Jimmy's Hall: si scrive ballo, si dice libertà

Ken Loach torna a raccontare un'Irlanda proletaria. Ma questa volta a suon di musica.  Con un film, che, come nelle sue provi migliori, si tiene lontano dai pericoli dell’ideologia

Sono invecchiato vagabondando per vallate e per colline…». Seduti in circolo nella sala da ballo che si sono da poco ricostruiti, Jimmy Gralton (Barry Ward) e i suoi leggono “La canzone di Aengus il vagabondo”. Che cosa è, e dove è, la piccola trota d’argento che nella poesia di William Butler Yeats diventa una fanciulla e subito svanisce? Ognuno cerca la sua risposta, felice di immaginare e argomentare. È questo il momento più intenso di “Jimmy’s Hall – Una storia d’amore e di libertà” (Gran Bretagna, Irlanda e Francia, 2014, 109’), che Ken Loach e lo sceneggiatore Paul Laverty hanno tratto da un’opera teatrale di Donal O’Kelly, a sua volta ispirato a fatti storici.

Siamo nell’Irlanda del 1932, nella contea di Leitrin. Poco più di dieci anni dopo la guerra di liberazione dalla Gran Bretagna, le speranze di molti sono state disilluse dal governo di Éamon de Valera. La Chiesa cattolica e i grandi proprietari terrieri, alleati, non sembrano molto diversi dai vecchi dominatori protestanti. Di questo è certo Jimmy, appena tornato da New York, dove si è rifugiato all’inizio degli anni Venti, anche per sfuggire alla violenza di O’Keefe (Brían F. O’Byrne), capo locale dell’Ira (l’esercito repubblicano, da non confondere con l’Ira che decenni più tardi opererà nell’Ulster).
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Jimmy è comunista. Lo è come lo si poteva essere novant’anni fa, con una generosità che la storia avrebbe da lì a poco tradito. Ora, convinto da molti compaesani, ha appena riaperto la vecchia sala che nel film ha il suo nome. Sa di rischiare. Su di lui, antico combattente repubblicano, stanno puntati gli occhi di O’Keefe insieme con quelli di padre Sheridan (Jim Norton), il primo legato direttamente ai latifondisti, e convinto difensore delle leggi dell’economia, il secondo attento a preservare la fede e l’obbedienza dei parrocchiani.

Come nei suoi film migliori, Loach si tiene lontano dai pericoli dell’ideologia. Jimmy e gli altri non prendono lezioni da Stalin, come invece sostiene il prete. Vogliono solo un luogo in cui essere se stessi, imparando a ballare come si fa in America. Ed è questo a preoccupare padre Sheridan. Si comincia con i balli, dice, e si finisce con i libri. E poi, dopo i libri? Dopo i libri, forse, le sue parole dal pulpito non avranno più lo stesso effetto. Da quei libri, forse, uscirà una piccola trota d’argento, sulla cui bellezza ognuno immaginerà e argomenterà. Insomma, si inizia con il ballo e si finisce con la libertà. 

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