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Cultura
marzo, 2020

È ora di rileggere Le mille e una notte. Perché raccontare ci salva la vita

Shahrazàd non può sconfiggere la morte ma si dimostra in grado di rinviarne ogni volta la minaccia. Attraverso le varie forme di amore. Non ultima quella del racconto

Dovendo ridurre gli spostamenti per le misure precauzionali di cui tutti sappiamo, mi consolo investendo il tempo libero in una magnifica raccolta di storie: no, non il “Decameron” - fuggire dalla peste “novellando” in campagna: sarebbe quanto mai coerente, in effetti - bensì “Le Mille e una notte”. Là fuori, in una caldissima giornata di tardo inverno, i pochi milanesi si guardano intorno circospetti; qui dentro, aperto uno dei quattro volumi della versione Einaudi in mio possesso, sono trasportato in un istante nel regno di Harún ar-Rashíd.

“Le Mille e una notte” sono l’esempio ideale di ciò che nelle “Lezioni americane” Calvino chiamava molteplicità. Molteplicità del libro stesso, innanzitutto: non v’è un’edizione definitiva di questa raccolta poiché è incarnata in codici differenti, di dimensioni e contenuto assai diversi, fondata su materiale indiano (il più antico), persiano, egiziano, arabico - il tutto stratificato lungo vari secoli. Molteplicità espressiva - le storie ne contengono altre, che ne contengono altre e così via - cui corrisponde una molteplicità fisica: l’universo delle Mille e una notte è felicemente poroso e attraversato da continue possibilità di senso: ogni porta nasconde un segreto, ogni anfora un jinn, una botola nel bosco la figlia di un re rapita da un demone, e il più piccolo particolare una storia che merita di essere raccontata. E ancora: molteplicità geografica: porti, carovane, città d’India e d’Arabia e di Persia - Baghdad su tutte - isole e continenti interi, reali o immaginari. Molteplicità umana: vi sono personaggi astuti, creduloni, saggi, spietati. Molteplicità, infine, sensoriale - e gratuito splendore dei dettagli, direi un incanto della mercanzia: la Storia del facchino e delle ragazze si apre con una spesa che annovera «mele di Siria, cotogne ottomane, pesche di Ammàn, gelsomino di Aleppo, nenufar di Damasco, cetrioli del Nilo, limoni d’Egitto, cedri sultanini, mirto odoroso, reseda, camomilla, anemoni, viole, fiori di melograne e rose bianche moscate».

Certo non tutto è di pari livello: come detto “Le Mille e una notte” sono un libro stratificato, su cui pesano inevitabili ripetizioni o lungaggini, e storie più dimenticabili di altre; ma molte fra esse sono gioielli della letteratura di ogni tempo. Ed è così bello abbandonarsi alla gioia del racconto per il racconto, seguendo l’arte dolcemente ripetitiva di Shahrazàd.

Ma c’è un altro aspetto per cui è interessante leggere “Le Mille e una notte” in questi giorni. Un aforisma del “Libro contro la morte” di Elias Canetti invita a opporre la narrazione alla fine biologica: «Raccontare, raccontare, finché non muore più nessuno. Mille e una notte, milioni e una notte». Si tratta, è appena il caso di dirlo, di una dolce illusione: la specie umana racconta fin dai suoi albori eppure i suoi componenti non mancano di morire: il «duro destino» della nostra finitudine, per metterla con Heidegger, resta intatto. Nemmeno Shahrazàd può sconfiggere la morte, e tuttavia si dimostra in grado di rinviarne ogni volta la minaccia. In quest’ottica, la celebre cornice delle Mille e una notte appare come un piccolo capolavoro di tecnica nonviolenta.

Il re dei Sassanidi Shahriyàr, tradito dalla moglie, la decapita e pretende una nuova fanciulla vergine ogni notte, da violentare e poi uccidere: difficile immaginare un peggior delirio di potere maschile. Dopo tre anni non vi sono più ragazze nel regno: ma la figlia maggiore del visir, Shahrazàd, ha un piano. Si lascia condurre dal re, e quando deve essere ammazzata prega di rivedere la sorella minore, la quale le chiede a sua volta di raccontare una storia. Shahrazàd comincia, la sorella e il re ascoltano, e al mattino la narrazione si interrompe sul più bello; Shahriyàr decide di non ucciderla per ascoltare il resto: e così per mille e una notte, fino al dissolvimento della condanna e al lieto fine.

