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Cultura
marzo, 2022

Al circolo di scrittura expat

Gli scrittori sono nomadi per definizione. Ma vivere fuori dall’Italia come influenza la scrittura, lo stile, i temi? Da Mario Desiati a Laura Imai Messina, da Cristina Marconi a Vincenzo Latronico, gli “spatriati” raccontano​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

Un soggetto con una nuova identità si aggira per l’Europa, e molto più lontano. Non è un fantasma, semmai un’apparizione. Attraversa confini fluidi, parla più lingue, ma ne ha una segreta che lo definisce. Porta con sé qualcosa di malinconico e qualcosa di splendente. È la nuova scrittrice, o scrittore expat o espatriata, ma meglio faremmo a definirla nomade, di un nomadismo che può praticare la permanenza come l’impermanenza. Sono lontani i tempi dell’esilio di Dante, Foscolo o Mazzini, dell’emigrazione messa in poesia, tra molti altri, da Campana o Pavese. Autori noti e nuovi sperimentano oggi una condizione molto diversa, affascinante e agrodolce, non priva di asprezze e straniamenti, ma ricca di aperture e di possibilità. Autori che non sono più tanto pochi, se nel 2021, per Bookcity, il Laboratorio Formentini per l’editoria diretto da Giacomo Papi ha dedicato loro la Prima Internazionale delle Scrittrici Espatriate, dove il femminile ricomprende anche il maschile. A questi autrici e autori abbiamo chiesto in che modo il vivere all’estero ha influenzato la loro scrittura narrativa o saggistica, i temi, lo stile.

 

Risponde per primo da Parigi, la più classica delle mete, Diego Marani, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. I molti anni trascorsi a Bruxelles alla Commissione Europea lo hanno spinto a riflettere spesso sulla condizione di chi vive in differita linguistica. «Vivendo all’estero mi trovo a leggere soprattutto narrativa straniera, e questo ha condizionato sicuramente le tematiche della mia scrittura», racconta Marani: «Anche quando parlo di cose italiane o autobiografiche sono spinto ad evitare una scrittura italo-italiana. E anche il mio stile risente di questa esposizione, diventa più semplice, più lineare. Scrivendo, in qualche modo penso già alla traduzione di quel che scrivo». Ben venga, per questo scrittore, la diversità che arricchisce, la distanza che consente di guardare l’Italia da lontano, con maggiore nitidezza.

 

Ancora a Parigi troviamo Chiara Mezzalama, scrittrice forse predestinata al “vivere fuori” dall’infanzia al seguito del padre diplomatico, che ha raccontato ne “Il giardino persiano” (E/O): «A Santa Maria di Leuca ho visto la linea di demarcazione tra il mar Ionio e il mar Adriatico; è sempre mare ma non ha lo stesso colore. Ecco, mi sento un po’ così, a bagno tra due lingue e questo non può che influenzare la scrittura sia nella forma che nei contenuti, è una questione di sfumature e di distanza. Paradossalmente sono più vicina all’italiano da quando vivo in Francia, come in una relazione sentimentale a distanza, nella quale ogni parola conta, deve essere amata, curata. Il francese invece è territorio di esperimento, un corpo a corpo quotidiano».

 

Un mondo che deve continuamente essere attraversato nei due sensi impone sempre una presa di misure. Ce lo conferma, sempre da Parigi, Andrea Inglese: «L’esperienza dell’espatrio in Francia ha influito in modo diverso su poesia e prosa. Da un punto di vista narrativo, l’espatrio parigino è divenuto il “soggetto” del mio primo romanzo, “Parigi è un desiderio” (Ponte alle Grazie). Da un punto di vista poetico, è stato invece l’orizzonte delle scritture di ricerca francesi a influenzare la mia pratica. E se la lontananza dall’Italia non “disturba” la mia scrittura poetica, “impensierisce” invece quella romanzesca, in quanto limita l’ascolto delle voci della lingua italiana parlata».

 

Dalla Francia in Germania. A Berlino, il tema dell’essere expat si pone con forza come materia stessa del narrare. Prendiamo Vincenzo Latronico in “Le perfezioni” (Bompiani), romanzo breve in cui racconta, con toni che ricordano quelli di Paolo Cognetti nei suoi primissimi libri, prima di prendere la via della montagna, la seduzione della vita perfetta, la vita-da-Instagram, che influisce su tutti noi. I protagonisti sono expat per eccellenza, due giovani designer trasferiti a Berlino nell’inquieto giro del millennio. Latronico commenta: «Vivere in Germania ha l’effetto paradossale di avvicinarmi alla sfera anglofona: perché le riviste che leggo sono quelle statunitensi, e la comunità internazionale di cui faccio parte gravita attorno a quel centro ideale. E quindi finisco spesso per sentirmi alla periferia di un sistema internazionale, anziché parte di una tradizione culturale nazionale. Percepisco, certo, anche un impatto stilistico, ma questo per ora mi pare paradossalmente positivo: l’italiano è sempre più per me una lingua d’arte».

 

Un altro autore, Mario Desiati, intitola proprio “Spatriati” (Einaudi) il suo ultimo romanzo: «Gli anni a Berlino hanno influito molto sulla mia identità, e quindi sulla scrittura e la visione del mondo. Ho scoperto un’angolatura nuova, nuove sensibilità, nuovi sguardi, anche un senso di inferiorità che si vive sempre quando si inizia una nuova vita dove non padroneggi la lingua e le relazioni sono tutte da costruire. Per relazioni intendo tutto quel che gira attorno ai rapporti umani: educazione, visioni, comunicazione». “Spatriati” ha «risentito del tedesco che apprendevo, ma soprattutto del ritmo nuovo che vivevo». Nella prima parte in Italia, «i personaggi si muovono quasi al passo delle arie gorgheggiate nel centro storico di Martina Franca durante il Festival lirico che si svolge tutta l’estate. La seconda parte a Berlino invece è il frutto del ritmo sincopato della techno che occupa i lunghi weekend della città. Di fondo c’è anche un rapporto tra il dialetto con le sue diverse e innumerevoli sfumature che hanno le parole da contrada a contrada, e il tedesco con la sua precisione».

