Attualità
25 febbraio, 2026A cinque anni dall’inchiesta sui fattorini con paghe da fame, la procura di Milano mette Glovo sotto controllo giudiziario per lo sfruttamento di 40 mila lavoratori. Ma dietro c’è anche altro: i big di un mercato a due non fanno utili, eppure i colossi del tech bruciano milioni per sostenerli. Risalendo la catena di società spunta il gigante cinese della messaggistica WeChat
A Milano piove. L’asfalto viscido di via della Liberazione riflette le luci delle torri di Porta Nuova. Ahmed pedala, ha la schiena curva, lo sguardo assente e un ingombrante cubo colorato sulle spalle che lo rende goffo. Per lo Stato lui è un collaboratore autonomo, per la piattaforma è un punto sulla mappa, per i clienti finali è soltanto l'omino della pizza, indegno di quella carità cristiana che impedirebbe di chiamarlo – per pietà – almeno quando fuori diluvia o ci stanno quaranta gradi all'ombra. E invece no. Lo chiamano ugualmente.
Per i magistrati, invece, lui è una vittima. Come erano vittime i 60mila rider che nel 2021 la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano impose di regolarizzare nella maxi inchiesta sulla sicurezza dei rider. Erano i giorni del Covid, quando il fenomeno delle consegne a domicilio esplose sia per dimensioni, sia per mancanza di regole e gravità dello sfruttamento. All’epoca, l'indagine aveva coinvolto contemporaneamente Uber Eats, Glovo, Just Eat e Deliveroo e riguardava non solo il caporalato in senso stretto, ma soprattutto la sicurezza sul lavoro e la riqualificazione dei contratti. Portò alla richiesta di regolarizzazione di 60mila rider e multe per 700milioni di euro. Ad eccezione di Just Eat, che decise di assumere i propri collaboratori, il resto del settore ha continuato il suo percorso lungo la lastricata via della schiavitù. Mentre Uber Eats ha lasciato il Bel Paese.
La settimana scorsa scoppia una seconda indagine giudiziaria. Le vittime che conta il pm Paolo Storari nell'inchiesta su Glovo sono 40mila, ovvero tutti i rider che hanno accesso alla piattaforma: sono ciclofattorini intrappolati nell’algoritmo del food delivery che dona loro fame e incertezza. L'accusa è di caporalato e ha portato al controllo giudiziario di Foodinho, società gestore della piattaforma Glovo.
Sarà la volta buona per regolarizzare il settore? E Foodinho pagherà quanto dovuto ai rider, all'Inps, all'Inail e all'Inl per stipendi e contributi arretrati? L'indeterminatezza dell'algoritmo e la fumosità della società che sta dietro a Glovo non lasciano ben sperare. L’ultimo bilancio depositato da Foodinho risale al 2022. All'appello mancano almeno due bilanci, tre a breve. Perché? L’azienda, contattata da L’Espresso, non ha risposto. I conti disponibili della srl non dicono nulla di buono. Ovvero, il bilancio 2022 evidenziava una forte espansione del fatturato (più 30 per cento, passando da 113 milioni del 2021 a 147,4), quindi una crescita del business, ma a fronte di ricavi sotto zero: la società registra una perdita netta di 50,9 milioni di euro, rispetto ai 47,8 milioni del 2021. L'azienda lavora, ma in perdita. Pesano sul bilancio svalutazioni di partecipazioni per 11,3 milioni di euro relative a Glovo Infrastructure srl e Social Food srl, oltre che il costo del personale, raddoppiato a 15,4 milioni, e i costi per servizi a 156,3 milioni. A cui vanno aggiunti 42,3 milioni di euro accantonati in un fondo rischi legato proprio alle cause pendenti dal 2021 con i rider. Per ovviare al default, che sarebbe inevitabile alla luce di un patrimonio negativo per 23,6 milioni di euro, la capogruppo ha messo mano al portafoglio per un totale di 64 milioni di euro. Negli