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Cultura
ottobre, 2022

La Recherche di Marcel Proust in dieci temi (oltre le madeleine)

Gelosia. Tempo. Gli elementi classici ma anche altro. Uno scrittore rilegge il capolavoro dello scrittore francese per riscoprire temi e personaggi insoliti. Un invito alla lettura, tra ironia e meraviglia

Dio ci scampi dagli anniversari, pensavo; non scriverò nulla per il centenario della morte di Proust: guarda com’è andata con Dante. E invece. Ma è stato un caso: a inizio anno ho cominciato a rileggere la Recherche senza secondi fini, per puro gusto. Proust, del resto, è una malattia: chi la contrae è destinato a tornare in eterno su quelle pagine che, come ha scritto Giovanni Raboni, trascendono la letteratura — connotate come sono dalla tensione «verso una salvezza globale, verso un’esperienza spirituale assolutamente radicale e totalizzante».

 

Mentre rileggevo proprio la versione di Raboni, compilavo un diario di bordo dove registravo brani od osservazioni altrui: e i temi più ricorrenti non erano i grandi classici — gelosia, madeleine, tempo — quanto altri forse meno discussi. Così ho deciso di trarne un articolo, senza pretese di completezza e con un po’ di autoironia, anche perché nel romanzo è la duchessa di Guermantes in persona a deridere madame de Cambremer quando invita a “rileggere” Schopenhauer: «Rileggere è un vero capolavoro! Decisamente, questa ce la poteva risparmiare!». E invece.

 

La mia prima avventura proustiana si arenò, come spesso capita, sui Guermantes e le sue sterminate scene mondane. Stavolta invece il terzo volume mi è parso delizioso, e mi ha colpito più delle amate “Fanciulle in fiore”; altresì, diversamente da prima, ho preferito “La prigioniera“ a “Sodoma e Gomorra”. Insomma: rileggere misura anche il nostro mutamento, la vacuità — che Proust più volte denuncia — di un io inalterabile nel tempo. Ma che si legga per la prima o quinta volta occorrono sempre pazienza e attenzione: disconoscere le asperità della Recherche significa chiuderla in un ostensorio senza prendersi la briga di affrontarla corpo a corpo. Questo non implica visioni punitive dell’arte: a chi vi si accosta con dedizione, la Recherche ripaga ogni sforzo schiudendo le più grandi meraviglie; e come dice il Narratore parlando della “Sonata di Vinteuil», «l’ameremo più a lungo delle altre, perché avremo messo più tempo ad amarla».

 

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Minori
Il barone Charlus, coltissimo quanto insolente, generoso ma soggetto a sbalzi d’umore repentini, è uno dei più grandi personaggi della letteratura; le sofferenze di Charles Swann sono memorabili; e Albertine conserva un fascino straordinario. Ma che dire, ad esempio, di Saniette?

Uomo intelligente e maldestro, frequentatore del salotto Verdurin, «per la sua timidezza, la sua semplicità e il suo buon cuore aveva finito col perdere ovunque la stima procuratagli dall’erudizione d’archivista, dall’ingente patrimonio e dalla distinzione della sua famiglia». Dettaglio sintomatico: sono le doti a screditarlo presso i Verdurin, che esercitano su di lui forme di vero bullismo. Quando nessuno ride a una sua battuta, per paura di incorrere nell’ira dei padroni di casa, Saniette sorride da solo «come assaporandovi per proprio conto il diletto che fingeva di trovare sufficiente e che gli altri non avevano provato»: come non essergli solidali?

Nel cosmo della Recherche non esistono in realtà personaggi minori, perché tutti sono tratteggiati con pari cura: vi sono soltanto personaggi che ricorrono meno spesso, ed è una gioia osservare come Proust li difenda dai cliché, donando a ciascuno un tratto inconfondibile.

 

Pettegolezzo
Walter Benjamin: «Si potrebbe dire che Proust si propone di edificare l’intera struttura dell’alta società come fisiologia del pettegolezzo». C’è nella Recherche una diffusione illimitata delle notizie, un universale parlottio: tutti sanno qualcosa degli altri, tutti cercano l’occasione di saperne di più e godono alquanto nel confidare segreti scabrosi. Ma il risultato di tali chiacchiere è un approfondirsi dell’errore in luogo di un’amplificazione della verità: non c’è personaggio che non si inganni sugli altri e viceversa, e anche il Narratore appare tutt’altro che immune a tale malattia. Ciò nonostante, è proprio grazie al pettegolezzo che otterrà le informazioni necessarie per dipingere così bene i suoi personaggi — mostrando di aver fatto buon uso, forse l’unico buon uso, della mondanità.

