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Cultura
luglio, 2022

«Noi, guerrieri da salotto, ci stiamo illudendo di capire il conflitto in Ucraina»

Frammentato. Superficiale. Il racconto della guerra manca di profondità e di sguardo di insieme. E mentre tutto si svolge sotto i nostri occhi, ne sappiamo sempre meno. Dialogo tra Lucio Caracciolo e Antonio Scurati

Brutale, ma decisiva. Dolorosa, ma rivelatrice: la guerra accompagna la nostra civiltà. Però, mentre la tradizione classica considera il combattimento un momento che avvicina alla verità, noi siamo immersi nella nebbia: la guerra in Ucraina è raccontata in modo deviante, senza visione d’insieme né profondità. Condannati a non capirne granché, assistiamo al contrario alla inesorabile messa in discussione di categorie come spazio e tempo, allo sgretolamento dell’idea di Occidente, alla prova da sforzo dell’Europa. Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes e tra i più puntuali osservatori delle mutazioni geopolitiche contemporanee, e lo scrittore Antonio Scurati, che ha appena riaggiornato il saggio “Guerra. Il grande racconto delle armi da Omero ai giorni nostri” (Bompiani), riflettono sulla guerra in corso.

 

Scurati, partendo dall’epica antica, lei analizza archetipi millenari, significati e valori che la guerra esprime. Quali echi classici ritrova in questo conflitto, e cosa invece dell’attualità smentisce ciò che della guerra sapeva?

Antonio Scurati: «La costante rispetto a una tradizione millenaria che racconta la guerra è l’illusione che si tratti di un momento di verità. Nella tradizione occidentale io individuo un paradigma, che risale all’epica omerica e all'Iliade: la guerra è “il paradiso dello spettatore”, cioè un accadimento umano governato, nella narrazione, dal criterio della “piena visibilità”. Gli eroi di Omero, prima di scontrarsi in battaglia, devono essere pienamente avvistati, con una tecnica che diventerà una convenzione, la “teicoscopia”, lo sguardo dall’alto delle mura dell’individualità nelle sue caratteristiche distintive. Solo dopo questo momento inizia il racconto del conflitto. Questo perché gli eroi prima di uccidere o di essere uccisi devono potersi offrire allo splendore della gloria: la piena visibilità li fa riconoscere, in modo che possano brillare anche per un solo istante, ed essere eternati attraverso il canto del poeta. Se ciò non accadesse morirebbero in maniera anonima, nell’indistinto della mischia. Questa convenzione narrativa porta con sé un enorme bagaglio etico, estetico e metafisico. Nel senso che svela lo sguardo di una civiltà che non concepiva una vita dopo la vita. Quella civiltà incentra lo sforzo umano perciò verso questo istante luminoso, che sarà ricordato dalla posterità. Da ciò discende una tradizione, che ha evidenze anche nel cinema e persino nella teoria militare, che fa sì che in Occidente continuiamo a pensare alla guerra come momento della verità, in cui i contendenti si mostrano nei loro valori e nelle loro identità. E i conflitti rivelano, danno la possibilità di comprendere la realtà. Questa è l’invariante: credo che anche nel caso di questa guerra ci sia la tendenza a credere che possa essere decisiva e rivelativa. Dall’altro lato, però, dobbiamo constatare che sul piano morale noi occidentali europei riconosciamo che questa guerra non ha giustificazioni, nulla di epico. Ma temo che quell’archetipo omerico, in maniera inconsapevole, continui a influenzarci».

Lucio Caracciolo: «Trovo affascinante l’interpretazione della guerra a partire dal paradigma omerico: la visibilità, la gloria. Siamo però in un ambito poetico e la ricostruzione è successiva agli avvenimenti che si presume siano accaduti sul terreno. La narrazione che noi facciamo oggi è tutto fuorché poetica, ed è una narrazione “in tempo reale”, contemporanea a ciò che ci fanno vedere che accade sul campo di battaglia. Soprattutto, non avendo il privilegio della visione distaccata degli eventi, se leggiamo la guerra così come ci viene raccontata in tv e sui social media abbiamo l’immagine di un quadro puntinista in cui non c’è assolutamente né una visione di insieme né tantomeno una profondità. Siamo nelle due dimensioni, ci sono punti come singoli fatti di cronaca dell’orrore, che non riusciamo a congiungere e che vengono selezionati in base alla capacità di informazione e/o di propaganda delle parti in causa o di chi racconta la guerra. Tutto non al servizio di una rappresentazione dall’alto, e neppure di una rappresentazione dal basso, ma rasoterra, in cui se una persona non ha informazioni precedenti sulle origini, le cause, gli eventi passati delle parti in causa, difficilmente riesce a capire qualcosa. Fondamentale nella narrazione è poi la demonizzazione dell’avversario. Sia l’attuale Stato ucraino che lo Stato russo escono di risulta dalla decomposizione dell’impero zarista prima, e dell’unione sovietica poi.

