Quanto peserà Fukushima nel nostro "bilancio radioattivo nazionale"? La risposta cambia di giorno in giorno in base all'andamento delle operazioni di contenimento messe in atto dalle autorià giapponesi nei reattori della centrale. Ma è un fatto che le prime tracce di Iodio 131 targate Fukushima sono state rilevate dalla rete di monitoraggio italiana il 28 marzo. Viste per pochi giorni e poi più perché lo iodio decade in pochi giorni: se non verranno rimpiazzate da nuovi arrivi. Le rilevazioni riguardano una zona che va dalla Valle d'Aosta al Friuli e sono proprio tracce labilissime, che si confondono quasi con il fondo ambientale. Tanto che per rilevarle in Piemonte i tecnici hanno dovuto ritarare le apparecchiature per renderle sensibili alle singole particelle. Un niente rispetto alla dose che ciascun italiano assorbe ogni anno, ancora oggi, dall'incidente di Chernobyl, e ancora meno di niente rispetto alle radiazioni naturali, soprattutto da radon proveniente dal sottosuolo (come si può vedere dall'infografica).
Eppure, nei giorni scorsi, le stime dell'Istituto di metrologia di Vienna hanno diffuso un certo panico mostrando come le quantità di radiazioni da iodio 131 e cesio 137 (assai più pericoloso perché ha un tempo di dimezzamento intorno ai 30 anni) emesse dai reattori di Fukushima fossero rispettivamente il 50 e il 70 per cento di quelle emesse da Chernobyl. Non poco perché l'incidente ucraino del 1986 ha effettivamente contaminato anche i nostri cieli, ma le distanze maggiori hanno a oggi fatto arrivare fin qui dalla centrale giapponese una quantità infinitamente inferiore di radiazioni. E certamente non comparabile con quanto già assorbiamo dalle attività quotidiane e dal fondo naturale. Lo stesso ragionamento vale per gli alimenti e le acque: se dopo l'incidente ucraino le coltivazioni e gli allevamenti furono effettivamente, anche se non massicciamente, contaminati, dei rilasci giapponesi noi non dovremmo (stando a quanto accaduto sin qui) preoccuparci.
Detto così è molto rassicurante, ma forse troppo semplificato per essere convincente. Conviene allora capire bene cosa c'è in ballo. A partire dal fatto che in media gli italiani assorbono 2,4 milliSievert (l'unità che misura l'impatto biologico delle radiazioni e che è spiegato nel box di pagina 146) all'anno dal fondo naturale di radiazioni. Con variazioni importanti sul territorio nazionale: nell'Alto Lazio, così come in certe località in Lombardia, Veneto e Friuli, a causa della natura vulcanica del terreno ricco di radon, la dose pro capite può salire anche a diverse decine di milliSievert all'anno.
Di fatto, nel nostro Paese l'esposizione al radon è responsabile di circa il 10 per cento dei tumori al polmone, con punte del 20-30 per cento nelle zone naturalmente più radioattive. "Da un punto di vista radiologico, il rischio da radon è il più rilevante", spiega Sandro Sandri, presidente dell'Associazione italiana di radioprotezione: "Tanto che l'Istituto superiore di sanità sta conducendo un programma nazionale per ridure l'impatto sanitario di questo inquinante, che può essere controllato con lavori di sigillatura e aerazione delle abitazioni".
Ma non c'è solo il radon: l'80 per cento di quanto assumiamo deriva dalle radiazioni presenti in natura (dal sottosuolo e dal cosmo), circa il 17 è attribuibile a lastre, Tac, mammografie e interventi di radioterapia. Un'altra piccola quota alle centrali termoelettriche presenti sul nostro territorio e altre fonti.
Circa l'uno per cento delle radiazioni che assorbiamo è dovuto, infine, a diverso titolo, al nucleare. Piccoli rilasci viaggiano sino a noi dalle centrali d'oltralpe, francesi e slovene. E c'è un fondo, per quanto piccolo e ormai in gran parte smaltito dall'ambiente, arrivato in seguito ai test atomici condotti negli anni Sessanta e Settanta negli Stati Uniti e nel Pacifico: vere e proprie esplosioni con rilasci enormi e non confrontabili a nessun titolo con le fuoriuscite delle centrali di Fukushima o, in passato, di Three Mile Island, impianti protetti da un guscio di contenimento del materiale radioattivo, diversamente da quanto accaduto a Chernobyl, centrale senza guscio.
