In alcuni casi il risultato è deludente, le poesie fuori dal proprio contesto sembrano un po’ naïf, smielate, buone per la carta dei cioccolatini. Talvolta invece colgono nel segno, la forma breve trova nel web la propria dimensione ideale.
Fatto sta che dopo averli snobbati, adesso i grandi editori li coccolano come star, fanno a gara per pubblicarli, fiutano i potenziali bestseller, scandagliano il mondo digitale per pescare i migliori o quelli che hanno maggior seguito. Del resto, una community mondiale da 700 milioni di utenti attivi al mese, 14 milioni solo in Italia, è una platea di lettori (potenziale) di tutto rispetto.
Dunque Instagram, la piattaforma nata e pensata per diffondere immagini, oggi paradossalmente è il veicolo più efficace per propagare versi. «Indosso una maschera/ così posso scrivere ciò che sento/ invece di scrivere/cosa credo di dover sentire», spiega la scelta dell’anonimato il misterioso Atticus sul profilo Instagram @atticuspoetry, inondato dai commenti di quasi 400mila follower. In un altro post l’autore californiano aggiunge: «You deserve to be the person you were meant to be», «Meriti di essere la persona che dovevi essere», svelando poi il titolo del suo primo libro “Love her wild” (pubblicato da Simon&Schuster, una delle più grandi case editrici statunitensi) in cui racconta in versi sprazzi di esistenza: il primo sguardo di un nuovo amore a Parigi, l’immersione in mare in una notte d’estate, l’esuberanza irrefrenabile dello spirito femminile.
È nato invece su Tumblr il successo di Lang Leav. Sulla piattaforma di microblogging la giovane poetessa e artista australiana, lettrice di Alice Munro, Haruki Murakami, J.K. Rowling, pochi anni fa posta in rete i suoi primi scritti - poesie d’amore e di sofferenza - che appassionano oltre 50mila follower. Si convince a pubblicare a proprie spese “Love & Misadventure”, la prima raccolta di poesie e disegni: in un mese il libro vende 10mila copie, diventa un bestseller, attira l’attenzione di due agenti letterari newyorchesi e dell’editore americano Andrews McMeel, con cui firma un contratto. Dopo tre raccolte di poesie (in tre anni 300mila copie vendute, quasi 400mila follower), ora McMeel manda in stampa il primo romanzo di Leav: “Sad girls”, storia di amore, oscuri segreti, dolore, protagonista una ragazza, Audrey, alle prese con i primi attacchi di panico e con il disagio profondo dell’adolescenza.
Sono le nuove star della poesia su Instagram e Facebook a risvegliare la passione per un genere da sempre considerato per poche anime sensibili. Rupi Kaur, la più apprezzata dal pubblico, Lang Leav, Atticus, Najwa Zebian, Tyler Knott Gregson, Nikita Gill. Il meccanismo funziona anche in Italia: certo, la poesia è un mercato di nicchia, il 5 per cento dei titoli pubblicati, ma negli ultimi quattro anni il segno più su vendite e lettori è costante (dati Ufficio studi Aie - Associazione italiana editori), soprattutto per i testi moderni e gli autori italiani. Mostri sacri a parte, tra i poeti contemporanei più “social” spicca Guido Catalano, torinese, 46 anni, autore di romanzi (“D’amore si muore ma io no”, Rizzoli) e di testi in versi sul filo dell’ironia e dell’autoironia.
Con la passione per il Woody Allen di “Citarsi addosso”, Charles Bukowski e Charles M. Schulz, l’inventore di Charlie Brown. «Il primo bacio l’ho dato a un’età che ci sta gente/ che ha già avuto il tempo di partire per la guerra/di sopravvivere alla guerra/di avere tre figli/due mogli/quattro cani/e un mutuo a tasso variabile», recita una delle 144 poesie inedite raccolte nel libro “Ogni volta che mi baci muore un nazista” (Rizzoli).
