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15 gennaio, 2026Il ricercatore Aldo Mariotto ha riportato alla luce un audio di Lyndon Johnson registrato a Dallas la sera prima dell’assassinio di Kennedy. Un indizio che può riaprire il dibattito sul delitto
Nel linguaggio di oggi lo chiameremmo «fuorionda». È quanto ha scoperto il ricercatore italiano Aldo Mariotto, riportando alla luce una conversazione risalente al 21 novembre 1963 avvenuta a Dallas. Il giorno dopo John Fitzgerald Kennedy sarà assassinato mentre attraversava la Dealey Plaza a bordo della sua Lincoln scoperta. Un microfono lasciato accesso capta applausi, grida di giubilo, ma anche alcune voci.
Alla pulizia dell’audio hanno lavorato i software dei Ris di Parma su volontaria concessione del Gen. Giampietro Lago che, dopo richiesta dello stesso Aldo Mariotto, hanno fatto emergere le parole del fuorionda. Il vicepresidente americano Lyndon Johnson la sera prima dell’omicidio Kennedy a Dallas sussurra frasi che rivelano il suo pensiero – e tutta la sua insofferenza verso JFK – al deputato Albert Thomas in occasione della cena dedicata al ritorno in politica di quest’ultimo dopo un periodo di sospensione per ragioni di salute. L’audio è un indizio che potrebbe riscrivere uno dei misteri del secolo scorso.
Finora le ipotesi più accreditate su quali fossero mandanti e moventi ad aver spinto Harvey Lee Oswald a premere il grilletto sono quattro. Nessuna di queste ha finora esplorato a fondo le possibili complicità all’interno della cerchia ristretta del presidente Kennedy. La prima ipotesi, quella principale, fu l’azione del lupo solitario, appunto Harvey Lee Oswald. Che aveva simpatie comuniste e un passato di residenza a Minsk, attuale Bielorussia; la commissione Warren incaricata di indagare sui fatti di Dallas stabilì che agì da solo. Ma non andò oltre, dato che Oswald restò nelle mani della polizia solo due giorni, poi venne ucciso.
Con la seconda ipotesi si entra nel campo delle piste «alternative»: la mafia italo-americana poteva avere tutto l’interesse a far fuori il presidente firmatario di una delle offensive più dure contro la criminalità organizzata. Un’altra ipotesi si concentrava sugli ambienti anti-castristi. Molti esuli cubani si sentivano infatti traditi dalla retromarcia di Kennedy nel rovesciamento incompiuto di Fidel Castro per timore di un escalation. Ultima teoria, la più nebulosa, puntava il dito contro singole figure all’interno della Cia che potevano essere in disaccordo con la politica estera di Kennedy, dove Cuba era sempre il faldone più scottante. Intanto negli Usa, subito dopo l’attentato di Dallas, iniziano a circolare voci sul coinvolgimento del vicepresidente Johnson a causa dei molti tasselli che non tornano, mai però presi in seria considerazione. Nei raduni pubblici compaiono cartelli con la scritta «LBJ did it» (“è stato Lyndon Baines Johnson”, trad.), segno che l’opinione pubblica non si era fermata alle ipotesi delle commissioni investigative.
Queste e altre stranezze hanno spinto Aldo Mariotto, 67 anni, che di mestiere fa il direttore sanitario dell’Azienda ULSS di Padova, a raccogliere centinaia di volumi su JFK e migliaia tra articoli e documenti, culminati oggi in un libro “L’ultima Cena” (ed. Pendragon). Mariotto in più di vent’anni di ricerca fa la spola tra l’Italia e gli USA, avendo modo di conoscere personalmente figure di spicco come Robert McNamara, all’epoca dei fatti Segretario alla difesa; Ronald Coy Jones, il chirurgo che tentò di rianimare Kennedy, ma anche personaggi meno noti come Fernando Herrera, il musicista che suonò alla cena la sera prima dell’omicidio.
Due le principali biblioteche da cui Aldo Mariotto ha attinto i documenti: «Alla “Lydon Johnson” di Austin ho avuto accesso grazie a un permesso dell’Università di Padova, poiché svolgevo un periodo di perfezionamento. Non era indispensabile, in quanto gli atti sono formalmente pubblici, però ha aiutato», racconta.
Ma l’intuizione del ricercatore si accende grazie alle carte riguardanti la cricca del vicepresidente. «L’autobiografia di Johnson afferma che questi non ebbe un ruolo attivo nel convincere un recalcitrante JFK a recarsi a Dallas nel novembre del ‘63, quando invece molti articoli dell’epoca sostenevano il contrario, inclusa una lettera del 19 aprile ‘63 trovata presso la LBJ Library indirizzata al senatore Clifton Carter».
Emblematico anche il caso dell’«occhiolino infame», che non è una prova, ma senz’altro ha contribuito a gettare un’ombra sulle intenzioni del duo texano Johnson-Thomas. «A bordo dell’Air Force One – prosegue Mariotto – Johnson si affrettò a giurare come nuovo presidente.
Il corpo di Kennedy giaceva ancora caldo a pochi metri. I fotografi immortalarono la first lady in lacrime col tailleur sporco di sangue, mentre Johnson rivolse su sorriso a Thomas che rispose con un occhiolino. Un gesto di cattivo gusto avvenuto novanta minuti dopo gli spari».
Ma cosa si erano detti la sera prima?
JFK aveva appena finito di omaggiare Albert Thomas per il suo ritorno in politica. Lasciò il palco tra gli applausi mentre Johonson prese Thomas in disparte. Ne seguì una conversazione. Dal fuorionda emerge: «Al, I’m going to let him die for that… president… Let him get fucked up» (lo lascierò morire per questo/presidente/che si fotta, trad.). «Nei mesi precedenti a quella cena i contatti fra Thomas e Johnson si erano infittiti soprattutto in tema di finanziamenti destinati al Texas per ricerca spaziale e un nuovo sito da costruire a Huston. JFK puntava sulla cooperazione con potenze straniere, inclusa la Russia di Krusciov, riducendo così di almeno 800 milioni di dollari gli ingenti investimenti che lo sviluppo dell’area imponeva. Forse – ipotizza Mariotto – all’apparato politico e imprenditoriale texano non andava a bene».
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