Attualità
18 marzo, 2026Articoli correlati
“Il controllo delle frontiere non può essere perseguito comprimendo il dovere di salvataggio”, spiega l’ammiraglio in congedo della Guardia costiera
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi continua a celebrare i fermi delle ong di soccorso in mare, il 39esimo dall’introduzione del decreto che dal 2023 limita i loro interventi. L’ultimo riguarda la nave Humanity 1, costretta in porto per 60 giorni con una multa di 10mila euro a carico perché l’equipaggio ha scelto di non comunicare con Tripoli durante le operazioni di salvataggio. La decisione è condivisa da 13 ong che da alcuni mesi rifiutano di cooperare con la Libia, da anni al centro di denunce che documentano violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo e non solo.
Se le ong entrano in una nuova fase di disobbedienza civile, il governo italiano risponde proponendo altre sanzioni. Ne abbiamo parlato con l’ammiraglio in congedo della Guardia costiera italiana Vittorio Alessandro.
Come valuta la decisione delle ong che hanno scelto di interrompere le comunicazioni operative per la gestione dei soccorsi con Tripoli?
«Le ong hanno scelto consapevolmente di forzare l’assetto della normativa italiana ed è prevedibile un aumento delle sanzioni amministrative. Le disposizioni vigenti prevedono infatti che l’unità impegnata nel soccorso collabori con il centro di coordinamento dell’area Sar interessata. Non a caso, fino a oggi le navi delle ong comunicavano i propri interventi anche al centro di Tripoli, pur operando con rapidità per anticipare eventuali azioni delle milizie e sottrarsi alle intimazioni di consegna dei naufraghi. La scelta odierna è in ogni caso coerente con la valutazione, già espressa da numerosi organismi internazionali, della profonda inaffidabilità del sistema di soccorso libico e della sua connessione con pratiche che espongono le persone a detenzioni arbitrarie, violenze e torture».
Il governo però intende continuare a punire le ong. Quale situazione abbiamo di fronte?
«L’ultimo fermo si inserisce nella linea politica del governo sulla base degli accordi tra Italia e Libia per il contenimento delle partenze. Dal 2023 numerosi tribunali hanno d’altra parte annullato o sospeso diversi fermi, riconoscendone l’illegittimità e ribadendo che la cosiddetta Guardia costiera libica non può essere considerata un’autorità idonea a garantire il rispetto dei diritti fondamentali nel Mediterraneo. Il dato mostra l’esistenza di un contenzioso ormai strutturale, dannoso per la credibilità delle istituzioni e per la nostra partecipazione alle questioni più delicate del Paese. Questa tensione tra istituzioni e magistratura finisce per incidere, più che sull’organizzazione dei flussi migratori, sull’operatività dei soccorsi».
Guardia costiera italiana e centro Sar di Tripoli dovrebbero invece cooperare. In base alla sua esperienza, quali sono i loro rapporti nelle attività di soccorso?
«I rapporti tra le organizzazioni Sar avrebbero dovuto ispirarsi a criteri di cooperazione effettiva e di comune aderenza all’obiettivo primario della salvaguardia della vita umana in mare, secondo l’impianto delle convenzioni internazionali. Nella prassi del Mediterraneo centrale, tuttavia, questo modello cooperativo si è progressivamente affievolito. Nel Canale di Sicilia si è consolidato nel tempo uno schema operativo piuttosto rigido, in cui ciascun Paese tende a intervenire solo nella propria area Sar formalmente dichiarata e, per quanto riguarda i migranti, possibilmente entro il perimetro delle proprie acque territoriali. Si tratta di un’impostazione che privilegia la delimitazione delle competenze rispetto alla logica, propria del diritto del mare, della collaborazione funzionale al soccorso».
Con quali effetti?
«Molte operazioni non sono più pensate a partire dall’esigenza immediata di assistenza alle persone in pericolo, ma risultano condizionate da finalità di controllo dei flussi e di protezione dei confini. È una torsione che introduce nella materia del salvataggio in mare una logica securitaria estranea al sistema Sar delineato dalle convenzioni internazionali, le quali collocano la tutela della vita umana come obbligo prioritario e non negoziabile».
L’ultimo ddl sull’immigrazione prevede nuove possibilità di limitare i soccorsi, parliamo di un provvedimento che può avere un impatto concreto?
«Le ipotesi richiamate dal disegno di legge per interdire la navigazione nelle acque territoriali italiane (terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie o di sicurezza) non configurano, anche potenzialmente, situazioni tali da giustificare limitazioni generalizzate all’attività di soccorso in mare. Il rischio è quello di sovrapporre scomposti strumenti di ordine pubblico a un ambito che il diritto internazionale disciplina con logiche completamente diverse, fondate sull’obbligo inderogabile di assistenza alle persone in pericolo. La Corte europea dei diritti dell’uomo inoltre ha chiarito che il controllo delle frontiere non può tradursi in un’elusione degli obblighi di tutela dei diritti fondamentali. È questo il punto centrale: la gestione dei fenomeni migratori è materia legittima di politica statale, ma non può essere perseguita comprimendo il dovere di salvataggio, che nel diritto del mare rappresenta un obbligo primario. Resta poi il dato umanitario: la diminuzione degli assetti di ricerca e soccorso non elimina le partenze, ma aumenta i rischi nel Mediterraneo. Le vittime registrate nelle prime settimane del 2026 (almeno 484, ma sarebbero molti di più i dispersi dal ciclone Harry, i cui cadaveri continuano a spiaggiarsi in questi giorni sulle nostre coste) mostrano come questa continui a essere prima di tutto un’emergenza di vite umane».

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