Attualità
26 febbraio, 2026Dalla faida alla conquista della costa. Il numero due del clan dei boschi ha ricostruito l’ascesa del clan: omicidi, droga, estorsioni. E il controllo dell’economia legale
È una delle più feroci mafie italiane attuali. È nata negli anfratti del promontorio pugliese del Gargano. È cresciuta tra pecore e sangue, forte dei legami con le ’ndrine dei Pesce-Bellocco di Rosarno. Dal 1978 al 2010 si è fatta largo con 35 morti nella faida che ha opposto i Li Bergolis-Miucci agli Alfieri-Primosa. Sanguinaria e spietata, ha poi puntato con il sangue a prendersi il territorio fino al mare a suon di omicidi, stragi e lupare bianche. «Tra i miei compiti c’era quello di addetto al fosso – racconta un collaboratore di giustizia – Quando bisognava far sparire un cadavere, trovavo il punto buono. Un studio orografico facevo».
A illuminare quella che rappresenta oggi un’emergenza dell’antimafia, è Matteo Pettinicchio, ex numero due del clan Li Bergolis-Miucci: «Mi sono pentito per poter garantire un avvenire migliore a me stesso e ai miei cari. E per esaudire un desiderio di mia madre in punto di morte», ha spiegato un anno fa in uno dei suoi primi interrogatori. Figlio di professionisti, cresciuto a Monte Sant’Angelo tra il fascino dei mafiosi e le botte del padre che tentava di «raddrizzarlo», si è diplomato, ha fatto l’operaio, ha gestito un pub. Poi dal 2000 e per 25 anni in attività con i Li Bergolis-Miucci, fino a raggiungere il rango di luogotenente di Enzo Miucci.
«Sul territorio eravamo molto temuti perché siamo il gruppo che ha commesso il maggior numero di omicidi», ha raccontato al pm della Dda di Bari, Ettore Cardinali. L’obiettivo era prendere il pieno controllo: «Un nostro referente su Vieste mi disse che in estate era in grado di smerciare 10 chili di cocaina. E lì, in una sola estate si era in grado di guadagnare 5-600 mila euro dalle estorsioni». Nelle confessioni di Pettinicchio c’è il capitolo delle infiltrazioni nell’economia pulita. Il collaboratore fa il nome di Leonardo Dino Miucci, imprenditore in vista, fratello di Enzo, che era il vero bersaglio di un attentato per vendetta dopo l’omicidio del boss Pasquale Ricucci nel 2019. «Spendendo il suo cognome, Dino è diventato un imprenditore di primo livello – dice Pettinicchio – Affidargli i lavori significava non avere problemi di protezione. Nell’edilizia ha assunto importanza soprattutto dopo la morte di Mario Luciano Romito (assassinato nella strage di San Marco in Lamis, il 9 agosto del 2017)».
Il clan ha diretto anche dal carcere le attività. Lo ha fatto anche Pettinicchio prima di saltare il fosso. Per questo le sue rivelazioni sono molto aggiornate. «Ho acquisito tutte le informazioni tramite i cellulari che ho sempre detenuto in carcere», fornendo come prova anche il codice di sblocco di uno degli apparecchi sequestrati a Tolmezzo. E dal carcere, Pettinicchio ha tenuto una fitta corrispondenza con il boss Enzo Miucci: «Carissimo mbà Renz, come vedi chi ti scrive è il tuo amico fraterno, mbà Matteo – ha scritto il 10 ottobre 2024 – Qui – prosegue, rimarcando il suo ruolo di uomo di mediazione tra le celle – anche gli ispettori vengono a piangere da me che sanno i miei comportamenti e sistemo sempre, però fratello sono stanco, sembra l’asilo. Fratello, anch’io vorrei parlarti di persona, non immagini quante cose so». Poi, alludendo, a fibrillazioni interne all’organizzazione, prosegue: «Ma va bene, te lo ripeto anche io sono per la pace però sono per i meriti, nel senso qui si deve capire chi è la testa e la coda senza mezzi termini, e soprattutto chi può parlare e chi deve ascoltare». Un passaggio non secondario questo sulle dinamiche carcerarie e sul sistema di potere. Soprattutto alla luce di un precedente. Proprio il boss Enzo Miucci, in carcere aveva avuto una discussione con Angelo Notarangelo, il boss a capo di Vieste, ucciso dai Li Bergolis-Miucci nel gennaio 2015. Sulla vicenda, Pettinicchio ha molti elementi decisivi: «Enzo gli fece intendere che se a Vieste fosse arrivata la guerra lui non se ne sarebbe nemmeno accorto perché sarebbe morto prima. In seguito a quella discussione fu definitivamente decisa l’eliminazione di Angelo Notarangelo». E non appena Miucci venne scarcerato Notarangelo morì.
Anche il racconto del retroscena del quadruplice omicidio di San Marco in Lamis, – quello in cui i fratelli agricoltori Luigi e Aurelio Luciani, sono caduti vittime innocenti dell’agguato a Mario Luciano Romito e al cognato Matteo De Palma – serve a delineare lo scenario in cui si muove la mafia garganica: «Era già deciso da almeno una decina di anni – spiega Pettinicchio – Miucci mi disse che dopo essere uscito dal carcere Mario Luciano Romito era stato a Capri e poi a Vieste. Era stato seguito passo passo». Poi, il giorno dell’agguato, il commando con una prima raffica mandò fuori strada l’auto della vittima. «Miucci ha aperto lo sportello e ha sparato in faccia a Mario Luciano dicendogli: “Scapp’ mò Mario Romì”. Voleva tornare indietro per continuare ad infierire».
«Questa ferocia – dice il pm Ettore Cardinali – caratterizza anche l’essenza stessa di questi gruppi mafiosi. A differenza di tanti altri contesti criminali la mafia garganica ha proprio un’indole da predatrice. Inseguimenti e appostamenti estenuanti nelle zone rurali e in mezzo ai boschi fino a non lasciare scampo alla vittima sono una prerogativa, insieme con la partecipazione diretta dei capoclan». Che firmano gli omicidi, lasciando ai gregari la gestione successiva: «Sono persone che conoscono bene i boschi e gli animali che lo abitano. E se avevano necessità di far sparire un corpo, tenevano conto anche della possibilità che un cinghiale scavasse. Per questo lo coprivano con le pietre. Avevano, diciamo così, dei professionisti addestrati a questo».
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Glovalizzazione - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 20 febbraio, è disponibile in edicola e in app



