Honoré de Balzac temeva che la fotografia potesse rubare, poco a poco, l'aura dei soggetti ritratti. Qualcosa di non dissimile dal "soggetto che si sente diventare oggetto" di cui parlava Roland Barthes: la fotografia come "micro-esperienza della morte".
Il disagio d'esser catturati e fermati in una delle tante versioni di sé, spesso non la prediletta o la più desiderata in quel momento, le limitazioni di una fissità perpetua, sembrano superati in alcune recenti esperienze fotografiche di ritratto: superate senza aggirare l'ostacolo della rappresentazione tradizionale e dei suoi parametri vincolanti – fermo restando che entro vincoli e limitazioni si possono creare profondità e grandezze - ma passando attraverso e andando oltre.
L'aura non solo non si consuma ma appare come protagonista, in un sorprendente ventaglio cromatico, nei ritratti del fotografo neozelandese Carlo Van de Roer, in mostra alla galleria M+B di Los Angeles fino a metà maggio. Le immagini di The Portrait Machine Project sono realizzate con una AuraCam 6000, macchina di sapore new age inventata da Guy Coggins negli anni '80 con finalità terapeutiche. In pratica una polaroid inserita in un congegno più complesso e voluminoso, dotato di sensori da collegare alle mani della persona ritratta per avere un biofeedback e visualizzare le vibrazioni elettromagnetiche del corpo.
Non è la medicina energetica che interessa Van de Roer anche se, al pari di un terapista energetico, quel che cerca è l'emersione del non immediatamente visibile. Le onde magnetiche che avvolgono i soggetti ritratti creano una sorta di fumosa e separata intimità, dove volti e corpi sono allo stesso tempo velati e svelati, affiorando dalla profondità del colore.
Atmosfere sospese e visibilità incerta sono le prime note apparenti anche dei ritratti della fotografa giapponese Yuki Onodera, in mostra alla Yossi Milo Gallery di New York, ma uno sguardo più attento viene presto risucchiato in un'altra dimensione. E non solo per il pavimento a specchio e la forte illuminazione controluce che lasciano levitare le figure a grandezza naturale in una cornice assolutizzante: un esame ravvicinato rivela che a stagliarsi scure contro l'alone di luce sono sagome ritagliate, coperte da un fitto collage di immagini di vario genere, frammenti di architetture, paesaggi, animali, ritratti, luci, organismi microscopici, a loro volta ritagliati da riviste, vecchie fotografie e altri materiali di epoche diverse. L'identificazione immediata della sagoma, data dalla postura e dagli accessori autoreferenziali – un cowboy, una ballerina di flamenco, una coppia di bambine, un pugile – è subito sottolineata dalla sua densità scura. Ma non c'è un volto da guardare nell'ombra netta e plumbea e la successiva scoperta delle centinaia di immagini che coprono le silhouette completa lo straniamento dell'osservatore. L'identità dei soggetti appare negata e sottolineata allo stesso tempo: marcata da stereotipi, divisa in un centone di elementi diversi, disegnata da un profilo esatto ma privata di uno sguardo, immersa nella luce ma lasciata nel buio.
Il ritratto fotografico contemporaneo presenta sempre più le connotazioni di luogo, dove sintesi essenziali convivono con stratificazioni complesse, dove lo sguardo può entrare e fermarsi e dove l'aura, o quel che per ciascuno può significare, lungi dall'assottigliarsi si mostra, intensamente.
Carlo Van de Roer, The Portrait Machine Project, M+B Gallery, Los Angeles, 16 aprile – 14 maggio
Yuki Onodera, Yossi Milo Gallery, New York, 7 aprile - 28 maggio