Gentile Presidente che sarai (sperando che non sia proprio tu, chiunque tu sia, ma eviterei fossi tu) vorrei chiederti tante cose, ma una me ne sta meticolosamente a cuore: sai cos’è un’idea? Una scintilla? Un’illuminazione?
Quando ti vedo camminare scortato dalle guarnigioni, quando ti trovo a presenziare stretto dal protocollo che t’immola, mi domando se hai mai assaporato l’utopia, l’invenzione fine a sé, l’autonoma espressione. Ti adocchio spesso in doppio petto ma con un cuore solo, a battere a metà, così diviso tra cerimonia ed equilibrio. Sicuramente non ti invidio, per me sarebbe inconciliabile stringere le mani col pensiero altrove, non riuscirei a fare un discorso alla nazione a reti unificate, sapendo che chi cambia canale mi rinviene, incontrare gli altri presidenti e non ambire a essere esteriore poiché frenato dalla convenzione.
Ma quello che ti chiedo è un’altra roba: sai cos’è la libertà, coltivare l’effimero, aver paura di sbagliare un verso, e soprattutto il sospetto di esserti inferiore? Quello che è un po’ il timore di ogni atleta, non fare le cose che faceva. Ti vorrei più intraprendente, meno convenevole, troppo ingessato per fomentare simpatia. Non a caso il più umano che ricordi è proprio quel Pertini che si agitava in balaustra e si sbracciava allegrotto.
Gentile Presidente, vorrei vederti saltellare dalla gioia durante un’inaugurazione, lasciarli di stucco gli altri funzionari, zompettare all’impazzata intorno al monsignore, fare la cavallina di fronte agli emirati. E invece no, sempre limitato dalla consuetudine, sorridente ma mai sganascione, accogliente ma raramente compagnone. E non perché non vuoi, ma perché non c’è tempo, salutato un ministro ne spunta fuori un altro e scorre l’agonia su questo Colle.
Rispetto a me sicuramente ti diverti meno, non perché lo spasso presupponga intelligenza, ma intanto le ore passano veloci. Da sempre mi chiedo che gusto c’è a non fare quel che faccio io? Come puoi tollerare sette anni rinunciando a ciò che a me salva la vita?
Sono preoccupato per te gentile Presidente, sapere che non potrai mai essere me stesso mi addolora, non sai cosa ti perdi a vivere nell’esercizio del contegno. Perché non ci invertiamo i ruoli? Tu ad inventare ed io a celebrare, tu a capire com’è difficile vivere d’immaginazione, e io a comprendere il complicato mestiere dell’assennatezza. Forse ne usciremmo entrambi rafforzati, io tornando al mio posto potrei dire «lo fa perché lo deve fare», e tu tornando al tuo diresti «lo fa perché non può non farlo». Una vita simile in fondo, a parte quella leggera sfumatura. Del resto anche tu, se mai vedessi come vivo, non capiresti come faccio a non essere te stesso, ai tuoi livelli tutto è superiore, dall’antipasto alla corsia preferenziale, dal dormiveglia a quando il gallo strilla.
Certo tu decidi più di me, anche se per me decido ancora io. Con tutte le difficoltà che ne derivano. Eppure mi rallegro, in maniera monacale e maniacale. Io ti ho risposto, tu quando lo farai Gentile Presidente? O preferisci solo Presidente?