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Cultura
maggio, 2017

Martin Parr: "Nel kitsch l'Italia non è seconda a nessuno"

Il grande fotografo inglese si racconta e spiega perché il cattivo gusto è un tesoro da difendere: rende il mondo folle, divertente e colorato. E degno di un clic

Camicia a quadri, pullover color vinaccia, pantaloni grigi, scarpe comode. Se non fosse il fotografo più celebrato del Regno Unito, maestro indiscusso del kitsch e degli eccessi della società dei consumi, potresti scambiare Martin Parr per un prof attempato in gita scolastica, alto e dinoccolato, con la macchina fotografica a
tracolla.

Dietro i modi gentili di questo signore inglese di 64 anni, in realtà si nasconde un mentore inflessibile e un accanito bastian contrario: sbuca da dietro le quinte, negli studi De Paolis a Roma, e irrompe sul set di “Master of Photography”, il talent showeuropeo riservato a fotografi amatoriali e professionisti, in onda dal 25 maggio su Sky Arte HD. Malgrado la trasferta, la star dell’agenzia Magnum gioca in casa: il tema della puntata è Londra e lui, ospite d’onore, deve aiutare i concorrenti rimasti in gara a scegliere tre immagini fra le migliori 10-15 realizzate in una giornata di riprese di street photography, per sottoporle alla giuria. «Weird is good! (strano è buono!)», si esalta davanti a uno scatto, poi si aggira tra i monitor, incoraggia un concorrente timido, gli dà un consiglio sulla composizione, snobba i ritratti in posa di un’altra, apprezza il caos di gente e colori di un altro ancora.
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E alla fine sembra piuttosto soddisfatto. «I concorrenti sono capaci, alcuni piuttosto bravi, anche se li vorrei più ambiziosi. Certo, la prova del talent show è davvero difficile: un solo giorno per fare tutto», dice Parr sorseggiando un cappuccino nel bar all’aperto del mercato multietnico di piazza Vittorio, tra insegne sgargianti e una distesa di tavolini di plastica rosso fuoco sotto il cielo azzurro. Habitat ideale per un flâneur a caccia della grande bellezza nel cattivo gusto.

Nel talent show “Master of Photography” lei giudica le immagini dei concorrenti e li aiuta a scegliere gli scatti migliori da presentare alla giuria. Qualche suggerimento per un fotografo emergente?
«Avvicinati il più possibile, metti a fuoco il soggetto che stai inquadrando, individua il tema che vuoi raccontare. E scatta».

Alcuni fotografi sono autodidatti, altri escono dalle scuole, altri ancora si fanno le ossa come assistenti di professionisti. Lei come ha imparato?
«Anzitutto da mio nonno George, ma poi da solo, perché fare foto non è difficile. Prendi la macchina fotografica, vai in giro e scatti».

Qual è stata la sua prima fotocamera?
«Era una Kodak Retinette, un modello molto semplice, un regalo di mio nonno quando avevo 13 o 14 anni. Fu lui il primo a suscitare il mio interesse per la fotografia, era un appassionato fotografo amatoriale: mi insegnava a sviluppare i negativi e a stampare, stavamo insieme per ore in camera oscura».

E oggi come realizza i suoi scatti?
«Con una noiosa Canon, con il flash integrato. Da otto-nove anni non uso più l’analogico».

Rimpianti?
«No, il digitale è di gran lunga più efficace, si possono scattare molte più foto di quanto si possa fare con l’analogico. E di qualità di gran lunga superiore in condizioni di luce scarsa, combinando la luce naturale con il flash».

A metà anni Ottanta, in piena era Thatcher, lei realizzò il suo primo progetto di successo: “The Last Resort”, diario delle vacanze della working class a New Brighton, località balneare vicino a Liverpool. Colori accesi, saturi, luce radente, in un’epoca in cui trionfava il bianco e nero. In un’intervista lei ha dichiarato che il colore era frutto di una scelta politica.
«Non è vero, la politica non c’entra nulla. La scelta del colore è dovuta a un’altra ragione: avevo conosciuto a fondo la fotografia americana e visto montagne di cartoline, così ho avuto l’idea di esplorare il colore. All’epoca era una decisione controcorrente ma nel corso degli anni Ottanta, in Gran Bretagna, questo genere cominciò ad affermarsi».