 

La narrazione ne ignora la complessità, non riconosce i motivi del conflitto, tende piuttosto a demonizzare da una parte dall’altra il nemico, sia l’imperialismo russo che il cosiddetto nazismo ucraino. Mancano tutte le premesse per una narrazione che racconti spiegando, contestualizzando, unendo i puntini. Non possiamo certo pretendere che rinasca Omero, ma il modo in cui stiamo raccontando questa guerra, più di altre, è particolarmente deviante. E ci lascerà basiti anche davanti al suo esito: perché non spiegato, non previsto. Quale sarà? Non lo so. Ma non sarà -per usare un termine di Scurati- “decisivo”, perché è una guerra con troppa profondità per risolversi con una campagna militare».

Antonio Scurati: «Caracciolo usa un termine preso a prestito dalla storia della pittura, “puntinismo”, illuminante. E io non lo trovo in contrasto con ciò che dicevo. Nel senso che, durante tutta la modernità il paradigma omerico della guerra è stato contestato. Penso a Don Chisciotte, romanzo fondativo della modernità europea, che è una parodia dei poemi cavallereschi. O al passo della Certosa di Parma di Stendhal in cui il giovane Fabrizio del Dongo parte alla ricerca di Napoleone, finisce nel mezzo della più grande battaglia di tutti i tempi, Waterloo. Ma in una prospettiva rasoterra, appunto, è talmente frastornato da non capire di trovarsi in battaglia. Cosa accade con la contemporaneità, e in particolare con la prima diretta televisiva da un fronte di guerra? Prima guerra del Golfo, la notte tra il 18 il 19 gennaio 1991, il paradigma omerico viene riabilitato in maniera surrettizia. Seduti sul divano, a migliaia di chilometri di distanza, abbiamo l’illusione di essere lì perché in quel momento ci viene raccontata la guerra, attraverso immagini poverissime di contenuto informativo - i traccianti della contraerea sul cielo di Baghdad e il corrispondente Peter Arnett nella stanza dell’Al Rashid Hotel che dice: io sono qui, ma di quello che sta accadendo so meno dei miei colleghi nella sede di Atlanta -ma quella diretta genera in noi l’illusione della presenza. Caracciolo ha ragione quando dice che questa narrazione della guerra è all’insegna di una frammentazione sempre maggiore, dell’impossibilità di uno sguardo d’insieme che conferisca un senso all’accadimento. Ma ciò non toglie che il puntinismo dia a noi, guerrieri da salotto, l’illusione della presenza, e della comprensione. Bisogna capire anche quanto sia pregiudicante la demonizzazione dell’avversario. Perché la demonizzazione è reciproca. Pensiamo al paradosso per cui i due contendenti militari si accusano reciprocamente di nazismo, come per gettarsi addosso lo stigma del male assoluto. Ripenso a una delle più importanti teorie politiche della guerra, quella di Karl Schmitt, che distingueva tra “nemici giusti”, ai quali si riconosceva la legittimità a muovere guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, e l’inimicus in senso ampio, cui non si riconosceva alcuna legittimità: potevi solo sterminarlo o essere sterminato. Questa narrazione della guerra rispecchia una situazione in cui ci sono solo nemici. Da distruggere».

Ma tutto ciò è inevitabile? O c’è un modo per riequilibrare la narrazione e favorire la comprensione, oltre le demonizzazioni reciproche?

Caracciolo: «La demonizzazione non è un’invenzione di adesso, è uno schema che legittimamente appartiene alla propaganda, e la propaganda è parte della guerra. Solo che chi è chiamato a narrare la guerra dovrebbe avere la capacità di mettere da parte le sue antipatie e fare un passo indietro. Altrimenti si va da quello che Scurati chiama la piena visibilità alla piena invisibilità. Noi oggi siamo in piena nebbia della guerra. C’è poi un’altra dimensione da considerare, che non favorisce la comprensione: ed è il diverso senso del tempo e dello spazio. Le guerre russe sono sempre state concepite a partire da una idea del tempo e dello spazio completamente diverso da quello delle potenze occidentali. Per informazioni rivolgersi a Napoleone, il quale dopo aver inseguito l’esercito russo fin dentro le mura del Cremlino aspetta vanamente che Alessandro I gli comunichi i termini della sua resa, e costui non gli comunica alcunché. Segue disastrosa ritirata, semplicemente perché Napoleone aveva una fretta maledetta di concludere la guerra, portando a casa gloria e successo. Sia il popolo russo sia quello ucraino hanno un’idea del tempo e dello spazio molto più dilatati rispetto alla nostra. Questo mi porta a riflettere su una categoria che noi usiamo in maniera un po’ automatica, che è quella di Occidente. Se c’è qualcosa che emerge da questa guerra è che il termine “Occidente” non rappresenta più molto. Se vogliamo confrontare lo spazio canonico che rappresentava l’Occidente durante la guerra fredda, cioè il Nord America e l’Europa, c’è una differenza di approccio già riguardo al tempo. Per dirla banalmente: i nostri governanti firmerebbero qualunque foglio di carta perché la guerra finisse, gli americani hanno una visione diversa, perché per loro questa deve essere una guerra che punisce la Russia e forse la distrugge una volta per tutte. L’Occidente è un corpo plurale di soggetti che stanno perdendo quello che immaginavano li collegasse».

