Cultura
16 febbraio, 2026Nel suo ultimo libro, la scrittrice nata a Rabat racconta la sua esperienza all'interno dello spazio d'arte contemporanea Punta della Dogana. Un'occasione per confrontarsi col silenzio, la solitudine, il passato. E il senso della scrittura
Scrivere significa scoprire la libertà di inventare sé stessi e il mondo. Ma prima di riuscire a farlo, prima di sentire i personaggi e le storie fluire così velocemente da doverli rincorrere con la scrittura, per il timore di perderli, non c’è scrittore che non abbia sperimentato vuoto e silenzio.
«Anna Karenina se n’è andata», disse una volta Tolstoj per descrivere la sconfortante situazione di un’ispirazione congelata, come ricorda Leila Slimani nel libro “Il profumo che i fiori hanno di notte” (La nave di Teseo, nella traduzione di Anna D’Elia). Un testo che è un omaggio alla memoria, un elogio della solitudine. E soprattutto un inchino alla scrittura, regno senza abitanti e senza luce finché d’improvviso non diventa il più favoloso degli universi.
Si comincia col bisogno di disciplina. Per immergersi negli universi narrativi, dice l’autrice – nata a Rabat, cresciuta tra culture diverse, da vent’anni emigrata in Francia – occorre una ferrea volontà: “Rinunciare agli amici, alle uscite, negarsi agli altri e deluderli. Porsi degli ostacoli sapendo che proprio da lì può nascere una vertiginosa libertà”.
Ma proprio mentre è impegnata a rintanarsi nella stanza tutta per sé, Slimani riceve una proposta insolita: trascorrere una notte dentro Punta della Dogana, a Venezia, mitico luogo riqualificato dall’architetto Tadao Ando e trasformato in museo d’arte contemporanea. Un’inattesa occasione per immergersi tra bellezza e silenzio.
Se scrivere è una lotta per la concentrazione, non resta che dire sì. Ma il voto del silenzio e della solitudine diventa in breve un’affollata reunion di fantasmi e di memorie, prima fra tutte quella del padre, finito ingiustamente in prigione. Dalla sua volontaria reclusione la scrittrice sente che scrivere non è raccontare ciò che si vede, ma colmare vuoti, sfidare amnesie, fare i conti con l’eredità coloniale, con l’essere donna. Immaginare. E ascoltare i luoghi, lì dove il Canal Grande e il Canale della Giudecca si incontrano, Oriente e Occidente si sfiorano, e una donna che non ha mai davvero lasciato il punto di partenza e un’altra in continuo transito si ritrovano. Nella magia del profumo di un gelsomino notturno.
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