Come riesce a ottenere colori così brillanti?
«Non sono particolarmente brillanti. Basta aggiungere il flash, di qualunque tipo, e il colore aumenta di intensità. Il resto lo fa Photoshop, se ne occupa per mio conto uno staff dedicato».

Come sono cambiate le vacanze della working class rispetto agli anni Ottanta? Rifarebbe oggi quel genere di foto?
«Non tornerei a New Brighton perché è completamente cambiata. Oggi è più povera, molte attività hanno chiuso, l’energia e il fermento degli anni Ottanta sono scomparsi. Mi è capitato invece di tornare a scattare in altre cittadine tuttora interessanti, come ad esempio Scarborough, città balneare nel nord dell’Inghilterra. In generale la classe operaia si è ridimensionata e il benessere aumentato. In ogni caso a me interessano tutte le classi sociali, sono molto democratico».

Le sue immagini possiedono alcuni tratti inconfondibili: ironia, sense of humour, sarcasmo, a volte addirittura disprezzo.
«Non sono d’accordo, non c’è mai disprezzo, ma ironia e senso dell’umorismo: il mondo è divertente, interessante, entusiasmante e anche pieno di pericoli. C’è il buono, c’è il cattivo. Cerco sempre di mettere nelle mie immagini tutte queste sfumature. Adesso la realtà è ancora più folle e disordinata rispetto ai miei esordi, dunque più stimolante per il mio lavoro».

Il fotografo turco Burhan Ozbilici, dell’Associated Press, ha vinto quest’anno il World Press Photo con l’immagine che ritrae l’assassino dell’ambasciatore russo in Turchia subito dopo l’attentato, ancora con la pistola in mano. Cosa pensa di questo scatto?
«A me il World Press Photo non piace, vengono selezionati solo i fotografi che presentano la propria candidatura. E quindi l’obiettivo del premio, vedere cosa fanno davvero i fotoreporter, è fallito in partenza. Esistono immagini bellissime, pubblicate da giornali o riviste, che vengono trascurate dal World Press Photo perché nessuno le candida».

Alcuni accusano i fotografi di sfruttare le persone, manipolandole per ottenere il risultato voluto.
«Tutte le immagini contengono un elemento di sfruttamento, perché la fotografia usa le persone. Ma è un argomento noioso. I miei lavori hanno sempre attirato molte critiche ma non mi disturbano più, possono dire quello che vogliono. Faccio solo ciò che ritengo giusto».

Le sue immagini seguono due binari paralleli. Da un lato lo stile di vita british, dall’altro le più importanti destinazioni turistiche mondiali, come quelle immortalate in “Small World” (1995), uno dei suoi libri più riusciti. Perché il turismo di massa la affascina?
«Il turismo è la più grande industria al mondo, un enorme business. Senza turismo anche l’Italia, e Roma in particolare, avrebbero un’infinità di problemi. Mi dicono che il vostro Paese è sull’orlo della bancarotta e le banche stanno per approfittarne, non trovo nulla di insolito. In questo contesto il turismo sarà sempre più importante».

Negli ultimi anni il modo in cui i turisti scattano foto è cambiato radicalmente. Che effetto le fa?
«Gli smartphone hanno completamente rivoluzionato il modo di fare fotografia, e hanno anche cambiato il modo con cui i turisti si comportano nei luoghi che frequentano. Oggi assistiamo a una sorta di globalizzazione visiva, che cerco di riprodurre nelle mie immagini. Stamattina, ad esempio, non vedo l’ora di terminare l’intervista e andare in giro per Roma a scattare, spero che lei si senta un po’ in colpa per questo ritardo... (Sorride, ndr) ».

