Anatomia di un confronto: da una parte Doc - nelle tue mani ambientato nell’ospedale dei sogni. Dall'altra quello di Grey's Anatomy in cui entra con prepotenza la tragedia del Covid. Non è obbligatorio seguire la realtà ma alle volte il tempismo conta

C’è una perversione sottile e insidiosa che caratterizza lo spettatore delle serie ambientate in ospedale. Una sorta di forma nervosa che trae piacere dall’intrigo in camice, dallo stetoscopio che oscilla, dalle mani guantate che mescolano fegati con agilità tanto è solo televisione, mica l’infausto bollettino delle sei che ci accompagna da quel di marzo. E in questa sottile perversione lo spettatore che segue Grey’s Anatomy ha una stelletta di merito appuntata sul telecomando, perché seguire per 368 episodi spalmati in 17 stagioni richiede una notevole forza d’animo.

Eppure, come si è visto con chiarezza in questa ripresa (fresca fresca, su Fox) non c’è gara.

Pur cullandosi diabolicamente nella sua ostinata tendenza all’inverosimile, la serie più longeva d’America si è guardata intorno e si è infilata all’istante dentro il racconto del virus con una naturalezza da mestieranti accreditati. Mostrando gli applausi ai medici, le mascherine e i dispositivi di sicurezza, via gli interventi, sale operatorie chiuse, pronto soccorso in affanno, morti in solitudine e intimo strazio. Alla faccia della negazione, per mostrare in tv quel che realmente accade nel fuori in tempo reale. Perché va detto, ognuno fa meglio quel che sa fare meglio. A noi la carbonara, a loro le serie tv. In Italia ci stanno provando a produrre con guizzi vari, ma resta imperante la difficoltà ad aggiornare le lancette dell’orologio.

L’ultimo successo di peso, nel senso di oltre otto milioni di spettatori, è stato Doc-Nelle tue mani, uno sceneggiato vecchio stampo, con i buoni dalla faccia da buoni e i cattivi con la faccia da cattivi, praticamente uno spoiler attoriale. Ambientato in corsia nell’ospedale più efficiente che la storia ricordi, una trama avvincente tagliata con l’accetta, alcuni interpreti di pregio che compensavano altri ai limiti dell’insostenibile e un desiderio soffuso di lieto fine.

Ma al tempo stesso, episodio dopo episodio, mentre l’inferno ribolliva in un Paese diviso per colore, veniva da chiedersi dove accidenti fosse quel limbo lindo e pinto, senza attese, né burocrazia, nessuna barella in corridoio, nessuna mancanza di personale, solo sorrisi, strette di mano, comprensione e piante nell’atrio. E un virus completamente assente. «Ci sarà nella prossima stagione» assicurano. Che vedremo più o meno tra un anno.

Insomma, niente di male, non c’è un motivo per cui si debbano strappare i titoli dei giornali per le sceneggiature, e cavalcare il desiderio di evasione può avere il suo perché. Ma a volte il tempismo conta. E per dirla con Karl Kraus, se due hanno un pensiero, esso non appartiene a quello che lo ha avuto prima, ma a quello che lo ha avuto meglio.

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