secondo i calcoli della procura di Milano, per molti fattorini lo scostamento medio è stato di circa 5mila euro annui, per alcuni fino a 12mila. Ma oltre all’adozione di misure per evitare fenomeni di caporalato, il provvedimento firmato da Storari chiede direttamente la «regolarizzazione dei lavoratori». «Ci sono gli strumenti giuridici per affrontare le piattaforme digitali, ma manca la volontà – spiega ancora Druetta –. Continuare a dirsi che non ci sono vuol dire fare il loro gioco». Intanto, in attesa che da Glovo arrivino risposte e che l’amministratore giudiziario Adriano Romanò contribuisca a risanare le storture, per il 28 febbraio l’Usb ha convocato una giornata di agitazione per chiedere contributi non versati e differenze salariali. Con l’obiettivo di ottenere l’applicazione integrale del contratto della logistica. Sulle strade delle nostre città, intanto, le biciclette e gli zaini gialli continuano a sfrecciare.
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