 

Non a caso proprio la “Lingua madre” (Italo Svevo) è la materia radiante del romanzo d’esordio di Maddalena Fingerle, che risiede vicino Monaco dai 18 anni e con quest’opera ha vinto il Premio Calvino e il Megamark. «Questo libro, che racconta l’ossessione linguistica di un bolzanino, l’ho scritto grazie alla distanza dall’Italia, perché è proprio vivendo all’esterno che mi sono accorta di alcuni cortocircuiti altoatesini che mi sembravano interessanti», racconta: «Vivendo immersa in una lingua che non è la mia, il tedesco, sperimento una situazione di costante insicurezza linguistica in entrambe le lingue, e questo mi porta a interrogarmi sulle parole, a fissarle, a sezionarle».

 

Cambiano i Paesi, ma l’esperienza dello straniamento porta a conseguenze simili. Da Londra, la giornalista e scrittrice Caterina Soffici, in libreria con “Quello che possiedi” (Feltrinelli), racconta: «Per me la distanza fisica è stata un filtro fondamentale. Credo che abbia avuto un impatto forte sulle storie che ho scelto di raccontare e sulla scrittura. Non solo in termini di linguaggio, ma anche di urgenza narrativa. Il mio ultimo romanzo è ambientato a Firenze e non avrei mai potuto scriverlo se non avessi lasciato Firenze prima e l’Italia poi».

 

L’impatto con la lontananza funziona anche al contrario, come per Cristina Marconi, che da poco ha pubblicato “A Londra con Virginia Woolf” (Perrone) e dopo molti anni in Inghilterra è tornata, nei giorni della Brexit, a vivere a Milano: «Londra ha una voce che ho cercato di restituire, di afferrare nelle mie pagine. Per me la città ha rappresentato, se non l’ispirazione vera e propria, sicuramente lo stimolo a scrivere: dovevo capirla, spiegarla a me stessa. Ora che sono rientrata fatico a liberarmene e mi dico che se non sono più parte del grande ingranaggio non sono più autorizzata a raccontarlo. Il distacco in compenso mi sta aiutando a lavorare a un soggetto su una cosa inglesissima che ho in mente da tempo».

 

Riassume lo stato d’animo complessivo Marco Mancassola, scrittore veneto da molti anni a Londra dove nel 2017 ha avviato il Festival of Italian Literature in London: «Essere un autore di madrelingua italiana fuori dall’Italia è un’esperienza di utile estraniamento. È come l’astronauta che vede la Terra da fuori. È anche un’esperienza di euforia. La frizione quotidiana con un’altra lingua ti offre continuamente il sottile arcobaleno delle sfumature di significato, di ciò che è esprimibile solo in una lingua o nell’altra. Ti immergi nella nuova lingua come in un rifugio dalle frasi fatte, dal linguaggio televisivo, dagli impoverimenti della tua lingua d’origine; dopo un po’ ti accorgi che anche la nuova lingua soffre le stesse malattie», sottolinea Mancassola: «Vivere all’estero è anche un’esperienza di umiltà. Dal tuo osservatorio senti che le lingue sono l’eterna balena bianca. Il sogno di ogni scrittore, dominare la lingua, è destinato a un glorioso fallimento».

Fin qui i dispacci, potremmo dire, dall’Europa. Ma il nostro continente non esaurisce certo l’esperienza del lontano con cui la letteratura si mette alla prova. Due autori, tra molti, si sono avventurati nell’Altrove più altrove: Marco Lapenna, che ha esordito con il romanzo “Latitudine 0” (66th and 2nd), e dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Cordoba in Argentina; e Laura Imai Messina, che dall’età di 23 anni vive a Tokyo e del Giappone ha fatto la materia della sua scrittura, come in “Tokyo tutto l’anno. Viaggio sentimentale nella grande metropoli” (Einaudi).

 

Sintetico e chiarissimo Lapenna, di formazione traduttore: «Vivere all’estero non solo ha influenzato la mia scrittura, si può dire che ne sia una causa scatenante. Dal contatto con l’alterità scaturisce una più scabra e nitida visione del mondo, e l’esigenza di raccontarla. È come se la frizione con lo “straniero” erodesse la superficie delle cose per metterne a nudo gli aspetti universali».

 

La mia patria, racconta Laura Imai Messina, «l’ho sempre avuta addosso, fisicamente, e questo mi ha aiutato a non provare nostalgia. Ho scavato con un cucchiaino un percorso che altrimenti non sarebbe stato lo stesso, ho goduto della libertà immensa di parlare e scrivere senza essere veramente capita, e sono stata una persona molto diversa in italiano e in giapponese, due lingue così diverse: se l’Italia è una patria il Giappone è una “matria” e questa situazione ibrida mi pacifica, mi fa accettare la mia unicità. Anche per questo mi sono sempre rifiutata di definirmi expat. Come se scrivendo ogni giorno, in un caffè, in treno o sui gradini di un santuario, io mi costruissi un mio spazio, che è la lingua. La lingua è effettivamente un luogo per me», l’unico Paese da cui non si può partire e che non si può perdere.

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