Attualità
4 febbraio, 2026Inefficienze e sovraffollamento. Suicidi e proteste. La risposta: nuove disposizioni muscolari. Prevedono l’uso di fialette urticanti e body cam. Disinseribili
Dalle body cam allo spray al peperoncino a disposizione degli agenti penitenziari, fino alle procedure che ostacolano le attività culturali, le novità introdotte in carcere negli ultimi mesi rivelano un sistema penitenziario che prova a rispondere con la forza e la chiusura alla profonda crisi che sta attraversando. Mentre il sovraffollamento e gli eventi critici tra chi è recluso aumentano, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) diffonde internamente circolari che puntano il dito sul malfunzionamento degli istituti mostrando una situazione di caos generalizzato.
Per l’associazione Antigone, che si occupa della tutela dei diritti delle persone private della libertà, gli interventi previsti non sono in grado di rispondere ai problemi reali dei detenuti. «Sembra che alla base ci sia l’idea di costruire la sicurezza dentro un istituto penitenziario con gli stessi strumenti con cui si interviene in operazioni di ordine pubblico in piazza. Ma il carcere è un luogo diverso, dove la convivenza va gestita per evitare conflitti. Invece tutti questi strumenti sembrano pensati in quest’ottica: se aumentano le tensioni, allora rispondiamo più duramente», dice a L’Espresso Alessio Scandurra, coordinatore nazionale dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone.
Da quando il reato di rivolta carceraria è stato introdotto con il Ddl Sicurezza, la spirale della violenza non si è ridotta, anzi: nel 2025 il tasso di sovraffollamento, gli atti di autolesionismo e le aggressioni tra detenuti e nei confronti del personale sono cresciuti, mentre i suicidi (80) hanno sfiorato le cifre del 2024 (91), la quota più alta mai registrata in Italia. I dati raccolti da Antigone e dal Garante nazionale dei detenuti confermano anche un aumento degli scioperi della fame e delle proteste con cui chi è in carcere prova a esprimere il proprio disagio.
A queste tensioni il ministero della Giustizia risponde con la sperimentazione delle body cam, iniziata a novembre 2025. In 58 istituti penitenziari, tra cui un carcere minorile, le telecamere indossabili sono state introdotte con l’obiettivo dichiarato di tutelare agenti e detenuti in situazioni critiche. In base alle linee guida del Dap, gli agenti potranno attivarle e spegnerle su indicazione del capo reparto, o «di chi ne fa le veci», in situazioni specifiche di violenza e minaccia. Tra i casi in elenco, il documento include tentativi di evasione, aggressioni, autolesionismo, incendio e battitura (la pratica con cui i detenuti battono degli oggetti tra loro facendo rumore).
Per Scandurra si tratta di una misura ambigua: «Anziché garantire che le telecamere già esistenti negli istituti funzionino, viene introdotta la body cam. Ma se questa può essere accesa e spenta, allora diventa uno strumento a tutela dell’agente, non dei detenuti. Gli istituti invece dovrebbero avere delle telecamere che registrano sempre, a garanzia che tutto ciò che avviene è documentato e a disposizione in caso di controversie».
Dopo appena un mese e mezzo dalla diffusione della circolare che le introduce, alle body cam si è aggiunto lo spray al peperoncino. Nel provvedimento di dicembre si legge che la sperimentazione servirà a contrastare «il significativo incremento degli eventi critici e delle aggressioni nei confronti del personale». Per il ministero dell’Interno e quello della Salute non si tratta di un’arma, ma di uno strumento di difesa. Eppure le linee guida raccomandano di evitare il suo utilizzo in un ambiente chiuso per rischio di contaminazione e auto-contaminazione di chi lo utilizza. Proprio in un ambiente chiuso come il carcere, insomma, lo spray al peperoncino può rivelarsi un pericolo concreto.
Molte delle tensioni in carcere dipendono anche dal tempo vuoto. Per questo, diversi Garanti territoriali dei detenuti hanno espresso la loro perplessità di fronte a una circolare che a ottobre ha assegnato al Dap l’incarico di autorizzare le attività culturali con un nulla osta, sostituendo il ruolo decisionale che prima spettava ai direttori e alle direttrici degli istituti di pena. In questo modo la procedura organizzativa dietro ad attività che dovrebbero favorire il reinserimento sociale diventa ancora più complessa, spiega Diletta Berardinelli, Garante dei detenuti di Torino: «Quelle attività che alcuni definiscono “non essenziali” sono spesso le uniche in grado di prevenire i conflitti e restituire un minimo di dignità e speranza a chi vive la detenzione».
Mentre il carcere alza nuovi muri, dal Dap arriva una critica severa nei confronti degli operatori penitenziari. «Molte delle proteste registrate negli istituti hanno come causa primaria inefficienze amministrative: ritardi nella liquidazione delle mercedi, difficoltà nella trasmissione di somme ai familiari, incertezze nella gestione del sopravvitto, lentezze nel disbrigo di assegni familiari o pratiche di disoccupazione», si legge nella circolare di ottobre inviata a tutte le amministrazioni carcerarie. E ancora: «Ogni ritardo nella consegna di effetti personali, ogni incertezza nell’organizzazione di colloqui o telefonate, ogni lentezza nella gestione sanitaria o amministrativa diventa terreno fertile per malcontento e conflittualità».
Secondo la direzione generale, i problemi sono innanzitutto di carattere amministrativo, devono essere affrontati in modo prioritario e ricadono principalmente sugli agenti, sotto forma di aggressioni fisiche e verbali da parte dei detenuti. Il tono della circolare è duro: «È inaccettabile che tali disservizi, che potrebbero essere risolti con un’organizzazione più efficiente, si traducano in tensioni scaricate sulla polizia penitenziaria».
In questo quadro, in cui gli agenti diventano vittime delle inefficienze amministrative, lo stesso Dap che ha introdotto body cam, spray al peperoncino e ridotto la possibilità di realizzare attività culturali in carcere aggiunge: «È solo attraverso una presenza costante nelle sezioni, un dialogo diretto con la popolazione detenuta e una circolazione trasparente delle informazioni che sarà possibile ridurre il rischio di conflittualità». Le misure adottate finora dal governo, però, sembrano andare nella direzione opposta.
Il personale delle carceri italiane, più che in altri Paesi europei, è composto per la maggior parte da polizia penitenziaria. In assenza di un numero adeguato di commercialisti, personale amministrativo, mediatori culturali e psicologi, spesso, gli agenti non solo finiscono per occuparsi di compiti che non rientrano nelle loro competenze e per i quali non sono formati, ma diventano anche i primi ricettori dei conflitti che si creano nelle sezioni.
«Invece di risolvere le inefficienze di cui si parla portando negli istituti le competenze e gli strumenti che servono, il Dap si prepara allo scontro, con un approccio decisamente controproducente», osserva il coordinatore di Antigone. Senza dimenticare che le persone detenute, salvo rare eccezioni, dipendono in tutto e per tutto dal personale che lavora nell’istituto. Qualunque inefficienza a livello operativo, quindi, fa sì che chi è recluso non possa esercitare i suoi diritti minimi e soddisfare bisogni elementari. Per questo, secondo Scandurra «sarebbe necessario intervenire sul miglior vivere di tutta la popolazione penitenziaria, non sul miglior armare un pezzo di questa comunità».

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