Uscito a febbraio, macina ristampe su ristampe, sull’onda dei social media ma soprattutto dei reading collettivi frequentati da centinaia di fan come lo “Stand Up Poetry - Un festival di poesia performativa ganza” ideato dal poeta. «Volevo fare la rockstar, e in qualche modo ci sono riuscito», scherza Catalano, che ama De André, Battisti e De Gregori ma anche il rock duro degli AC/DC. È in tour permanente in giro per l’Italia, anche in compagnia di cantautori come Brunori Sas («Ma non sto diventando ricco», assicura lo scrittore, il 6 settembre al Monk, Roma).
Va bene il rock, ma la poesia non era il luogo della quiete? «Il silenzio, il silenzio teatrale, con un po’ di mestiere si può ottenere anche davanti a 1.200 persone», assicura Catalano, che di sera calca i palchi e di giorno (e di notte) frequenta i social. «Prima il blog e poi i social mi hanno dato un grande aiuto. Mi diverto a usarli: ovvio che se prendi una poesia e metti online uno “screenshot” il risultato non è sempre di alto livello. A volte fa l’effetto baci Perugina. Mi hanno già dato del “poeta da cioccolatino”, ma se la Perugina mi contatta sono pronto a scrivere dei brevi testi per loro», chiosa sorridendo.
L’onda social lambisce terre lontane, distanti da mode e suggestioni pop. Alcuni editori sperimentano nuove strategie di comunicazione per diffondere i testi di autori già affermati, che fanno della rete un potente mezzo espressivo. È il caso di Chiarelettere e Franco Arminio, 57 anni, scrittore e poeta tra i più brillanti della sua generazione e tra i più seguiti sul web. Il suo ultimo libro si intitola “Cedi la strada agli alberi”, raccolta in versi e inno al paesaggio, alla natura e alla sua antica bellezza tradita, oltre 15mila copie e sette edizioni in quattro mesi. «Abbiamo bisogno di contadini/di poeti, gente che sa fare il pane/ che ama gli alberi e riconosce il vento», scrive Arminio: «Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione/Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono/ attenzione anche a un semplice lampione/ a un muro scrostato./Oggi essere rivoluzionari significa togliere/ più che aggiungere, rallentare più che accelerare / significa dare valore al silenzio, alla luce/ alla fragilità, alla dolcezza».
Dalla sua Bisaccia, nella remota Irpinia d’Oriente, lo scrittore utilizza Facebook e Twitter, affidando a Instagram poesie e immagini. E ogni anno trasforma un paesino della Basilicata, Aliano, in un teatro a cielo aperto per “La luna e i calanchi”, festival di musica, poesia, cinema e “paesologia”.Qualche tempo fa l’editore Chiarelettere ha invitato i lettori a postare in rete uno scatto ispirato alle poesie di Arminio, con l’hashtag #cedilastradaglialberi: spighe di grano, sentieri nel verde, onde del mare.
In due settimane hanno risposto in quasi 5mila dall’Italia e dall’estero. «Non abbiamo considerato Arminio diverso dagli altri autori in quanto poeta, e non abbiamo pensato di dover cambiare il nostro modo di lavorare perché questo è un libro di poesia», premette Giulia Civiletti, ufficio stampa della casa editrice, che ha curato il progetto “social”: «Da anni Franco carica su Facebook le sue foto, racconti visivi a se stanti, poesie nella poesia. Con questo nuovo progetto abbiamo rilanciato quello che l’autore già sapeva fare o iniziava a fare in un modo unico e molto riconoscibile».
Non si tratta di un innamoramento improvviso o di una infatuazione per la tecnologia, dunque. Arminio è ben consapevole dei rischi della rete, che il senso delle parole si perda nel brusìo di fondo. «Da un lato il web è un incentivo all’autismo corale, dall’altro si tratta di un’esperienza geniale», riflette in una sera d’estate il poeta, tra i protagonisti del reading collettivo “Estate Romana Reloaded”, al Maxxi, dove il critico letterario Andrea Cortellessa ha invitato a leggere in pubblico autori di generazioni diverse - tra gli altri Nanni Balestrini, Alessandra Carnaroli, Valerio Magrelli - in omaggio alla stagione del Festival dei poeti di Castelporziano e del Teatrino scientifico, l’architettura effimera creata da Franco Purini e Laura Thermes per l’Estate Romana 1979. Una gioiosa archeologia delle emozioni. «Negli anni Settanta si diceva che la poesia stava morendo, sopraffatta dalle immagini. E invece non si è mai scritto così tanto, la rete ha fatto saltare i ruoli tradizionali del critico e dell’editore. Del resto qual è il delitto se alle 3 di notte posto una poesia che viene letta da una signora che ha litigato col marito?», conclude Arminio mentre sale sul palco.
