Cultura
16 febbraio, 2026Dalla ludopatia all’overtourism, dall’eutanasia all’Ia, sfilano sui carri i nodi del nostro tempo. Il direttore filosofico della festa di Putignano rievoca sacro e profano, dietro la voglia di gioco
La filosofia è la disciplina che cerca l'ordine nel caos, e il carnevale è il rito che celebra il caos nell'ordine. La filosofia vuole definire, distinguere e chiarire; il carnevale invece confonde, mescola, rovescia, ribalta. Eppure in questo cortocircuito c’è qualcosa di particolarmente fertile perché il carnevale è già, da sempre, filosofia incarnata.
Michail Bachtin, nel suo studio monumentale su Rabelais, ha mostrato come il carnevale medievale fosse il trionfo di una liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente; l'abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. Il carnevale creava un secondo mondo di fianco a quello ufficiale, un mundus inversus in cui tutto era permesso proprio perché rovesciato. Il povero si faceva re, il re diventava buffone e così facendo il sacro si mescolava al profano; in questa grande confusione si apriva (e si apre tuttora) uno spazio di verità che la vita ordinaria non può contenere.
Questa idea del “mondo alla rovescia” carnevalesco attraversa innumerevoli culture: i Romani celebravano i Saturnalia, durante i quali erano i padroni a servire gli schiavi a tavola; i Greci onoravano Dioniso con dei riti che stravolgevano ogni struttura logica e sociale. E il grande filosofo italiano Giorgio Colli ne La Sapienza Greca definiva Dioniso «il dio della contraddizione, di tutte le contraddizioni (...) l'assurdo che si dimostra vero con la sua presenza, (...) l’inesauribile attraverso il frammentarsi». Ed è di Colli l’idea per cui Socrate usasse il dialogo, ossia l’esercizio del ragionamento condiviso, come strumento per sfiancarsi insieme al proprio interlocutore e poter così accedere ad altri stati di coscienza più carnascialeschi. Per Claude Calame, Dioniso presiede proprio quella no man's land in cui gli opposti della saggezza e della follia si uniscono. Platone stesso, nel Fedro, proclamava che «i beni più grandi ci vengono dalla pazzia», intendendo quella follia divina che sospende le attività cognitive ordinarie per aprire varchi verso una conoscenza superiore.
Il carnevale è il custode di questa sapienza antica; è il tempo in cui la comunità si concede di pensare l'impensabile e dire l'indicibile, mettendo in scena ciò che normalmente viene rimosso. I carri allegorici, con la loro ferocissima satira a tinte pastello, sono sempre stati strumenti di una critica sociale che non risparmiava nessuno: sotto la maschera del riso si poteva denunciare ciò che a viso scoperto sarebbe costato carissimo. Com’è noto, il buffone di corte era l’unico a poter dire la verità al re perché la diceva ridendo e, soprattutto, perché sapeva far ridere sul serio. Il carnevale estende per qualche giorno questo privilegio del buffone al popolo intero, che ride di sé non per distruggersi ma per ricomporsi.
A Putignano, nella Murgia barese, questo rito va avanti da più di seicento anni. La data di nascita è documentata: 26 dicembre 1394, quando i contadini che lavoravano le viti abbandonarono i campi per unirsi al corteo che trasportava le reliquie di Santo Stefano, improvvisando canti satirici in vernacolo. Alcuni studiosi sospettano radici ancora più antiche, nei culti dionisiaci della Magna Grecia, e che il 1394 segni solo il momento in cui una festa pagana venne assorbita dal calendario cristiano. Per questo, quando mi sono trovato a proporre il tema dell'edizione 2026 del Carnevale di Putignano la scelta è caduta sul concetto di Paradosso. Il termine viene dal greco parà-doxa, ossia ciò che va contro l'opinione comune, che sfida le aspettative e costringe il pensiero a fermarsi. Il paradosso è l'arma del buffone, che nell'assurdità rivela quelle verità che il discorso serio non può o non riesce a raggiungere. È la logica del mondo alla rovescia che si fa strumento conoscitivo.
Il paradosso costituisce il limite del pensiero e al contempo la sua apertura, il punto in cui la ragione si fa umile e si dispone ad accogliere ciò che la trascende. E il carnevale mette in scena questa coincidentia oppositorum: il riso e il pianto, la vita e la morte, il sublime e il grottesco che danzano insieme in piazza. Søren Kierkegaard scriveva che «il paradosso è la passione del pensiero, e i pensatori privi del paradosso sono come amanti senza passione: mediocri compagni di gioco». Il paradosso costringe il pensiero a superare se stesso e a riconoscere i propri limiti, aprendosi all'alterità. Siamo paradossali in quanto umani proprio perché al contempo viventi e morenti, finiti e infiniti, banalissimi e incredibilmente complessi.
Il tema del paradosso è inscritto nella materia di cui sono fatti i carri allegorici. La cartapesta è palesemente un paradosso incarnato: un materiale poverissimo che nelle mani dei maestri cartapestai diventa un gigante imponente, che può arrivare ai quindici metri d’altezza; leggero eppure monumentale, fragile ma capace di dominare una piazza.
Perché è il carnevale stesso a essere serio e giocoso, sacro e profano, tradizione e innovazione. Nei carri, mesi di cura certosina culminano in una manciata di ore di sfilata, e poi tutto si dissolve come castelli di sabbia davanti a un’ondata più decisa. È l'effimero che si fa grandioso, salvo poi tornare a se stesso.
I carri che quest'anno sfileranno a Putignano daranno corpo ai paradossi del nostro tempo. Spazieranno dalla ludopatia alla turistificazione, dall’eutanasia allo sfruttamento animale, dalla frenesia moderna e l’intelligenza artificiale alla disabilità e al femminicidio. Sono i nodi della nostra epoca, le contraddizioni che abitiamo ogni giorno fingendo che non esistano; sono quei cortocircuiti logici e morali che il discorso pubblico preferisce far passare sotto silenzio. Il carnevale invece li porta in piazza e li fa sfilare tra coriandoli e bande musicali, consegnandoli al riso e allo stupore. È sovversivo e salvifico trasformare il non dicibile in uno evento popolare, e costringere una comunità a guardare in faccia quel che preferisce rimuovere. E, ancor di più, fare tutto questo ridendo. È il privilegio del buffone esteso per quindici metri di paradosso che avanzano lentamente per le strade principali di un paese.
Perché il carnevale, sotto la superficie dello spasso e della sbornia di colori e stelle filanti, custodisce una forma antichissima di sapienza: quella di chi sa che gli opposti si richiamano l’un l’altro, e che il riso e la riflessione possono (e spesso devono) abitare lo stesso spazio.
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