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Cultura
ottobre, 2011

Scialla! E lo slang diventa film

Un padre (Fabrizio Bentivoglio) alle prese con un figlio coatto che più romano non si può. E' l'esordio alla regia di Francesco Bruni, che dice: "Mi piace quando il dialetto diventa creatività linguistica: dire a uno 'ti piglio per le orecchie e ti scarto come una caramella' è un'elaborazione interessante"

Le notizie sono due: il film "Scialla!" di Francesco Bruni applauditissimo a Venezia e vincitore di Controcampo Italiano 2011, uno degli otto film italiani selezionati per il Pusan International Film Festival che si è appena concluso in Corea, uscirà nelle sale il 18 novembre. E in contemporanea uscirà anche il romanzo "Scialla!" (Mondadori) che Giacomo Bendotti ha tratto dalla sceneggiatura del film. La storia è quella di un padre insegnante, padovano, alle prese con un figlio 15enne che più romano non si può, un coattello il cui slang cinico e coloratissimo riflette il modo di comportarsi e di parlare degli adolescenti di oggi, romani ma non solo.

Con Francesco Bruni dunque, al debutto da regista dopo tante scenggiature scritte per Paolo Virzì, parliamo di "Scialla!" e gerghi giovanili.

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Come si è preparato per questo film?
«Ho un figlio di 17 anni e una di 13, dunque non ho fatto altro che appizzare l'orecchio dentro casa. Da scrittore parto da un approccio veristico, per me la caratterizzazione linguistica e vocale è uno strumento chiave per la creazione del personaggio. Il 15enne non poteva parlare come un libro stampato».

E infatti parla come un coatto...
«Credo che oggi i ragazzi si atteggino a fare i coatti molto più di quanto lo siano realmente. Lo fanno, anche quelli ben nati e del centro storico, per darsi una identità forte e diversa dai genitori: la coatteria è una rappresentazione potente rispetto a genitori - e mi ci metto anch'io - troppo deboli, incerti nella lettura del presente, pieni di scrupoli e ossessioni di correttezza politica. Invece il coatto trancia la realtà, gli dà una tortorata, sdeeeng! Una velocità e una essenzialità che conquista i ragazzi».

L'uso dello slang per lei è positivo?
«Sì, quando implica un esercizio di creatività, un'invenzione linguistica. Dire a uno "ti piglio per le orecchie e ti scarto come una caramella" è un'elaborazione interessante. Lo slang deve essere un arricchimento. Purtroppo diventa un impoverimento quando si usa solo quello e non si sa più parlare italiano. Anche io da ragazzo, a Livorno, con certe persone e in certi quartieri mi "intonavo", ma l'italiano lo sapevo bene. Invece noto che sempre di più lo slang giovanile tende a ridursi a forme di sintesi e risparmio del pensiero, di annullamento delle sfumature e impoverimento del vocabolario».

Ci racconti come parlano i suoi figli.
«Quello di 17 anni a casa si esprime come "er monnezza". Capisco che è una messa in scena contro me e sua madre che lui vede come "intellettuali", visto che quando incontro i genitori dei suoi amici mi fanno i complimenti per la proprietà e la scioltezza del suo linguaggio. E anche la figlia 13enne, che è un genio a scuola e legge Tolstoj, ogni tanto si compiace di usare slang come "a papa', stai a sgrava'", cioè la stai buttando fuori, stai sbagliando».

Perché ha intitolato il film "Scialla!"?
«Perché è l'interiezione che sento risuonare di più a casa mia. I miei figli la mettono in testa a quasi tutto quello che dicono: "Scialla oggi entro alle 9", "Scialla mangio dopo", e così via. È un'espressione sintetica che si passa facilmente, chi la capisce la sente come una parola d'ordine, chi non la capisce ne è incuriosito. E comunque ha funzionato: dopo la presentazione del film, a Venezia, sentivo le persone dire "Ci scialliamo in spiaggia?" oppure "Scialla ci vediamo più tardi». Un'altra frase che mi sento dire spesso, e che mi piace, è "non t'accollare", che vuol dire non essere appiccicoso (come la colla), non rompere».

Altri slang contenuti nel film?
«Un'espressione che mi incuriosisce è "Che tajo!" per definire una cosa bella, che piace. Non capisco però perchè associare un'esperienza positiva a una ferita....».

Come spiega la nostra Slangopedia, in carcere chi sfoggia più tatuaggi sul corpo e tagli specie sulla faccia è quello più macho, più fico degli altri. E ancora?
«Mi fa molto ridere "è una chiusa" per indicare una fissazione: nel film abbiamo la frase «L'odio è troppo una chiusa!». Oppure la parola "soggettone": io pensavo fosse un complimento, invece è negativo, vuol dire un tipo sfigato, imbranato. Farsi accompagnare alla scuola media dai genitori è da soggettoni, ad esempio. E non è affatto una cosa scialla».

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