Cultura
15 gennaio, 2026Articoli correlati
Autrice raffinata. Ghost writer. Diva del music hall. Donna che dava scandalo con gli amori e con i libri. Parigi celebra con una mostra le tante anime della scrittrice. E l’Italia la riscopre
Definirla non è semplice e sarebbe anche ingiusto. Pure lei non avrebbe voluto. Perché Sidonie-Gabrielle Colette - la “grande Colette” per il grande pubblico - è una cosa ma anche la sua antitesi e quindi l’espressione massima della libertà individuale. “Classique ou moderne? Moraliste ou amorale? Engagée ou apolitique? Féministe ou antiféministe? Libre ou entravée?”. Così si interroga alla Bibliothèque nationale de France François-Mitterand di Parigi “Les mondes de Colette”, mostra su una delle figure letterarie più rilevanti del Novecento. «Non si può dire tutto in una sola esposizione, tanto la sua opera e la sua vita furono dense e plurime», spiega la co-curatrice Laurence Le Bras, responsabile della conservazione dei manoscritti moderni e contemporanei della BnF: «Tuttavia è possibile mettere in luce i fili conduttori e le grandi direttrici che la determinarono e fecero di Colette un’autrice dalla statura unica».
Con oltre 350 tra manoscritti, corrispondenze, opere, oggetti e stampe fotografiche esposte per la prima volta dopo oltre cinquant’anni direttamente dalla BnF, istituzioni (La maison de Colette e il Musée Colette) e collezioni private, si ripercorrono le tappe di una donna audace attraverso i luoghi, le atmosfere e i personaggi che l’hanno accompagnata tra realtà e finzione. L’impianto curatoriale concretizza così quello stretto legame tra vita e scrittura che è stato alla base di un successo letterario capace di parlarci ancora oggi.
Su di lei è stato scritto tanto, molti gli studi e le pubblicazioni. Persino il teatro e il cinema (con ben quattro film biografici) se ne sono occupati per quanto appunto denso e molteplice, spesso controverso, è stato il suo vissuto. Lontana dalle sperimentazioni dei suoi contemporanei da Cocteau a Radiguet, Colette ama invece sperimentare la vita. La sua è una scrittura intima e sociale, si aggira tra le pieghe dell’animo, dei rapporti e della società per mostrarci sfumature, complessità e contraddizioni. In lei c’è fame di vita e di scrittura, con lei la vita diventa protagonista e la scrittura aiuta a non vivere in superficie.
Anni felici e spesso rievocati quelli nella casa d’infanzia a Saint-Sauveur-en-Puisaye, un piccolo villaggio tra Digione e Orléans. Lì il tempo scorre tra gli affetti e a contatto con la natura. E sono appunto alcune foto d’archivio e in particolare una litografia di Luc-Albert Moreau a inquadrare quel mitico giardino familiare sentito come palestra dei sensi e scuola di osservazione sul filo di “Regarde!”, ricorrente e amorevole imperativo materno. Un perimetro magico a cui ispirarsi in seguito per le figure fiabesche de “La maison de Claudine” (1922) nel tentativo di traslare vere sensazioni spontanee in un universo immaginario. Forse è quest’empatia per il mondo animale e vegetale, tra l’altro consacrata con testi (Dialogues de bêtes,1904), collaborazioni editoriali (Regarde…, 1929 - Colette & Méheut) o semplici disegni, a insegnarle ad accettare la vita con i suoi impulsi e mutamenti. E poi viene il 1893, quel matrimonio (il primo di tre) con “Willy”, il trasferimento a Parigi e quindi l’età adulta e l’ingresso nel mondo. Il suo viaggio con la scrittura inizia qui con la pubblicazione di “Claudine à l’école” (1900), uno dei più grandi successi editoriali con circa 40 mila copie nei soli primi due mesi. La scrittura rappresenta sì l’iniziazione a un processo di osservazione e conoscenza di sé ma è anche sentita come molto altro, come strumento di indipendenza economica e di riscatto e affermazione della propria immagine dopo gli iniziali tentativi sotto pseudonimo, in realtà il nome del marito.
