Torna l'eterno dilemma: i Puffi son di destra o di sinistra? Discussione che sembrava ormai sepolta dai manga, dai Pokemon, dai Simpson e da South Park. Invece è bastato l'annuncio del nuovo film in 3D perché i Puffi ricominciassero a dividere ideologicamente il mondo, neanche fossimo nel Ventesimo secolo. Ed ecco Leoluca Orlando, nelle vesti di portavoce dell'Italia dei Valori, inveire contro il Puffo che si fa facile strumento della destra. O meglio del Minzolini direttore di quel Tg1 che trasmette servizi puffati sul ritorno dei Puffi pur di occultare notizie sgradite al governo. L'Idv se ne è accorto e gli ha fatto puffe pulci. Secondo la Sony invece i Puffi sono creature dal puro animo democratico, altrimenti una tale casa di produzione non avrebbe speso milioni di dollari per farli sbarcare a Central Park e riproporli al tempo di Obama, in un tridimensionale kolossal dove si narra di Puffi più Puffetta, lanciati nello spazio e nel tempo dal perfido Gargamella, ma aiutati a tornare nel loro villaggetto da una giovane - e si presume democratica - coppia di borghesi newyorkesi.
Una rivoluzione nel puffo pensiero. Che nasce stanziale tra le case a forma di fungo e cresce come un punto fermo nell'immaginario del secondo Novecento proprio grazie al villaggio, alla comunità coesa, al somigliarsi delle storie nell'immobilità di puffi e cose. Un mondo nato dalla matita di un belga creativo - Pierre Culliford in arte Peyo - che ha conquistato l'intero pianeta, riproponendosi ovunque identico a se stesso tranne che per il nome: e così dall'originale e francofono Schtroumpfs si passa all'anglo Smurfs allo svedese Smurfar, al turco Sirinler, al polacco Smerfy. E poi Hupikek Torpikek per gli ungheresi, Sumaafu per bimbi nipponici, mentre gli spagnoli Pitufos finiscono poi per diventare omonimo di "sbirro" causa divise azzurre dei locali poliziotti.
"Chi siano non lo so gli strani ometti blu. Son alti su per giù due mele o poco più". Così recita il "Cantami, o Diva" dei Puffi che su quell'incipit ha visto scorrere fiumi e fiumi di inchiostro intorno alla sempre identica domanda: chi sono davvero gli strani ometti blu? La risposta invece varia a seconda delle scuole di pensiero. Quella più agguerrita vede nei Puffi una surrettizia propaganda del mondo sovietico. In fondo storicamente ci siamo. Non è forse vero che nascono nel 1958 in piena guerra fredda? E pazienza se il padre Peyo era un fumettista di Bruxelles e non un moscovita, grafico di manifesti suprematisti. Le ragioni per vedere nei puffi un inno al socialismo reale sono ben argomentate. Secondo gli esegeti di tanta teoria le prove sono incontestabili. Ed eccole. L'economia del mondo puffo è priva di moneta e di mercato; i beni sono equamente distribuiti dal Grande Puffo una specie di Karl Marx con tanto di barba che dall'alto pianifica la produzione; nessuno dei puffi ha un vero nome ma viene battezzato secondo la sua funzione (Puffo Poeta, Puffo Forzuto, Astropuffo, etc). C'è persino un kulak (rappresentante della classe agiata contadina) impersonato dal Puffo Goloso, che mangia più del necessario mentre le stesse puffe canzoni somiglierebbero ai canti dei lavoratori inneggianti al regime sovietico, alla produzione e al proletariato. Interpretazione piuttosto tirata visto che i Puffi cantano soprattutto un generico "la la, lalala" che va bene per tutto.
Anche per chi vede invece nei puffi un'apologia del nazismo e nel perfido Gargamella l'antisemita caricatura di un rabbino (naso adunco, gobba e tunica nera) con tanto di gatto cattivo dal nome ebraico Azreal (in Italia però ha vinto un più collodiano Birba). Macché rispondono i filo stalinisti: Gargamella che vuol trasformare i Puffi in oro è l'immagine stessa del cinismo capitalista che preferisce l'interesse del denaro ai bisogni degli uomini. Mentre il nome inglese Smurfs può essere l'acronimo di Socialist Men Under Red Father. "Ma qui si sfiora il virtuosismo interpretativo" contestano i fautori del nazi puffo convinti invece che il Puffo Forzuto sia in realtà un modello di perfetto Puffo ariano, mentre i Puffi tutti uguali sono il risultato di una riuscita politica eugenetica.