I tempi cambiano, la sensibilità dei lettori pure. E così Mondadori nel rilanciare “Lo Specchio”, la prestigiosa collana che da 75 anni ospita le opere dei grandi poeti (Ungaretti, Montale, Quasimodo, Saba, Zanzotto, Raboni), da un lato torna alla vocazione originaria, anche dal punto di vista grafico, dall’altro coglie il fermento che attraversa i social. Per la prima volta, ad esempio, l’editore ha aperto una pagina Facebook dedicata alla poesia. «Siamo rimasti colpiti dal successo del video in cui Milo De Angelis racconta chi sono le anime della notte che popolano il suo ultimo libro: “Tutte le poesie 1969-2015”. Oltre 15mila visualizzazioni in pochi giorni», dice Luigi Belmonte, responsabile editoriale delle collane Oscar, Meridiani e Specchio. Quest’ultima ospita sei titoli all’anno, novità di poeti italiani (Alberto Pellegatta, Giancarlo Pontiggia), novità internazionali (Adonis), classici riscoperti. «I poeti contemporanei, anche i meno giovani, guardano al mondo dei social con entusiasmo, perché consentono di recuperare un rapporto diretto con i lettori», aggiunge Belmonte.
Non tutti sono d’accordo, anzi. Qualche tempo fa lo scrittore Aldo Nove, in una articolata dissertazione su questo giornale, aveva definito i social «degli sfogatoi in cui chiunque può pubblicare ciò che personalmente ritiene poesia».
La fulmineità dei social network, sostiene Nove, non c’entra nulla con dinamiche complesse e lunghe come quelle della poesia. E «un aspirante poeta diventa tale dopo un tempo incommensurabile rispetto a quello che anima i social». Altro che Instapoets, insomma.
Seppur con minore veemenza stilistica, è sulla stessa lunghezza d’onda il poeta Gian Mario Villalta, direttore artistico di Pordenonelegge, il festival che ospita i massimi autori internazionali, ma anche quelli emergenti e locali, portandoli a contatto con centinaia di spettatori.
Torna a settembre il programma poesia, tra letture, incontri, interviste. «I social possono essere utili per comunicare e richiamare il pubblico, ma non sono ancora il luogo della poesia», aggiunge Villalta: «Ogni singola poesia va vista nel suo contesto. Se oggi scrivessi su Twitter “M’illumino d’immenso” verrei coperto di insulti». La poesia, sostiene Villalta, ha un’altra natura, che non ha a che fare con la rapidità, con le frasi a effetto che rimbalzano sui social. Va assaporata nel tempo, in silenzio. «Se l’arte fosse solo emozione, comunicazione e efficacia, che differenza ci sarebbe tra arte e pubblicità?», si interroga. Less is more, in un certo senso. Ma se l’obiettivo è la diffusione del pensiero, come scriveva il grande poeta russo Iosif Brodskij in “Dolore e ragione” (Adelphi), allora la poesia dovrebbe essere disponibile in una quantità di gran lunga superiore a quella attuale. Chissà cosa avrebbe pensato di Instagram il Nobel scomparso nel 1996: non si può escludere che lo avrebbe apprezzato. «A mio modo di vedere, i libri dovrebbero essere serviti a domicilio», scrive Brodskij: «Dovrebbero essere considerati beni di prima necessità e avere un costo minimo. Esclusa questa possibilità, si potrebbe vendere la poesia nelle farmacie (se non altro ne risulterebbe una riduzione delle spese psicoterapeutiche)».