Scandaglia uno dopo l’altro i paesini dell’Irpinia e della Puglia il poeta ambulante, sui tornanti della terra ferita dal terremoto del 1980 e nei borghi spopolati dell’Appennino. Candela, Ascoli Satriano, Anzano. Franco Arminio viaggia in nome della cultura, porta i suoi libri dove i libri sono scomparsi, dove mancano le biblioteche, le librerie e anche il resto. Come un viandante contemporaneo, lo scrittore pubblica il suo indirizzo e numero di telefono nei post su Instagram, in genere seguitissimi, parla con chi capita sul suo cammino, insegnanti, contadini, impiegati comunali, con un fervore che sfida l’immobilismo delle cose e dei sentimenti. «Nei paesi d’inverno non va nessuno. A Candela nel primo pomeriggio il paese sembrava tutto chiuso, ho trovato solo un bar aperto», dice Arminio tra una tappa e l’altra: «Un paese ben tenuto, a due minuti dall’autostrada, con un bellissimo paesaggio intorno e con una grande fabbrica di automobili non dovrebbe soffrire dello spopolamento. E invece ne soffre moltissimo».
Nella sua traversata lo scrittore paesologo di Bisaccia, in provincia di Avellino, porta con sé il suo nuovo libro: “Studi sull’amore” (Einaudi Stile Libero, pp. 184, € 16,50), 144 poesie più una della raccolta, composta da varie sillogi di componimenti. Versi in cui l’amore confina con la morte, poesie che parlano dell’amore carnale, del sesso e del desiderio, del corpo e dei suoi sussulti, portano verso Dio per vie traverse e inaspettate. E ancora, frammenti di vite e coppie speciali raccontati da un’angolazione inedita, tra gli altri Franz Kafka, Cioran, Pier Paolo Pasolini, Paul Celan e Ingeborg Bachmann, Henry Miller e Anaïs Nin. Un territorio molto battuto quello dei sentimenti, soprattutto per chi scrive in versi, ma esplorato in questo caso con strumenti originali. «Parlare d’amore per un poeta è come partecipare a una gara dei 100 metri a cui si sono iscritti in parecchi», chiosa Arminio, che frequenta luoghi solitari ma non disdegna la popolarità.
L’occasione è arrivata con il festival di Sanremo, dove per la prima volta la poesia ha fatto un’incursione decisa: Jovanotti, infatti, ha letto il componimento “Bello mondo” di Mariangela Gualtieri e Roberto Saviano, nel monologo per ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a 30 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, ha citato un verso del poeta nicaraguense Ernesto Cardenal. Non solo: sullo stesso palco, il cantante Marco Mengoni e l’attore Filippo Scotti, protagonista del nuovo film di Paolo Sorrentino “È stata la mano di Dio”, candidato agli Oscar, hanno letto la poesia “Mettiti in vacanza” di Arminio, tratta dal libro “La cura dello sguardo” (Bompiani), che invita le persone a guardare avanti. «D’ora in poi ogni giornata / sarà come prima / ma dentro di te / più netta e vera, più limpida / e sincera. / Tu devi solo la più grande dolcezza possibile / a chi verrà e a chi andrà via. / È festa nel tuo cuore/festeggia in qualche modo / il cuore degli altri». Per il poeta una bella sorpresa, che ha spinto “Studi sull’amore” nelle classifiche - già oltre 30mila copie vendute, un exploit per un libro di poesie - facendo storcere il naso ai puristi che non apprezzano la svolta pop. «Mi ha fatto piacere che abbiano scelto la mia poesia. Andare a Sanremo è coerente con quello che faccio ogni giorno. È una cosa inedita e segnala un cambiamento. Non siamo ancora al punto di invitare un poeta sul palco, prima o poi accadrà», ironizza Arminio, che coglie l’occasione per tratteggiare la sua idea di cultura: «C’è chi rivendica orgogliosamente la distanza tra Sanremo e la poesia, ma è un problema vecchio. È la scuola ad aver descritto il poeta come un eremita lontano dal mondo. Oggi la poesia è più presente perché si presta a essere veicolata attraverso i social». Una visione lontana dai cenacoli letterari, dal piccolo mondo degli addetti ai lavori. «La poesia non è una faccenda / dei colti, è quello che sfugge / alla cultura, / la poesia arriva dalla luce nascosta nella polvere», scrive Arminio nel suo congedo al termine del volume, quasi un manifesto che esalta il gesto di saluto proibito al tempo della pandemia. «La poesia istiga alla vita sensuale, / non è altro che una stretta di mano / in mezzo all’agonia».
