Cultura
12 febbraio, 2026Amore, seduzione, famiglia. Raramente il cinema ha mostrato con tanta forza il potere primordiale del palcoscenico
Ci sono molte buone ragioni per amare “Hamnet”, e nessuna coincide interamente con la figura del suo innominato protagonista, anche se è difficile ignorarlo. La prima nasce dal romanzo dell’irlandese Maggie O'Farrell (“Nel nome del figlio”, Guanda) ovvero dalla disinvoltura con cui butta all’aria regole (e trappole) di uno dei macrogeneri più invadenti dei nostri tempi, la biografia romanzata e il suo pallido cinederivato, il cosiddetto “biopic”.
La seconda deriva dalla maestria con cui la cinoamericana Chloe Zhao dà a ogni scena massima densità simbolica senza mai perdere di vista la verosimiglianza storica. Ovvero l’eco universale suscitata da quella figura, quel sentimento, quel gesto, in quel contesto (qui l’Inghilterra tra Cinque e Seicento).
Chi è quella femmina selvatica detta la Figlia della Strega, che in apertura vediamo dormire come una creatura silvestre avvolta da un'enorme radice? Chi sarà quel giovane precettore disprezzato dai compaesani che la corteggia con insistenza ma la conquista solo parlandole di Orfeo e Euridice, mito ancora più potente sotto quei rami maestosi? Non importa, non abbiate fretta. Questa non è la vita di una figura leggendaria, di cui peraltro poco si sa, né la sua storia vista dalla futura madre dei loro tre figli. È la storia di tutti noi. È la storia del nostro stare al mondo, delle ferite che la vita ci infligge, della nostra capacità di elaborarle, ovvero di renderne partecipi gli altri. Con tutti i mezzi possibili. Arti sceniche in testa perché solo in quelle a volte balena il senso profondo dell'esistenza.
E quindi ecco l’amore, ecco la seduzione, ecco le nozze, le nascite, la famiglia. Ma ecco soprattutto delinearsi due opposti palcoscenici, quasi a contrapporre femminile e maschile (tutto è visto da Agnes, anche perché solo alla fine capiremo davvero chi è quel marito aspirante scrittore). Così, le quinte vegetali di quel bosco ancora abitato dalla magia riappaiono, trasfigurate, sul palco di un grande teatro londinese zeppo di spettatori di ogni genere. In una scena indimenticabile che pian piano mette Agnes, e la folla che la circonda, e tutti noi in platea, davanti a un’autentica rivelazione.
Raramente il cinema ha mostrato con tanta forza il potere primordiale del teatro. Merito anche di un cast magnifico, in testa i protagonisti Jesse Buckley e Paul Mescal benché lui, assurdamente, non figuri tra le 13 candidature agli Oscar. Da vedere e rivedere, sapendo già dove va a parare. Quella degli spoiler, del resto, è un’ossessione recente. Chissà cosa ne avrebbe detto un certo Shakespeare.
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