Cultura
1 aprile, 2009

Twombly a Roma, le emozioni di un enigma

Dopo la Tate Modern di Londra e il Guggenheim di Bilbao, alla Galleria Nazionale d'Arte moderna di Roma una grande retrospettiva sull'artista che ha attraversato tutte le correnti artistiche del secolo restando sempre fedele a se stesso

C'è una distanza di poco più di mezzo secolo dalla prima mostra che Cy Twombly, artista americano difficilmente inquadrabile in una scuola, ha fatto alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna (1958) e la mostra che lo riporta nello stesso museo a Roma, città dove ha deciso di vivere molto tempo fa (GNAM, Roma, fino al 24 maggio, a cura di Nicholas Serota).

Nell'arte contemporanea, cinquanta anni sono tantissimi e, tra Pop Art, Arte Concettuale, Minimalismo, Arte Povera e le altre stagioni artistiche che si sono succedute in questi anni, stupisce la fedeltà del segno di questo artista. Che sembra aver attraversato indenne correnti e turbolenze, continuando a fare quello che aveva iniziato da giovane, mostrando un rigore verso se stesso e verso la volontà di scavare nel passato per afferrarne il segreto. Da qui nasce la scelta di vivere in Italia, a Roma e a Gaeta, non come rituale omaggio alla tradizione ma per dare corpo a un "continuo rifluire di spunti mitologici, letterari, storici, artistici, che sono le uniche tracce consapevoli poste all'inizio di un percorso destinato a condurre chissà dove e di cui l'Italia rappresenta la soglia oltre la quale il rapporto con il passato diveniva possibile, anzi inevitabile", spiega Maria Vittoria Marini Clarelli, Soprintendente della Galleria Nazionale d'Arte Moderna.

Nelle solenni sale della GNAM, che per l'occasione sono state ripulite di ogni traccia estranea a Twombly (altre opere, ma anche tendaggi) e dove finalmente dominano la percezione di un grande spazio e di tanta luce, sfila il mondo visionario e arcaico di questo artista, dove in un segno che appare quasi uno scarabocchio si concentrano spinte, pulsioni, evocazioni fortissime. Quello che Roland Barthes definì la capacità di "produrre una scossa che porta allo stato zen dell'illuminazione". Segni quasi abbozzati, colori a volte stesi con forza, altre volte appena accennati in un pastello, accartocciati o vergati quasi ossessivamente. Comunque enigmatici, fedeli al loro autore che è persona sfuggente e schiva come pochi.

Ma questa mostra romana, che conclude un ciclo iniziato alla Tate Modern di Londra, continuato con una tappa al Guggenheim di Bilbao, ha il pregio di riproporre tutta la carriera di Cy Twombly, dai primi lavori che nascono nel '51 al Black Mountain College, dove è forte l'influenza di Franz Kline, alle prove che seguono un viaggio in Marocco fatto in compagnia di Rauschenberg nel '53 (Tiznit e Quarzat), fino ai quadri e alle sculture di quest'anno.

Settanta opere fra dipinti, sculture e disegni, alcune di enormi dimensioni, che iniziano con il raccontare l'avvicinamento all'Espressionismo astratto e a un certo Surrealismo (Olympia, dipinto a Roma nel 1957) e poi l'apertura al mito e alla poesia classica che Twombly non abbandonerà mai. Il viaggio continua nei primi anni sessanta quando Twombly scopre l'Italia (The Italians del 1961, School of Athens dello stesso anno che rimanda l'affresco di Raffaello e The Second Voyage to Italy) e dove sperimenta e mescola grumi cromatici con la dimensione dell'inconscio. Poi, nel '66, quasi un "ritorno all'ordine", Twombly si riappropria del piano mentale e la tavolozza vira sul grigio (Treatise on the Veil, presente nella versione del 1970 che si sviluppa su un'unica enorme tela). Un decennio dopo si fa sentire l'influsso del Concettualismo e domina qualcosa come una poetica delle strutture primarie. Negli anni Ottanta compare il tema dell'acqua e la pittura se ne appropria: pennellate più fluide e di nuovo colore, con un esempio magnifico dato da Hero and Leandro del 1981-84, che si ispira alla morte in mare dei due protagonisti del celebre mito. Gli anni Novanta registrano un nuovo equilibrio fra segno e colore, come appare nelle monumentali Quattro stagioni, di cui è esposto l'esemplare del 1993-1995. La rassegna si chiude con le opere più recenti, non solo tele dove il tratto sorprendentemente si ingrandisce e l'attenzione alla realtà è molto forte, come dimostra la serie Bacchus del 2005 dipinta durante la guerra in Iraq nel colore del vino e del sangue, ma anche con sculture, anch'esse più solide, meno fragili di quelle della sua giovinezza. Venendo via dalla mostra si ha l'impressione di aver viaggiato nella mente e nelle emozioni di un uomo. Avaro di parole, ma generosissimo di immagini e suggestioni.

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