L’amore impregna le poesie di Arminio fin dai tempi di “Cartoline dai morti” (Nottetempo, 2010) e affiora tra le pagine di “Cedi la strada agli alberi” (Chiarelettere, 2017), la sua voce mescola passione e disincanto, solitudine e fratellanza, i sentimenti occupano uno spazio che è anche un luogo geografico. Tuttavia, è la prima volta che l’autore dedica un intero volume all’amore, anche se le sue riflessioni risalgono all’adolescenza. «Quando andavo alle scuole superiori mi piaceva parlare d’amore nel bagno delle ragazze. E così anche nel pullman che ci portava a Lacedonia. Da allora sono passati più di quarant’anni, ma quando parlo e scrivo d’amore in fondo continuo a cercare un nuovo modo di incontrare gli altri». Le parole, in realtà, cambiano nell’arco della vita e da una generazione all’altra il discorso sentimentale si trasforma, così come le convenzioni sociali. Arminio allarga la riflessione all’evoluzione del Paese. «In Italia abbiamo sdoganato la pornografia, ma il dibattito sull’amore è rimasto povero. E invece dovrebbero proliferare i modi di amare, non possiamo imbottigliare le nuvole. Dopo gli anni Settanta abbiamo fatto dei passi indietro, invece la vita intima è un fatto politico. Ci sono persone che si collocano politicamente a sinistra ma dal punto di vista sentimentale sono di destra», aggiunge, precisando l’obiettivo del suo libro: «Non si tratta di una raccolta di confidenze sotto le lenzuola di Arminio, ma vuole dare un contributo a temi sociali, civili. Bisogna rimettere l’amore nell’agenda politica».
Oltre all’amore, anche il sesso si trasforma con il passare del tempo. Scrive Arminio: «Il sesso migliore forse / si fa negli ultimi anni / della nostra vita. / Finita la foga percussiva / si procede con movimenti / limitati e più della spinta / valgono i sospiri. / Da giovani c’è sempre fretta, / c’è una forza che nuoce al sesso, / lo rende senza indugi/e manca quella malinconia/che rende più sensuali i corpi, / li fa abbracciare con l’idea / che non si abbracceranno / ancora tante volte. / C’è poco da fare, l’amore / è sempre un po’ fratello della morte».
Nelle poesie di Arminio la morte è un motivo ricorrente, che si intreccia con l’amore. Eros e Thanatos, le due pulsioni contrapposte della mitologia greca e della teoria freudiana. Secondo il poeta, l’amore, la poesia e la politica sono tre strumenti per dare significato al nostro tempo e sconfiggere il senso della fine. «Non ho mai visto un bravo scrittore che non avesse confidenza con la morte. Leopardi l’ha detto benissimo: se rimuovi la morte, rimuovi anche l’amore», prosegue Arminio. E vengono in mente i versi di “Corrado e Cristina”: Corrado Alvaro, lo scrittore di San Luca («L’Aspromonte stampato sulla faccia») e Cristina Campo («La poetessa che aveva più confidenze con Dio che con gli uomini»), vicina al letto del poeta nella sua ultima notte, l’intreccio dei sentimenti, la sacralità dell’incontro. «Ora io penso a Corrado e a Cristina / penso alla vicinanza tra la terra greca / di Corrado e le rose bulgare di Cristina. / Penso a chi muore in questi giorni avvolto / in una busta e non mi pare sopportabile / che la modernità sia diventata / la fossa comune dell’economia, / il cieco rifiuto alla morte, a Dio, / alla poesia».