Scurati: «C’è anche un diverso valore attribuito alla vita umana individuale e un diverso rapporto con la violenza. Noi europei d’Occidente avvertiamo Putin, e la Russia di Putin, come il nemico della nostra civiltà. L’ipotesi stessa che si possa invadere militarmente un Paese ce lo fa sentire come nemico della nostra civiltà. Ma anche la disponibilità degli Stati Uniti ad armare gli ucraini, a inserire questo conflitto nella loro strategia geopolitica globale, ci risulta estranea. E quindi questo “noi” non si estende sulle due sponde dell’Atlantico ma è molto più circoscritto, abbraccia le nazioni dell’Europa continentale ma probabilmente non arriva neanche fino alla Gran Bretagna che su questi temi è più affine agli Usa che non a Spagna e Francia, Germania, Italia e Austria. E non sono solo le strategie geopolitiche che non coincidono più, ma anche i valori: il valore che noi attribuiamo alla vita umana fa sì che non siamo più un solo popolo».

E qui si apre la grande questione del futuro dell’Europa, che la guerra sta denudando.

Scurati: «Dell’Europa vanno ripensati i confini, e non nel senso di continuare ad allargarli ma di rimettere in discussione gli allargamenti degli ultimi decenni. Non può esserci unità politica europea se non all’interno di una comunità di interessi e di valori condivisi. Non può esserci unità politica europea senza una forza militare autonoma. E questa comunità di interessi, di strategie e politiche, per essere reale e non solo nominale, non può estendersi oltre l’Europa a 17, a 13?… sicuramente non l’Europa a 27».

Caracciolo: «Su dove passino i confini europei si può discutere, io resto dell’idea che dobbiamo affidarci all’acume di Giulio Cesare e di Ottaviano Augusto, i quali avevano stabilito la frontiera romana da qualche parte tra i fiumi Reno ed Elba, cioè il confine che separava le due Germanie durante la guerra fredda. Un’osservazione sul putinismo. L’ideologia di Putin cammina guardando indietro. Cioè lui non sta facendo altro, e questo legittima ogni orrore, che riportare la Russia dove deve stare. Quando ricorda la grande guerra del nord, 1700-1721, condotta dal primo imperatore russo, cioè da Pietro il Grande, non fa solo un riferimento geografico. Dice che questa sarà una guerra lunga, e in continuità con altre guerre in spazi abitati da popolazioni etnicamente e culturalmente russe. Un’altra cosa che caratterizza il putinismo è che un Paese così vasto non può che essere governato da un’autorità unica, centralizzata. E questa è la grande debolezza della Russia, che prima o poi la porterà alla rovina, perché quanto più centralizzi un impero così vasto ed eterogeneo oltre i limiti di sopportabilità, tanto più questa capacità di controllo comincerà a scricchiolare».

La nostalgia applicata alla politica: la convince l’idea del passatismo di Putin?

Scurati: «Credo che il passato sia proprio la spiegazione dell’inspiegabile per noi europei d’Occidente. Cosa dovremmo fare noi in una prospettiva storica? Dovremmo rafforzare questo “noi”. Per questo assisto con stupore alle dichiarazioni di chi vorrebbe immediatamente avviare una procedura per l’ingresso dell’Ucraina nell’Europa: sanno quello che stanno facendo? Non dovremmo invece avviare una procedura per estromettere dall’Europa l’Ungheria, la Polonia e quei Paesi che non condividono i principi fondamentali del trattato? Noi europei d’Occidente dovremmo coraggiosamente muovere dei passi verso una più forte unificazione politica dell’Europa, con una forza militare autonoma che poggerebbe paradossalmente su una diffusa cultura di pace, ormai matura».

Caracciolo: «Non credo che la proposta di Scurati possa avere in tempi visibili una sua realizzazione, per il fatto che stiamo parlando della parte di mondo più densamente intrisa di identità di coscienze, di culture nazionali e subnazionali. Quanti sono i confini in Europa? Ed è l’idea stessa di Stato ad essere entrata in crisi. L’Europa è subentrata, in un meccanismo surrogatorio, proprio mentre i vari stati perdevano la loro potenza. Temo che il futuro non vada nei termini integrativi proposti».

Scurati: «Siamo in un momento di crisi profonda. D’altra parte la crisi è caratteristica intrinseca delle democrazie occidentali. Quello che so è che se si vuole che propria idea prevalga bisogna lottare. E oggi la lotta è per la storia. La democrazia rafforza la società aperta invece di rinchiuderla dentro confini reazionari. E la lotta per la democrazia è una partita ancora aperta».

Caracciolo: «Una delle poche cose per me positive di questa guerra è che mi ha ricordato la nostra fortuna: con tutti i limiti, viviamo in un sistema che ci consente una libertà e un godimento dei diritti incommensurabilmente superiore a chi è invece in un regime in cui per comunicare ciò che pensa deve bisbigliare. Dobbiamo ricordarcelo. Non per entrare in una logica di guerra permanente tra democrazia contro il resto del mondo, ma per essere consapevoli del privilegio che abbiamo».

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