Di volta in volta, di storia in storia, si dice che quanto verrà raccontato in seguito non è meno meraviglioso di ciò che lo precede. Così noi drizziamo le orecchie e un nuovo incanto ci sospinge avanti, benché il meccanismo che lo scateni sia sempre sovranamente semplice: curiosità contro divieto. Da qui magie, avventure, battaglie e amori di ogni sorta: la cornucopia di Shahrazàd non conosce fondo. Perché ha studiato, innanzitutto: è proprio la prima informazione che ci viene comunicata: «aveva letto i libri, le storie, le gesta dei re antichi, e le notizie dei popoli passati». Virtù come lo studio, la prudenza e l’intelligenza sembrano quasi sciocche, nella nostra società; rimedi inefficaci di fronte al dominio altrui: ed è un vero peccato.

Alla fine dell’anno scorso è uscito per effequ un eccellente libro di Roberta Covelli sulla nonviolenza, dal titolo quanto mai significativo: “Potere forte”. Checché ne dicano i suoi detrattori - spesso a causa di una malcelata fascinazione della forza - la nonviolenza non è affatto un metodo per aspiranti martiri, bensì un potere dall’altissimo valore trasformativo, unito a un’economia rigorosa dei mezzi. Nelle parole dell’autrice: «non si tratta infatti del semplice mancato ricorso alla violenza, che rischierebbe anche di tradursi in inerzia e, quindi, in ingiustizia. È invece una scuola di pensiero autonoma, un rifiuto attivo che sfocia in proposta».

Shahrazàd affronta Shahriyàr compiendo un passo di lato, senza sopprimere il conflitto ma impostandolo secondo regole nuove: con il fine ultimo della liberazione in luogo di quello, oggi così diffuso da apparire quasi automatico, della vendetta. Caparbia, preparata e astuta, Shahrazàd non è solo il modello dei narratori di ogni tempo; è anche una ribelle capace di spezzare - attraverso l’arte profonda e incantatrice della parola - il potere dell’individuo sovrano: correndo un rischio palese, come ogni militante della nonviolenza, ma con successo.

Non voglio dire che le cose siano sempre così facili, sia inteso: dopotutto questa è una fiaba che fa da contenitore ad altre fiabe. Ma il suggerimento resta integro - e il fatto che Shahrazàd sia una donna non è casuale. Poco prima di affrontare “Le Mille e una notte” ho letto un magnifico saggio di Ginevra Bompiani, “L’altra metà di Dio”, dedicato per gran parte ai culti femminili dell’Antica Europa e del resto del mondo: appunto l’altra metà del divino, che noi conosciamo soprattutto nella sua forma paterna fatta di divieti e stermini. C’è stato un periodo in cui le società matriarcali erano essenzialmente libertarie, ispirato alla pace e non all’annientamento, senza proprietà e senza sopraffazione di un sesso sull’altro? Forse, o forse no; l’importante è che resti quale possibilità sempre latente e riattivabile del genere umano. Scrive Bompiani: «Sembra che oggi tutto il mondo sia diventato la preda di delitti e castighi, come se non potessimo più uscire a respirare una boccata d’aria libera. Siamo chiusi in questa morsa che non ci dà respiro. E che, se solo si aprisse, esalerebbe una storia diversa, o cento storie diverse, plurali come la divinità che le ha ispirate». La resistenza di Shahrazàd può forse inserirsi in questa tradizione: una grande alternativa alla storia maschilista che ci è stata consegnata e si è depositata nei secoli, la cui logica è ancora oggi pervasa di violenza reciproca e sopraffazione.

Sempre nel “Libro contro la morte”, Canetti suggeriva di praticare «la precisione dell’amore», al fine di salvare o conservare «la vita dell’essere amato». È indubbio che nell’arte di Shahrazàd vi sia un livello di precisione assoluta, un’attenzione che deriva anche dal compito che si è scelta: salvare «le figlie dei musulmani» dagli osceni abusi del re. Non serve illudersi: alla lunga la morte l’avrà sempre vinta su di noi, ma attraverso le varie forme di amore che possiamo esercitare - non per ultima quella del racconto - possiamo vincerla a nostra volta almeno per un poco: aiutare chi è più debole, vivere senza arrenderci.

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