Attualità
26 febbraio, 2026In 250mila si trascinano da un concorso all’altro, ma l’assunzione resta un miraggio, nonostante gli annunci e il turnover. E intanto fiorisce il business dei crediti
Insegnanti usa e getta. Luigi Maria Sofia ha 33 anni. Nato a Bari ma residente a Pisa, è attivo nella difesa dei diritti dei docenti. E di professione fa il precario. Lui appartiene alla flotta dei 250 mila insegnanti precari, che vivono ogni giorno con il fiato sul collo. Percorsi “abilitanti” lunghi ed estenuanti, anni di attesa, sacrifici enormi, soldi spesi, promesse svanite, speranze anche e intere notti in bianco.
Lui è l’emblema di un paradosso solo italiano che ha fatto dell’istruzione un gioco d’azzardo. Un ginepraio sgradevole e indecoroso di leggi, regolamenti, decreti, concorsi e titoli, che getta la scuola nel caos più totale. Luigi, risultato idoneo a tutti e tre i concorsi per docenti, quello del 2023, del 2024 e del 2025, non ha alcuna possibilità di essere assunto. «Ho in tasca 5 mila euro in meno, i soldi che ho dato per conseguire l’abilitazione – dice a L’Espresso – e non so cosa sarà del mio futuro. Che vita è questa?». Il primo concorso, quello del 2023, è il Pnnr1. Poi c’è stato il Pnnr2, quello del 2024 e ora è in corso il Pnnr3. Dopo di che basta. Stop. Concorsi non se ne faranno più. Anche perché bisognerebbe puntare a stabilizzare quelli che il concorso l’hanno già passato, ma di fatto per queste persone nella loro vita non è cambiato nulla. Chi ha superato la prova, è rimasto e rimane precario. Chi è risultato idoneo è come se il concorso non lo avesse mai fatto. E chi ha superato tutte le prove, come Luigi si trova al punto di partenza. Incredibile ma vero. Nel Pnnr3 i partecipanti sono quasi sempre gli stessi che hanno già superato la prova scritta dei due concorsi precedenti. E alle prove del 25 febbraio 2025, molti sono stati costretti a ripresentarsi, a ripetere gli esami perché le graduatorie del primo concorso non erano ancora state pubblicate. Gli stessi docenti che hanno superato la prova, non sanno ancora in che posizione si trovano. Molti candidati si sono presentati con un cartello di protesta appeso al collo con la scritta “idoneo”. «Che razza di Paese è quello che non pubblica le graduatorie dei docenti – continua Luigi – Noi saremo precari a vita. Non c’è un percorso che ci immetta in ruolo».
Le immissioni in ruolo reali – dati aggiornati a inizio anno scolastico – nel 2025 sono state 29.685. Niente in confronto a quei 52.885 posti vacanti per i quali erano state previste 48.504 assunzioni. Un dato che dimostra che per il terzo anno consecutivo il ministro Giuseppe Valditara non ha previsto la copertura di tutti i posti vacanti. «Ogni anno – spiega Manuela Calza, segretaria Flc Cgil Nazionale – ci sono 30 mila pensionamenti. Con 29 mila assunti, di che parliamo? L’organico aggiuntivo non è sufficiente a coprire il turnover. E questo perché il ministero non autorizza le assunzioni su tutti i posti vacanti». Valditara aveva promesso 70 mila assunzioni entro il 2026. Ma, dicono dal sindacato, «nonostante i concorsi banditi a ritmo frenetico siamo ancora lontani dalla copertura dei posti». «I concorsi – spiega Calza – hanno fatto sì che a ogni tornata si sfornasse un tot di vincitori che però di fatto non viene assunto. E nemmeno c’è una prospettiva di assunzione perché i vincitori eccedono il numero dei posti banditi. Prima di bandire nuovi concorsi si doveva pensare di attingere alle graduatorie degli idonei. Ci sono vincitori del concorso 2020 e alcuni anche degli anni precedenti che sono ancora nel limbo della precarietà. Questa è la situazione. Abbiamo 250 mila docenti precari che non potranno mai essere assunti. E ci sono fortissime resistenze da parte del ministero a rendere pubblici i dati. Oltre ai gravissimi ritardi nella pubblicazione delle graduatorie. È il fallimento di un sistema di reclutamento che non risolve il problema del precariato. Ed è l’immagine di questo governo che purtroppo sta traducendo nella scuola il suo dna più profondo».