E, infatti, i danni del disastro ucraino si fanno sentire ancora oggi, e di quel 3 per cento di radiazioni che assorbiamo una quota è dovuta a ciò che resta dei radionuclidi più persistenti (soprattutto il cesio 137) arrivati dai terribili dieci giorni in cui si sviluppò l'incidente a partire dal 26 aprile del 1986. In certe zone alpine (in Valle d'Aosta e Friuli, soprattutto) la concentrazione radioattiva firmata Chernobyl tocca punte intorno ai 50 mila Bequerel al metro quadrato, che scende man mano che si percorre la Penisola fino ad arrivare a poche decine. "In realtà, l'impatto di Chernobyl in Italia è stato importante nel primo mese dopo l'incidente", spiega Sandri: "Successivamente le dosi si sono molto abbassate e oggi il contributo dell'eredità ucraina è inferiore allo 0,1 per cento".
L'eredità di Chernobyl però continua a pesare notevolmente in Europa. Uno studio appena concluso del National Cancer Institute statunitense ha osservato che i casi di cancro alla tiroide in coloro che negli anni di Chernobyl erano bambini continuano a manifestarsi a distanza di 25 anni senza particolari flessioni. Secondo Elisabeth Cardis, del Centro di epidemiologia ambientale dell'Università di Barcellona, i casi di tumore conseguenti all'incidente potrebbero arrivare a 25 mila entro la metà del secolo. Quanto all'Italia, il tributo sanitario pagato al nucleare sovietico si confonde nel calderone delle altre fonti, dal radon all'inquinamento atmosferico ed è impossibile quantificarne gli effetti sanitari.
Per quanto riguarda la nube giapponese, i tecnici annotano che la paura istintiva delle radiazioni e l'incertezza sui loro effetti a basse dosi sopravanzino il loro reale impatto sanitario, almeno alle nostre latitudini. "La dose di radioattività assorbita sopra la quale si osservano effetti statistici sui tumori è di 100 milliSievert all'anno", spiega Sandri: "Mentre i danni acuti da vero e proprio avvelenamento da radiazioni si cominciano a riscontrare sopra i 500 millisievert. Tuttavia questo non significa che sotto i 100 non vi siano effetti. Probabilmente ci sono ma molto inferiori".
Se i più austeri tendono a ridimensionare i danni da basse dosi, sono però molti epidemiologi a pensare che anche concentrazioni modeste di radiazioni possano essere responsabili di leucemie e altri tumori. Il National Research Council statunitense stima che a una dose di 100 mSv vi sia un caso di tumore ogni 100 abitanti, e altri 42 casi da altre cause. E che a dosi minori il rischio tumorale decresce. Ma non sembra esserci una soglia di sicurezza assoluta. Al punto che alcuni studi avrebbero documentato un eccesso di leucemie nei bambini che vivono nei dintorni delle centrali nucleari in Europa.
Il più famoso è lo studio Kikk (la sigla sta per Kinderkrebs in der Umgebung von Kernkraftwerken - Tumori infantili in prossimità di centrali nucleari), commissionato dal governo federale tedesco all'Università di Mainz. La ricerca mostra un incremento del 2,2 per cento delle leucemie infantili e dell'1,6 per cento dei tumori solidi - quasi il doppio del previsto - in chi vive entro 5 chilometri dalle 16 centrali nucleari tedesche.
Altri studi, condotti nei pressi delle centrali francesi e britanniche, tuttavia, non sono così netti. "Le malattie più riscontrate sono le leucemie, molto più frequenti dei tumori solidi, anche se non conosciamo il motivo per cui si manifestano", spiega Guido Pedroli, direttore del servizio di fisica sanitaria allo Ieo di Milano e presidente dell'Associazione Italiana di Fisica Medica: "Va anche detto che aumenti di leucemie sono stati riscontrati in varie zone del mondo, non vicine a centrali nucleari, senza poter risalire alla loro causa".
Le incognite del nucleare e dei suoi effetti a basse dosi si sommano con sentimenti quali la paura e lo stress da incidente. "Immaginatevi come hanno vissuto per anni i sopravvissuti di Chernobyl e come vive oggi la popolazione intorno alla centrale di Fukushima", commenta Robert Socolow, scienziato atomico e direttore della Carbon Mitigation Initiative dell'Università di Princeton: "Vivere in una terra contaminata, in una casa contaminata, dovendo scegliere fra mangiare cibi contaminati o andarsene, in perenne contatto con elementi come il cesio 137 o lo stronzio 90 che ti accompagneranno per buona parte della vita". Il conto presentato dalle radiazioni è anche questo. E siamo solo all'inizio.
ha collaborato Roberta Villa
Intervista17.03.2011
'Non ci sono centrali sicure'