Proprio con il divorzio nel 1910, Colette prende atto di come al di fuori dell’istituzione matrimoniale l’autonomia economica femminile sia messa in forte discussione. Con la consapevolezza di sentirsi libera attraverso la scrittura, vuole misurarsi con attività artistiche parallele percepite anche come fonte di guadagno. Vivrà direttamente il mondo del music-hall, condividerà il palcoscenico con ballerine e saltimbanchi, realtà nel grande carosello della società mai pienamente integrate. Eppure da esplorare, ricche di umanità e modelli di riferimento per “La Vagabonde” (1910) e “L’Envers du music-hall” (1913). Una doppia precarietà l’essere donna e scrittrice: quando si lancerà nell’imprenditoria aprendo un salone di bellezza, lo spot pubblicitario “Siete a favore o contro il secondo mestiere dello scrittore?” è provocatorio e lascia a poche interpretazioni.
La sua affettività carica di sensualità sconfina le esperienze matrimoniali in diversi rapporti etero e omosessuali. Colette ci porta così tra i piaceri della carne, dei sentimenti e dell’amore nelle sue molteplici manifestazioni in un vissuto mai egocentrico ma con al centro la coppia dove il ruolo femminile è dominante (Chéri, 1920; Gigi, 1944). Grazie al proprio vissuto e a ciò che ha potuto cogliere, l’autrice finisce per profilare un tipo di donna noncurante delle convenzioni sociali e tantomeno attratta dall’immagine dell’eroina, che cammina nella società per raggiungere uno status di benessere e indipendenza. I suoi percorsi nell’umanità dal “grand monde” al “demi-monde” sono così diretti e autentici da spingere la critica a cogliere forti analogie con La Comédie humaine di Balzac (suo autore preferito). Nella sua vera passione per la scrittura non tralascia nulla: non solo il romanzo ma anche recensioni teatrali, cinematografiche e il giornalismo, da quello sportivo alle riviste di moda, con oltre 1200 articoli e la collaborazione con diversi quotidiani e riviste da Le Figaro a Marie Claire fino a Le Matin, Le Quotidien e Paris-Soir. Sicuramente una donna dall’espressione artistica a 360° che trova nella scrittura non certo prosaica o di fiction una compagna fedele. Nonostante l’infermità degli ultimi anni, continua infatti a osservare il mondo da quella finestra del suo appartamento al primo piano del Palais-Royal e a volerlo descrivere. Una vita, libertina agli occhi di alcuni, ma senza dubbio al di là di schemi e moralismi pagata al momento della sua morte con la decisione – non senza polemiche - di negarle la funzione religiosa. Eppure, le sono state riconosciute onorificenze dallo Stato e dal mondo della cultura: l’elezione alla Reale Accademia del Belgio, all’Académie Goncourt nel 1945 e il titolo (per la prima volta a una donna) di Grande Ufficiale della Légion d’honneur nel 1953. Ultimo gesto di riconoscenza, la celebrazione dei funerali di Stato nel cortile del Palais-Royal.
Perché parlarne ancora oggi? Per la sua determinazione a non cedere alle convenzioni sociali e per aver fatto da apripista ai diritti delle donne. Nonostante la sua dichiarata estraneità a qualsiasi forma di militanza femminista, Colette ha dimostrato l’irrinunciabile necessità di un’autonomia economica, base della libertà femminile. E, come è stato osservato, «l’universalità dei temi trattati e specialmente l’assenza di un giudizio definitivo su ciò che dovrebbe essere la vita, l’accettazione della sua diversità, autorizzano i lettori a proiettarsi in tutta libertà nelle sue pagine e poter sempre o parzialmente riconoscersi».
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