anni, la controllante diretta, ovvero la spagnola Glovoapp23 Sa, e la capogruppo, cioè la holding tedesca Delivery Hero Se, hanno iniettato in Glovo 109,2 milioni di euro e prestato altri 34,8 milioni, per non parlare dell'accensione di nuovi finanziamenti per 32,4 milioni. Tuttavia questo denaro è stato usato per ripianare i buchi delle imprese controllate e, con ogni probabilità, per alimentare l'attività corrente anche per gli anni fra il 2022 e il 2025 di cui nulla è dato sapere per via dei bilanci non depositati. Dunque, la domanda è: qualora fossero accertate le responsabilità e sarà definitivo quanto la società Foodinho dovrà versare allo Stato italiano in termini di contributi Inps, Inail e Inl, la srl sarà in grado di onorare il debito? Continuerà la tedesca Delivery Hero, che a sua volta non genera utili (ma perdite), a pagare i conti scoperti di Glovo? Dai bilanci della controllante tedesca si capisce che l'obiettivo è di lungo corso, ovvero conquistare una posizione monopolista nel settore, che consentirebbe poi di alzare i costi di commissione per trarre guadagno per gli azionisti. Oltre la metà del capitale è flottante e il primo socio di riferimento, con il 29 per cento delle quote, è il gruppo sudafricano Naspers e la sua controllata olandese Prosus. Sempre Prosus a febbraio del 2025 ha acquisito anche Just Eat, il secondo più grande operatore nazionale, per circa 4,1 miliardi di euro. Dunque, si tratta di una posizione da quasi monopolista nel settore.
Il gruppo Naspers-Prosus è uno dei più grandi investitori tecnologici al mondo ed è soprattutto noto per aver acquisito nel 2001 il 46,5 per cento di Tencent per soli 32 milioni di dollari. All'epoca Tencent era una piccola start up cinese di messaggistica, divenuta proprietaria di WeChat, ovvero l'unico sistema di comunicazione via messaggi consentito in Cina, oltre a essere leader mondiale nel gaming e anche nei pagamenti digitali. Comprarsi una quota rilevante di Tencent è stato uno dei migliori investimenti in capital venture di tutti i tempi, visto che oggi vale oltre 100 milioni di dollari. Succede che Naspers e Prosus, che possiedono grandi quote di società del delivery (oltre a Glovo, anche iFood e Swiggy, attive in India e Brasile), utilizzano i dividendi e la vendita periodica di piccole quote di Tencent per finanziare tutto il resto, cioè l'acquisizione di nuove società di delivery e la copertura delle molte perdite delle numerose start up di consegna a domicilio su cui la società ha puntato. Per sintetizzare al massimo, si potrebbe dire che l'italiana Glovo e l'intera costellazione del food delivery, senza i soldi del sistema di messaggistica cinese We Chat, non potrebbe sopravvivere. Perché Tencent e, indirettamente, la Cina dovrebbero puntare su un business europeo non profittevole? Il motivo è la posizione strategica che Glovo e Delivery Hero acquisirà fra un decennio: le perdite attuali sono considerate come investimenti in infrastrutture digitali – su cui intendono avere una posizione di monopolio – e, nel frattempo, è chiaro che la consegna di cibo e oggetti rappresenta la porta d'ingresso ai dati di profilazione dei cittadini.
Anche il secondo azionista di Delivery Hero parla cinese. È Aspex Management, un fondo d'investimento speculativo con sede a Hong Kong, fondato nel 2018 da Hermes Li, che fa parte del gotha della finanza asiatica e ha investito massicciamente nei giganti tech cinesi, fra cui Alibaba. Altri investitori, con quote inferiori al 5 per cento sono Conifer Group, Baillie Gifford Group e BlackRock, oltre agli altri fondi speculativi inglesi, come Caledonia Investments, Vanguard e State Street.
