Cultura
15 gennaio, 2026Articoli correlati
Le radici autentichedel Rinascimento. I nuovi linguaggi della pittura.Il ruolo rimosso di donne e contadini. Le città e i Comuni. Un saggio rilegge la lunga epoca, tutt’altro che buia, ma intraprendente e gentile. E ribalta vecchi stereotipi
Non è stata ancora completamente abbandonata l’immagine di un Medioevo come oscura età di barbariche e spietate violenze. Quando iniziò a dilagare il Covid-19 ci fu chi, per farsi intendere, tratteggiò un probabile futuro a tinte fosche avvalendosi del terrorizzante termine invalso: «L’epidemia nell’epoca della globalizzazione», si lesse in un quotidiano: «Può dar origine ad un nuovo Medioevo».
Lo ricorda nell’attacco della sua “ouverture” Franco Franceschi, che con Paolo Nanni e Gabriella Piccinni ha curato e introdotto per Laterza un volume con un titolo che smentisce il diffuso stereotipo: “Medioevo che crea” (pp. 356, € 24).
I tre illustri medievisti hanno costruito un voluminoso dossier che in quattro sezioni approfondisce temi cruciali: le forme inedite nell’amministrazione delle città, i caratteri della vita civile, le trasformazioni tecniche raggiunte, gli innovativi linguaggi di un periodo fervido, nell’Italia e in Europa dei secoli X-XIV, di invenzioni e di sperimentazioni, di rivoluzionarie scoperte e di legislazioni protettive.
I ventiquattro componenti dell’impresa hanno composto un quadro ben diverso da quello in voga nell’opinione pubblica, non di rado attratta e sviata da una mirabolante e mostruosa “fiction”. È comprensibile che una periodizzazione che si dilata per un migliaio di anni abbia dato luogo a variegate interpretazioni. Tra l’Alto Medioevo e il Basso Medioevo, cioè il tratto a noi più prossimo coincidente con la nascita della cultura umanistica comunale, sussistono diversità abissali e anche la mappa in cui si manifestano è estremamente differenziata.
Che rapporto si può rinvenire tra i regni romano-barbarici e il sorgere di un senso delle comunità ispirato al perseguimento del “bene comune” e già alle soglie del cosiddetto Rinascimento? Armando Sapori sostenne che il Rinascimento stesso e altre categorie dai confini sfumati (perfino il capitalismo) ebbero le loro radici in decenni che di norma (si pensi alla Firenze tra Dante e Boccaccio) son qualificati in blocco medievali.
Il Medioevo fu in realtà una sequenza continua di transizione che mal si presta a essere sezionata in rigide scansioni. Anche quando si è voluto riscattarla mettendo in luce l’invenzione di accorgimenti tecnici destinati a riscuotere un successo strabiliante è stata taciuta la dimensione creativa.
Il concetto di “Medioevo creativo” si oppone esplicitamente a rilevazioni restrittive ed esalta, piuttosto, il libero vigore intellettuale e le durevoli acquisizioni di un’Epoca da restaurare nella sua vera e plurale essenza.
Una delle ottiche che più hanno contribuito a delineare equivoci è la predilezione per un’area lombarda e tosco-emiliana, che conobbe una fioritura ben più rigogliosa di quella di tanti centri meridionali, sottoposti a regimi regali o sottomissioni imperiali, che impedirono quell’autonoma indipendenza repubblicana attribuita a tante città-Stato dell’Italia centro-settentrionale (mi scuso dell’anacronismo!).
Qualche esempio varrà a corroborare succinte notazioni. Pur guardandosi dall’anticipare il lessico ora abusato, Élisabeth Crouzet-Pavan non esita a individuare l’inizio di una “ecologia urbana” in città dove si aprirono spazi pubblici e infrastrutture con calcolate prescrizioni normative.
Si perseguì la “santuarizzazione” delle zone fulcro, inasprendo le pene per chi non le rispettava. La distinzione delle funzioni nella struttura delle città e dei villaggi fu la regola. “In nuce” sorgeva il culto del “centro storico”, oggi sovente degradato a centro commerciale.
Non ha torto Fabio Gabbrielli a riprendere il classico “La città nella storia” (1961) di Lewis Mumford, che ravvisò la dinamica della crescita di tanti insediamenti nell’obbedire ad un vivente “impianto organico”, via via spontaneamente adattato alle esigenze dell’abitare e del circolare. «Indubbiamente quella medievale è una città irradiata di valori cristiani», chiosa.
Dal canto suo, Gabriella Piccinni analizza cicli pittorici che divulgarono nuovi persuasivi linguaggi figurativi arricchendoli di pedagogici ammaestramenti. Gli Statuti elaborati furono secondo Paolo Cammarosano “l’anello di congiunzione” tra eredità del passato e urgenze del presente.
In ambito finanziario si avvertì (Luciano Palermo) l’importanza di far ricorso alla moneta creditizia pubblica, che avrebbe aumentato la liquidità necessaria. Non si corre il rischio di generalizzare, in questo panorama, traguardi e metodi eccezionalmente in auge solo in talune mitizzate città italiane?
E ancora, Andrea Zorzi ridimensiona il ruolo della fase comunale: l’autonomia fu garantita da regimi signorili o di “popolo”, da ibride alleanze interclassiste. Le fonti trascurano i contadini, protagonisti di inedite esperienze nella gestione delle campagne. Per non dire delle donne, che nelle scritture compaiono solo se regine, principesse o potenti aristocratiche. Ma le donne non rimasero affatto chiuse nelle domestiche mura.
La Prudenza raffigurata in celebri allegorie par riflettere attitudini reali. Dallo specchio che tengono in mano si poteva intravedere il futuro. E “prudentia” significava – ammonisce Ilaria Taddei – «discernimento, circospezione, audacia, coraggio, capacità di ben parlare e di agire in funzione delle circostanze». Fattori di un Medioevo intraprendente e gentile.
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