Nel 2022, la legge 79 ha stabilito che per insegnare non bastassero più 24 crediti formativi universitari, ma che ce ne volessero 60. Chi aveva ottenuto 24 crediti si è trovato a doverne conseguire altri. Come? Facendo corsi. Collezionando titoli, soprattutto nelle università private o telematiche, per prendere punteggio. Non solo. Quella legge ha imposto il conseguimento di un’abilitazione, che costa 3 mila euro. A cui si aggiungono le spese di viaggi e trasferte – molti corsi sono in presenza – e così si arriva a 5 mila euro. Quei soldi, appunto, che Luigi Sofia, come tanti altri, non ha più. Un sistema, che nulla ha a che vedere con il tanto sventolato “merito”, e che favorisce solo i ricchi. Chi ha i soldi compra titoli. Chi non li ha, non insegna, cambia mestiere. Si trova letteralmente escluso. «Con questo sistema – denuncia Sofia – puoi anche acquisire un titolo e figurare come linguista tedesco senza sapere una parola di tedesco. E questo è il disegno di questo governo: creare un business che garantisca che ad andare avanti siano i ricchi. Chi ha tanti soldi si può permettere le scorciatoie. Chi i soldi non li ha, smette di lavorare. E questa cosa è paradossale. Ma anche se mi abilito, rimango comunque precario, quindi che senso ha?».
Pochi mesi fa il Mur, il ministero dell’Università e della Ricerca, ha autorizzato circa 60 mila posti per i percorsi di formazione iniziale e abilitazione docenti. E dai dati estratti dal decreto ministeriale, si stima un giro di denaro non indifferente. «Calcolando una media di 2.500 euro a posto – spiega Sofia – parliamo di circa 150 milioni di euro, di cui 64 finiscono dritti dritti nelle tasche delle università private o telematiche». Di queste, sei si spartiscono il 40,61% del totale dei posti. Ossia quasi la metà. Da un calcolo estrapolato dal decreto relativo ai percorsi abilitanti, risulta che i posti assegnati alle università telematiche o private siano 25.946. E-Campus che detiene il 18,60% dei posti, ha il primato assoluto possedendo di fatto il monopolio dell’erogazione dei percorsi abilitanti. Seguono Link Campus University, università privata, con il 7,50 e Pegaso con il 6,40. Tutte università telematiche o private. UniCamillus, quarta per quantità di posti attribuiti, è privata, detiene il 3,16% di posti ed è specializzata in Scienze Mediche. Seguono l’ università per stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria presente in ben 10 regioni con il 2,75% di posti e la Niccolò Cusano-Telematica di Roma con il 2,20%.
«Nel nuovo ciclo dei percorsi abilitanti – spiega Sofia – siamo andati a registrare il flusso di denaro alle università. Esiste una grandissima quota, fin troppo rilevante, che va alle telematiche. Università tutte accreditate certo, ma a pagamento. Erogano questi percorsi per l’offerta formativa, ma l’offerta è più scadente rispetto a quella dell’università pubblica. Oltre al fatto che il governo liberalizza la formazione accreditando questi enti privati, che sono di proprietà di alcuni colossi e che foraggiano i partiti di maggioranza». Facendo un calcolo delle percentuali attribuite ai posti per ogni regione, le università private detengono il 16,31% di posti, le telematiche il 31,79% e le pubbliche il 51,90%. Se si sommano le telematiche con le private, si nota come di fatto la quasi metà dei percorsi di formazione – il 48,1% – è nelle loro mani. «Un sistema - dice un docente – che sta uccidendo la scuola pubblica. Così facendo solo i figli dei ricchi potranno studiare, dato che continuano a chiedere titoli a pagamento».

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