 

Stupidità
Del resto i ricevimenti del libro sono dominati per gran parte dalla stupidità. Il Narratore, affascinato dai nomi dei commensali al primo ricevimento Guermantes, nota deluso quanto siano banali le persone che vi corrispondono. Alla fine pare che tutti fingano o si annoino da morire: dove il culmine di nichilismo è madame de Citri, che appare di sfuggita in “Sodoma e Gomorra”: «Aveva, del resto, una tale sete di distruzione che, quand’ebbe pressoché rinunciato alla vita mondana, i piaceri dei quali andò in cerca subirono uno dopo l’altro il suo tremendo potere dissolvente. […] Alla fine, decretò che la vita stessa era una gran scocciatura, senza che si capisse bene quale termine di paragone avesse in mente».

 

Opinione
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Crudeltà
I personaggi della Recherche indulgono spesso nello squallido piacere di umiliare gli altri. Il Narratore si vendica sulla nonna ironizzando sul suo farsi bella prima di essere fotografata, in modo da impedirle di apparire gioiosa nell’immagine; il tipo di meschinità che Proust racconta meglio di chiunque altro. I nobili Guermantes passano dalla passeggera infatuazione alla più violenta esternazione d’odio: Charlus, con i suoi continui squilibri, è il caso più eclatante; ma non è affatto l’unico. La duchessa Oriane ad esempio nega la serata libera a un lacchè perché è invidiosa dell’improvvisa felicità dipinta sul suo volto: del resto, come commenta Swann, «non si hanno impunemente mille anni di potere feudale nel sangue».

Ma non meno salda è la tirannia di madame Verdurin: abbiamo già visto come lei e il marito si comportano con Saniette; ne “La Prigioniera” riesce persino ad annichilire il volitivo Charlus. Insomma, l’etichetta addomestica appena la brutalità delle persone, e basta una piccola crepa nella maschera per farla tralucere: fenomeno certo non limitato alla mondanità dell’epoca.

 

Classi
In vacanza con la nonna nella località marina di Balbec, il Narratore osserva gli operai che scrutano gli ospiti attraverso le finestre dell’albergo; e accenna a «una grossa questione sociale: sapere se la parete di vetro proteggerà sempre il festino degli animali meravigliosi, se l’oscura folla che scruta avidamente nella notte non verrà a coglierli nel loro acquario e a mangiarseli». E nei Guermantes, girando alla ricerca di un appartamento, scopre ingenuamente che quasi tutte le case sono popolate da gente infelice. Di tanto in tanto, dunque, l’apparente uniformità dell’universo benestante si lacera mostrando la varietà di classi che lo nutrono, e con le quali talvolta si sfiora — ad esempio nel bordello di Jupien del “Tempo ritrovato”.

 

Comicità
Una deliziosa vena comica pervade l’intera Recherche. Qualche esempio: durante un ricevimento il Narratore dà dell’idiota al duca di Guermantes davanti a Charlus, dimenticandosi che sono fratelli («Che graziosa espressione», commenta il barone); lo scultore Ski, altro frequentatore dei Verdurin, s’inventa con sicumera una “linea dipartimentale” dei treni che non esiste e rischia di mandare a monte un viaggio; il direttore dell’albergo di Balbec infila uno strafalcione via l’altro («s’assorbiva» in luogo di «s’assopiva», «parafrasi» per «paragrafo», l’incredibile «fregole» per «briciole»); e l’irritato Saint-Loup rifila di colpo un ceffone a un giornalista. Ridere leggendo Proust: un’esperienza non meno frequente e non meno piacevole della commozione.