Dunque, nel nostro Paese, dove operano tre grandi operatori, due hanno come primo azionista il gruppo Naspers/Prosus, mentre Deliveroo è di proprietà di Door Dash, che ha come investitori BlackRock, Vanguard e State Street. Con quotisti di questo tipo, focalizzati all'estrazione di profitto sotto forma di dati o dividendi, è chiaro che l'attenzione alle condizioni di lavoro e di salario non è fra le priorità. E forse anche per questo Glovo e Deliveroo hanno firmato un contratto di lavoro al ribasso con un sindacato, l'Ugl, tagliando fuori Cgil, Cisl e Uil che, invece, propongono di introdurre una fattispecie di lavoro subordinato a 9 euro lordi l'ora.
Schiavista l'impresa. Schiavista lo Stato, che non difende i diritti dei rider. Schiavisti e complici anche i consumatori, che usano il servizio di consegne a domicilio senza soppesare lo sfruttamento che cela. Sfruttamento ben rappresentato dal recente dossier “La condizione di lavoro dei rider del food delivery”, redatto dalla Nidil Cgil, il sindacato dei precari, che fotografa un settore dove la tecnologia offre un'alibi al caporalato a cui sono sottoposti migliaia di ciclofattorini di tutta Italia. Non hanno ferie, non hanno malattia e, spesso, non hanno nemmeno un volto per il loro datore di lavoro, che si manifesta solo sotto forma di notifica sullo smartphone. L'indagine parte da un campione di circa 500 lavoratori e dice che il rider tipo in Italia è uomo (91,7 per cento), ha tra i 21 e i 39 anni ed è sempre più spesso un cittadino extra europeo. La componente pakistana rappresenta da sola il 25,1 per cento del totale, seguita da lavoratori provenienti da Bangladesh, Afghanistan e Nord Africa. Per il 76,4 per cento di loro è la principale fonte di reddito, il che significa stare in sella 6 o 7 giorni su 7, fino a 10 ore al giorno.
La fatica di chi pedala sotto la pioggia o con 40 gradi vale mediamente tra i 2 e i 4 euro lordi a consegna. In questa cifra è compreso il tempo di viaggio, l’attesa al ristorante (che per metà dei lavoratori supera i 10-20 minuti) e le spese per il mezzo. Carburante, manutenzione e telefono costano a un rider oltre 200 euro al mese, erodendo il compenso già misero. «All'inizio alcune consegne erano pagate anche 8 o 9 euro», racconta Marco, 25 anni, che continua: «Ora la media è scesa a 4 euro. Il lavoro è cambiato in peggio». Questo perché è aumentata la concorrenza fra rider, disposti a lavorare per poco o nulla per le piattaforme. Per tutti, il momento più temuto è il «blocco dell'account». Un intervistato su tre lo ha subito, e nell'80 per cento dei casi senza alcuna spiegazione. In un sistema basato sulla “governance algoritmica”, un clic può cancellare il lavoro di anni, lasciando il rider senza alcun diritto di replica o ammortizzatore sociale. È quello che è successo con l’addio improvviso di Uber Eats dall'Italia nel 2023, che ha lasciato migliaia di persone senza reddito da un giorno all'altro. «Non sono lavoratori di serie B», avverte Roberta Turi, segretaria nazionale Nidil Cgil, che aggiunge: «Le richieste dei rider sono chiare: abolizione del cottimo, compensi dignitosi legati al tempo di lavoro, sicurezza vera e il riconoscimento di essere ciò che sono realmente. Ovvero lavoratori dipendenti diretti da un algoritmo». L'ultima speranza è riposta nel recepimento della direttiva europea 2024/2831, approvata a fine 2024 per migliorare le condizioni dei lavoratori delle piattaforme digitali, entrerà in vigore il 2 dicembre di quest'anno e introdurrà la presunzione legale di subordinazione, regole severe sulla gestione algoritmica, maggiore trasparenza e protezione dei dati, imponendo agli Stati membri di recepirla entro fine anno.
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