Ormai i siti turistici sono invasi dai selfie stick. Si sente assediato?
«Niente affatto. I turisti sono sempre strani e buffi nei comportamenti. Si muovono come un gregge, hanno un modo di fare tribale. Ma sono molto contento di tutta questa confusione, ho fatto una montagna di foto di turisti con il selfie stick».

Ai tempi dei social media siamo tutti fotografi e condividiamo le immagini in tempo reale. Gli utenti di Instagram, oltre 600 milioni, pubblicano ogni giorno 80 milioni di foto.
«Non vedo dove sia il problema, non c’è alcuna contraddizione. Per quanto mi riguarda, più la situazione diventa caotica più mi diverto. I comportamenti un po’ folli, imprevedibili, si adattano molto bene alla mia maniera di fotografare. E i turisti sono talmente presi dalla foga di scattare che non vedono nulla».

Nel libro “Real Food” (Phaidon) lei ha raccolto le foto di cibo realizzate nell’arco della sua carriera. Si considera un pioniere del “food porn”, la mania di condividere sui social media le foto dei piatti?
«Non direi, noi britannici amiamo il basso profilo. Però è vero che fotografo il cibo da 25 anni. Con gli smartphone è diventato molto di moda, nei ristoranti chic si fotografano tutte le portate».

In molti la considerano il padre della fotografia kitsch. Il cattivo gusto è così diffuso?
«Siamo circondati dal cattivo gusto. Grazie a Dio! Mi facilita di gran lunga la vita. Rispetto al kitsch, poi, l’Italia non è seconda a nessuno. Il cibo è molto buono, forse troppo. E questo dal mio punto di vista è una pecca. Peggiore è il cibo, migliore la foto».

Dopo l’annuncio del referendum sulla Brexit lei ha attraversato il Regno Unito per documentare il lavoro dei produttori di cibo - agricoltori, allevatori, casari - e capire il loro grado di adesione al progetto europeo. Li ha poi raccontati in un lavoro imponente, concentrato sul “triangolo del rabarbaro”, nel West Yorkshire. Lei cosa ha votato: “leave” o “remain”?
«Per il “remain” senza se e senza ma, come tutti i miei amici e tutte le persone che conosco».

Come voterebbe oggi?
«Voterei di nuovo per restare nell’Unione europea, anche se devo riconoscere che la Brexit, dal punto di vista fotografico, ha accentuato l’intensità delle immagini che si possono scattare in Gran Bretagna, rendendo più evidenti i contrasti nella società».

La premier britannica Theresa May ha convocato elezioni anticipate per il prossimo 8 giugno, per spazzare via gli ostacoli alla Brexit e rafforzare il Partito conservatore. Cosa pensa della lacerazione interna al Labour?
«La sinistra in Gran Bretagna è nel caos. Jeremy Corbyn attira solo gli estremisti, la sinistra più radicale».

Lei si interessa da sempre del suo Paese. In queste settimane sta realizzando una serie di cortometraggi per la nuova campagna promozionale di Bbc One, la tv di Stato britannica. L’anno scorso, invece, ha curato una mostra con le immagini di fotografi di tutto il mondo, da Henri Cartier-Bresson a Robert Frank, che hanno raccontato la Gran Bretagna dal 1930 a oggi. Londra è ancora affascinante?
«Siamo un Paese molto strano. Per questo, soprattutto negli anni Sessanta, abbiamo attirato dall’estero talenti che hanno guardato con un punto di vista originale alla nostra società, alle nostre abitudini e alle divisioni tra le classi sociali. Ad esempio, il fotografo italiano Gian Butturini scelse la swinging London, pubblicando un libro straordinario nel 1969; Raymond Depardon si concentrò sulla classe operaia a Glasgow, città industriale in declino, mentre il fotografo cileno Sergio Larrain sul paesaggio urbano londinese. Sulla loro scia, oggi continuano ad arrivare molti fotografi. Forse perché resta tuttora un Paese molto strano».

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