Come non bastasse in tanto alto discutere nel 2005 si inserisce il saggio di Antonio Soro "I Puffi, la vera conoscenza e la massoneria" che tra i due litiganti apre un terzo fronte. E che fronte! Con spreco di particolari, Soro spiega come l'intero villaggio altro non sia che un loggia, dove il Grande Puffo è il Gran Maestro mentre Gargamella ha una tunica da prete ed è simbolo del potere ecclesiastico. E non basta. Si scopre che il blu puffo è il colore "pneumatico" dei figli di Dio nelle scuole gnostiche; il berretto bianco è simbolo di purezza mentre i pantaloni rossi del Grande Puffo rimandano al fuoco dello spirito e al grado massonico dell'Arco Reale. Persino le puffe case non sarebbero ispirate a un fungo qualsiasi ma a una Amanita Muscaria, noto allucinogeno che nelle mani dell'iniziato può diventare elisir di rigenerazione. E se qualcuno contesta la versione massonica di orientamento gnostico, si ricordi che la storia da cui nacquero gli gnomi azzurrini si chiamava "Il flauto a sei puffi" e rievocava il magico flauto di quel noto massone di Mozart.
Un altro oggetto del contendere tra le diverse scuole di pensiero è l'unica presenza femminile del mondo Puffo, quella Puffetta creata dal perfido Gargamella per gettare scompiglio tra i nostri celesti eroi. In effetti all'inizio questa unica Puffa provvista di biondi capelli, occhi azzurri, vocina mielosa, ciglia mascarate e tacchetti creò un certo turbamento. È il potere del Grande Puffo a farla diventare buona e svampita e la forza della comunità puffa ad inglobarla senza grosse perdite. Per i sostenitori della tesi nazista è la tipica bellezza ariana. Mentre il massonico saggio di Soro vede nell'unica Puffa femmina il tentativo di Gargamella di rompere l'androginia divina del mito gnostico. Ma i poteri alchemici del Grande Puffo superano di gran lunga quelli dello sdentato, unto e disgustoso mago cattivo.
Nel moltiplicarsi delle interpretazioni Peyo, nato e cresciuto in una famiglia vallone e cattolica, cercò invano nel corso della sua vita di riportare il dibattito a dimensioni più umanamente fumettistiche. Spiegando che il blu puffo non arriva dal pensiero gnostico ma da un consiglio di sua moglie che disse: "Verdi no, si confondono con la vegetazione. Rossi sono troppo vistosi. Giallo poi è un filo sfigato". Per quel che riguarda il linguaggio puffo altro non fu che il risultato di un pasticcio linguistico molto belga. Qui infatti fu proprio lo stesso Peyo che un giorno, indeciso fra francese e fiammingo, indicò la saliera ad un amico farfugliando "Passe moi le... schtroumpf".
Fu il suo puffo di Colombo. L'illuminazione della sua vita.
Ma ha ragione Umberto Eco, qualunque cosa ne pensino gli autori, i veri capolavori si prestano a interpretazione infinita. Lui stesso del resto nel lontano 1979 su "Alfabeta" si è cimentò in un saggio dal titolo "Schtroumpf und Drang" (poi ripubblicato in "Sette anni di desideri", Bompiani 1983). Utilizzando il nome francese per parafrasare "Sturm und Drang" e analizzando il puffo linguaggio con molto raffinati strumenti semiotici, Eco puffò molto sul serio. Nulla fu trascurato. Nessun significato, nessun significante. Né i topic testuali, né il contributo di Wittgenstein che come scrive divertito il professore "è riferito non tanto al "Puffus Logico-puffus" quanto alle "Ricerche Puffe"". E dunque a seguito delle investigazioni di Eco il puffo parlare fu collocato definitivamente nell'ambito di una lingua parassita, con pochi vocaboli (puffo, puffa più verbo puffare) il cui significato si deduce soprattutto dal contesto.
Dunque: "Possiamo comprendere il puffo perché ogni Puffo usa il termine puffo e suoi derivati solo e sempre in quei contesti in cui una frase è stata già pronunciata. "Ho puffato un puffo" rischia di esser incomprensibile. Ma "pufferò sino alla morte" dice molto bene quel che vuol dire (o puffare)". E così il professor Eco un po' si diverte e un po' avverte che i Puffi son cosa molto seria : "Non è solo un gioco e se lo è , è un gioco linguistico. Una cosa molto ma molto Schrtroumpf".
Perché qualunque sia il sottotesto del puffo villaggio la verità è che la filosofia di vita di questi "omini blu, alti due mele o poco più" è davvero un mistero. Creature di un mondo senza globalizzazione e senza finanza. Un mondo immaginario, virtuale e virtuoso dove tutti si conoscono e si riconoscono. Un mondo senza conflitti dove il nemico esterno Gargamella rafforza la comunità. E la comunità è più forte dell'individuo. Un mondo che nasce negli anni Cinquanta prima che la cultura dell'edonismo e dell'individualismo contaminasse anche i fumetti e i cartoni animati. Un mondo tutto blu puffo che sarà pure un colore gnostico ma è anche lo stesso colore di Facebook.
E siccome niente succede a caso, si dà il caso che i Puffi siano tornati proprio in tempi di comunità virtuali e di social network. Cosa che apre la strada a tante altre dotte e più contemporanee tesi. E mentre da sociologi e antropologi si attendono aggiornamenti bibliografici, i bambini (anche quelli cresciuti) aspettano il film. Dal 16 settembre sui nostri schermi. Puffa visione a tutti.