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Cultura
settembre, 2021

Michela Murgia: «Donne, gli uomini ricchi siamo noi»

Ci hanno insegnato che parlare di soldi non fosse educato. Per tenerci all’angolo. Per ribaltare i luoghi comuni, dieci storie di successi professionali di chi ha costruito una fortuna puntando solo su se stessa. Da Oprah Winfrey a Beyoncé. Il racconto dell’autrice del libro “Morgana – L’uomo ricco sono io”, scritto con Chiara Tagliaferri

Di denaro, di Dio, di politica e di sesso non si parla tra persone ben educate. Quest’opinione, eredità familiare, ha accompagnato gran parte del mio percorso adolescenziale, cercando di trasmettermi l’idea che trattare argomenti delicati guastasse i rapporti col mondo. Alle cene e alle feste meglio parlare del tempo, come gli inglesi, o al massimo di cibo, che dà luogo a discussioni sì, ma mai fatali. Il tentativo di convincermi che parlare di denaro fosse vile, di Dio troppo personale, di sesso volgare e di politica pericolosamente divisivo ottenne però l’effetto contrario, confermandomi che in realtà erano gli unici argomenti di cui valesse la pena occuparsi. A distanza di anni mi sono invece resa conto che mentre di Dio, di sesso e di politica ho ragionato anche pubblicamente in modo esplicito, la questione del denaro rimaneva legata a un certo pudore, come se avesse prevalso anche in me l’idea che parlare di soldi fosse una cosa vile. Il tabù del denaro, al netto del retaggio cattolico che ci impone di mostrarci tuttǝ sempre disinteressatǝ allo sterco del demonio, viaggia abbracciato anche a un pregiudizio di genere: se proprio qualcuno deve parlare di quella cosa volgare che sono i soldi, è meglio che a farlo non sia una femmina. Donne e soldi non stanno insieme per molte ragioni storiche, a partire dalla contrapposizione tra matrimonio e patrimonio che Jane Austen aveva già così ben investigato.

 

Le donne non hanno avuto diritto alla proprietà perché per troppo tempo sono state esse stesse una proprietà che passava dal marito al padre, accompagnate nei casi più fortunati anche da quel risarcimento chiamato dote. L’unico modo per avere accesso al denaro è stato per secoli quello di sposare un uomo che ne avesse. L’autonomia economica era esclusa: le donne non hanno potuto lavorare per secoli se non in ambiti familiari e quando hanno cominciato a farlo non hanno mai visto riconosciuto il valore della loro fatica. Quel dislivello storico ha strascichi così lunghi che nel settore privato ne paghiamo ancora le conseguenze: il gender pay gap in Italia viaggia tutt’ora su percentuali a cavallo tra le due cifre e gli uomini, siano operai, liberi professionisti o dirigenti, godono di stipendi più alti delle loro colleghe sin dall’inizio delle rispettive carriere. A compromettere la parità è proprio la mancata dimestichezza con l’idea di gestire dei soldi. L’Unicredit qualche anno fa lanciò un prodotto bancario telematico dedicato alle nuove generazioni, quelle che a diciotto anni cominciano ad avere bisogno di un conto dove mettere il denaro dei primi lavoretti estivi, di un part time universitario o del regalo di diploma. Dopo un anno dalla promozione del conto on line, le statistiche aziendali rivelarono che l’80% dei fruitori erano maschi.

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Le ragazze, già in partenza meno incoraggiate a cercarsi piccole fonti di reddito autonomo, avevano meno entrate e tendevano a metterle nel conto familiare, lasciandole gestire ai genitori. I dati di Unioncamere rivelano che purtroppo la tendenza a scoraggiare le donne nella gestione del proprio reddito non cambia nemmeno quando si esce dagli studi e si entra nel mercato del lavoro: l’accesso al credito bancario è molto più faticoso per le imprenditrici, che sono considerate dalle banche meno affidabili nella gestione dei soldi e si vedono dunque chiedere garanzie in solido a fronte di progetti d’impresa per finanziare i quali agli uomini basta semplicemente presentare un business plan. Le donne che aprono un’impresa preferiscono chiedere un prestito interfamiliare, laddove è possibile, perché è più semplice che domandare ai genitori di firmare una fidejussione, mettendo magari a garanzia la casa di famiglia. Il consiglio che in troppe case ancora viene dato alle donne non è quello assai saggio di Virginia Woolf, avere una stanza per sé e 500 sterline di rendita all’anno, ma quello di “sistemarsi” sposando un uomo ricco e dipendendo per sempre dall’agiatezza di qualcun altro.

 

È stata la presa di coscienza di questa situazione di ingiustizia economica, e dunque foriera di violenza, a convincermi che fosse importante e politicamente urgente cercare, insieme a Chiara Tagliaferri, dieci storie di donne che nell’ultimo secolo avessero provato a realizzare se stesse e i propri sogni attraverso l’indipendenza economica. Da Helena Rubinstein, che crea un impero commerciale partendo dalla cosa più effimera che esista, fino a Oprah Winfrey, nata povera e discriminata, ma divenuta padrona del salotto televisivo più importante degli Stati Uniti, non è stato facile trovare figure di donne che rientrassero nei canoni di libertà che per gli uomini sono sempre stati scontati. Nessuna delle donne che abbiamo trovato ha una storia semplice. Nadia Comaneci si è vista rubare tutto quello che ha guadagnato con gli ori olimpici e c’è voluta una vita intera perché tornasse padrona di sé in tutti i sensi possibili. Chiara Lubich, carismatica leader cattolica e osservatrice dei meccanismi capitalistici, inventò un modello economico umanamente non distruttivo che viene tutt’ora applicato a Loppiano, la città da lei fondata. Madame Clicquot, nome leggendario nel mondo dello champagne, per centuplicare il valore dell’azienda vinicola a Reims dovette attendere di diventare vedova di un marito imprenditorialmente inetto. Beyoncé, JK Rowling e Angela Merkel si sono affermate nei rispettivi ambiti con un talento e un impegno certamente fuori dal comune, ma il loro esempio è scalabile anche nelle comunissime vite di molte donne.

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In questa sequenza di Morgane indipendenti, che prima è stata podcast per StorieLibere e oggi esce come libro per Mondadori, abbiamo voluto inserire ineditamente anche Asia Argento, che a nove anni era già economicamente indipendente nel modo poco invidiabile in cui lo sono le persone costrette a contare solo su se stesse. La speranza, raccontando queste storie, è che qualunque donna possa un giorno rispondere, davanti al consiglio di trovarsi un uomo ricco, con la famosa frase che Cher disse a sua madre: non serve, mamma. L’uomo ricco sono io.

 

 

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