Attualità
3 febbraio, 2026L'ex capo della polizia e sottosegretario alla presidenza del Consiglio sui fatti di Torino: "Bisogna riconoscere che una democrazia sa e può difendersi da ciò che la minaccia senza snaturarsi. Senza creare stati di eccezione permanente"
Da una parte c’è lo scontro politico dopo i fatti di Torino, dall’altra il dibattito sulle gestione dell’ordine pubblico e su cosa è ha funzionato (e cosa no) durante il corteo per l’Askatasuna. L’intervista a Franco Gabrielli a La Repubblica è destinata a far parlare. Anche perché l’ex capo della polizia, e per qualche mese super-consulente per la sicurezza del sindaco di Milano Beppe Sala, si era già esposto all’indomani del caso Ramy. Contestando alcuni comportamenti nell’inseguimento dei carabinieri e attirando le critiche di tutto il centrodestra.
Premessa: Gabrielli specifica di non appartenere “al club dei questurini honoris causa” perché “questurino lo sono stato davvero”; di “ordine ordine pubblico non parlo per sentito dire, ma perché per oltre quindici anni l’ho praticato sul campo”; che “chi devasta, aggredisce e colpisce le forze di polizia non è un portatore di istanze, ma è un delinquente che attacca lo Stato e i diritti di tutti”; che “la solidarietà verso gli operatori aggrediti e la condanna netta di questi comportamenti siano un prerequisito”. Premesso tutto ciò, continua Gabrielli, “penso che questo sia il momento di difendere chi indossa una divisa. Come ho sempre fatto, del resto. Ma — e qui sta il punto — non solo dai violenti”.
Ma da chi? “Dagli incantatori di serpenti”. E chi sono? “Tutti quelli che usano gli operatori di polizia come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie e soluzioni miracolose che, alla prova dei fatti, non proteggono proprio nessuno. A cominciare da chi indossa una divisa”.
Le parole dell’ex numero uno della polizia, ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Mario Draghi, arrivano alla vigilia dell’approvazione di un nuovo pacchetto sicurezza che, tra le altre cose, potrebbe prevedere un “fermo preventivo” di 12 ore per i manifestanti violenti. Il giudizio è netto: “Non funzionerà. Perché difficilmente produrrà degli effetti significativi nella gestione dell’ordine pubblico. In compenso, rischierà di radicalizzare ulteriormente lo scontro, di irrigidire ancora di più i rapporti già tesi nelle piazze, di comprimere in modo significativo altri spazi di libertà. È fumo negli occhi, è propaganda securitaria a finanza zero, come si dice. Propaganda utile a non affrontare il vero nodo che le violenze di Torino tornano a proporre”.
“Moltiplicare ogni volta le figure di reato”, per Gabrielli, “serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico? E che ordine pubblico merita un Paese democratico? Come si evita di esporre i reparti in servizio di ordine pubblico in modo prolungato e logorante al rischio? Qualcuno si è chiesto su chi si scarica il costo di un’assenza di strategia chiara e di una reale capacità di leggere i contesti? Ve lo dico io: sui singoli poliziotti e su tutti coloro che in piazza vanno pacificamente per esercitare un diritto costituzionalmente protetto”.
Un’altra misura al vaglio è quella sul cosiddetto scudo penale, che annullerebbe l’automatismo dell’iscrizione nel registro degli indagati per presunti reati commessi da agenti in caso di possibile legittima difesa. Altro che scudo, per l’ex capo della polizia rischia paradossalmente di aumentare i rischi per le forze dell’ordine. “Immaginare un’immunità di fatto e di diritto presunta per ogni agente di polizia potrebbe allungare i tempi degli accertamenti sui fatti che lo richiedono e che vedono un agente protagonista. Rendere più complessa a posteriori e a distanza di tempo la ricostruzione di ciò che è accaduto, per altro lasciando comunque gli operatori esposti a un controllo di legalità. E magari senza più le adeguate garanzie processuali che ogni cittadino ha nelle fasi preliminari di un’indagine”.
Innanzitutto, la ricetta di Gabrielli prevedrebbe la fornitura agli agenti di “un’assistenza legale serie, strutturata, immediata e a carico dello Stato”. E soprattutto, bisogna “riconoscere che una democrazia sa e può difendersi da ciò che la minaccia senza snaturarsi. Senza creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità. Perché questo mina e tradisce la fiducia del Paese. Allontana i cittadini dalle istituzioni e da chi le rappresenta. E la fiducia e la libertà dei cittadini sono le condizioni irrinunciabili di qualunque modello”.
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