Cultura
11 febbraio, 2026Il padre geniale e sregolato che da Roma la porta a vivere nei boschi del Canada. La madre che la chiude in casa con sé e le proibisce di disegnare. Il sogno dell’arte realizzato dopo i quarant’anni. E la prima esposizione italiana della pittrice, passata ingiustamente in sordina
Better luck next time, principessa: la prossima volta andrà meglio. È passata in un silenzio totale la prima mostra italiana della canadese Sveva Caetani, singolare figura di pittrice e di donna, esempio di un talento che sopravvive a costrizioni familiari disumane ma non inusuali: perché la vita di questa artista è segnata dall’idea dell’“istinto di cura” che nelle donne sarebbe innato, e che faceva sì che nelle famiglie si desse per scontato che la cura di anziani, malati e bambini altrui fosse un obbligo per le figlie che restavano nubili – e che per questo venivano tenute alla larga da ogni prospettiva di matrimonio o di autonomia.
Venticinque anni passati a occuparsi di una madre impazzita per il dolore e la solitudine, una donna che per sedici anni impedisce alla figlia di uscire di casa e soprattutto le vieta di disegnare. Chiunque sarebbe uscito distrutto da una prova del genere: non Sveva Caetani. Che nel 1960, morta la madre, a 43 anni semplicemente rinasce: insegna francese, si laurea in “educazione artistica” e si afferma come una voce originale dell’arte canadese. «Nel 1975 ho concepito l’idea di riunire tutte le mie esperienze di vita e tutti i miei pensieri in un viaggio visionario», ha raccontato. Il risultato è “Recapitulation”, un ciclo di 56 acquerelli accompagnato da versi e prose che la impegna fino alla morte, nel 1994, e che è stato presentato per la prima volta nella sua completezza al MAXXI di Roma (“Forma e Frammento”, a cura di Chiara Ianeselli). Il catalogo (Silvana Editoriale) raccoglie le riproduzioni dei quadri accanto a varie testimonianze dedicate a ricostruire in tutte le sue sfaccettature un personaggio che, oltre che una mostra, meriterebbe un romanzo.
Nei grandi quadri che sprizzano una cultura sterminata e una grande abilità («Per la realizzazione ha utilizzato la tecnica dell’acquerello a secco, sovrapponendo quasi alla maniera puntillista strati sottilissimi di colore», scrive Ianeselli), l’artista rielabora sulla falsariga della Divina Commedia la vita sua e della sua famiglia. Il legame dei Caetani con il capolavoro di Dante non è solo letterario: era un Caetani quel Papa Bonifacio VIII che determinò l’esilio del poeta, che per vendetta lo condannò all’inferno da vivo («“Se’ tu già costì ritto, se’ tu già costì ritto, Bonifazio?”», si legge nel Canto dei simoniaci). In “Recapitulation”, il viaggio è ripercorso da una barchetta su cui “the Daughter” e “the Father” viaggiano per ritrovare “Mother”: è lei, Ofelia Fabiani, la Beatrice di Sveva Caetani, che non le porta rancore ma la disegna di spalle, visto che era così ossessionata dal suo aspetto da ritagliarsi via dalle fotografie che la ritraevano accanto alla figlia e al marito Leone.
Il padre, duca di Sermoneta e principe di Teano, arabista, grande viaggiatore, deputato socialista, è l’altra figura determinante nella vita di Sveva, nata da un amore extraconiugale nell’Italia di primo Novecento che ammetteva l’ipocrisia (la moglie di Leone, Vittoria Colonna, fu l’ultima amante di Umberto Boccioni) ma non l’affetto. Per combattere contro «il cinismo barbarico del Codice Civile Italiano» che non gli permetteva di riconoscere la bambina, Leone molla tutto e parte per il Canada. Non è una partenza improvvisa: trova il tempo di vendere i possedimenti, lasciando ben poco alla moglie e al primogenito malato dalla nascita, e di impostare la Fondazione Caetani. Qui è raccolto il tesoro sterminato della sua passione per il mondo arabo, esposto qualhe mese fa all’Accademia dei Lincei nella bella mostra “Il Principe e l’Islam”.
È il 1921, Sveva ha quattro anni, la madre ventiquattro, e la meta è il Canada, che Leone aveva conosciuto nel 1891 durante una caccia all’orso: «Nessuno riusciva a capire», ha raccontato l’artista, «perché quest’uomo estremamente ricco, un italiano alto un metro e novanta che indossava abiti londinesi, con una moglie che indossava abiti parigini e una bambina» si fosse trasferito proprio in mezzo ai boschi di Vernon. «Ma mio padre era entusiasta, indossava tute da lavoro e spaccava legna e raccoglieva le mele e amava ogni minuto di tutto ciò». La felicità si infrange contro due tragedie: nel 1929 il crollo della Borsa di New York divora le ricchezze della famiglia e nel 1935 il cancro si porta via Leone. La bella, fragile Ofelia non regge, e il resto è storia. La madre lascia tutto alla Chiesa cattolica e Sveva si ritrova libera ma povera. Solo la casa è sua, quella casa che il padre – lungimirante, almeno in questo – le aveva intestato. E che oggi accoglie giovani artisti in cerca di sostegno.
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