 

Morti
Ci sono morti superbe nella Recherche, quelle della nonna e dello scrittore Bergotte su tutte; ma la mia preferita è la fine di Saint-Loup, ucciso nella Prima guerra mondiale mentre protegge eroicamente la ritirata delle truppe. E forse per un rimorso legato alla scarsa considerazione che ha per l’amicizia, infonde nel Narratore maggior tristezza rispetto a quella di Albertine, ormai dimenticata. L’amico «doveva essere stato bellissimo nelle sue ultime ore», commenta. «Lui che in questa vita aveva sempre dato l’impressione, anche seduto, anche aggirandosi in un salotto, di contenere lo slancio d’una carica, dissimulando con un sorriso la volontà indomabile che c’era nel suo volto triangolare, era andato finalmente alla carica».

 

Riscrittura
Lo stile della Recherche, noto soprattutto per la sintassi articolata, è invece capace di repentine trasformazioni: la frase proustiana è assai più flessibile di quanto sembri; ed è sempre, sempre impeccabile. Il che è ancor più sbalorditivo se pensiamo alla mera quantità di pagine composte.

L’incessante riscrittura — «Da una versione all’altra, da una correzione all’altra», spiega Jean-Yves Tadié in “Vita di Marcel Proust”, «la pagina acquista una profondità, una trasparenza, uno smalto che al primo getto manca. Il grande artista si sottopone dunque a degli obblighi che i mediocri, gli scrittori alla moda e intercambiabili ignorano» — l’incessante riscrittura, dicevo, conferisce a ogni passo colore e purezza: basta aprire un volume a caso per restarne abbagliati.

 

Genitori
Dopo la morte del padre, Gilberte Swann assume il nome del patrigno come per vendetta postuma; la figlia del musicista Vinteuil sputa sul ritratto del genitore mentre amoreggia con la compagna; ma il peggio è la storia dell’attrice Berma nel “Tempo ritrovato” — un atroce romanzo di famiglia in quattro pagine. Nonostante sia anziana e malata, la Berma continua a recitare per soddisfare i desideri di lusso della figlia, che in realtà la disprezza. E quando tutti disertano il suo tè per andare dai Guermantes, lei fa servire il rinfresco e si accomoda a tavola, regina morente, «come per un banchetto funebre». Sono presenti solo la figlia e il genero che tuttavia, dettaglio spaventoso, a un certo punto fuggono alla chetichella per recarsi a loro volta dai Guermantes, «approfittando d’un momento in cui la Berma s’era ritirata in camera sua, a sputare un po’ di sangue».

 

Ma
La Recherche tende verso un cosmo di essenze al riparo dalla corruzione temporale, che l’arte sola permette di contemplare e che si contrappone allo svelarsi — quasi leopardiano — della vanità di ogni valore terreno: il possesso amoroso è impossibile, l’amicizia inutile, il piacere transitorio. Quando sta per recarsi all’ultimo ricevimento del libro, anziano circondato da anziani, il Narratore è al culmine della disillusione.

«Ma proprio, a volte, nel momento in cui tutto ci sembra perduto giunge l’avvertimento che può salvarci; abbiamo bussato a tutte le porte che non danno su niente e la sola attraverso la quale si può entrare, e che avremmo cercato invano per cento anni, l’urtiamo senza saperlo, e si apre». Uno splendido ma, più fiabesco che romanzesco, memore delle “Mille e una notte” che Proust tanto amava. A esso ne segue tuttavia un altro: «Ma stavolta ero ben deciso a non rassegnarmi ad ignorare il perché, come avevo fatto il giorno che avevo assaggiato una madeleine intinta in una tisana».

 

Solo ora, dopo decenni di procrastinazione, la ricerca della verità si mette in moto. La madeleine resta appena un inizio: affinché sia feconda occorre impegno: perciò ridurre Proust al collezionista di ricordi è cancellare il rivolgimento necessario per acquisire un sapere autentico: «Ciò che non abbiamo dovuto decifrare, chiarire col nostro sforzo personale, ciò che era già chiaro prima di noi, non ci appartiene».

 

Ma la visione quasi ascetica del bello che traspare dal “Tempo ritrovato” non mortifica affatto la ricchezza sensoriale ed emotiva accumulata nelle pagine precedenti. In un articolo intitolato proprio “Rileggere Proust”, Giacomo Debenedetti osservava: «Certe religioni funebri volevano che si seppellissero col morto gli oggetti più belli e familiari ch’egli in vita aveva amato: ed era per confortarlo nell’al di là. Con la sua offerta amorosa di cose belle, struggentemente vive, Proust sembra ripetere questi riti». E anche per questo, soprattutto per questo, rileggerlo ci rende felici.

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