Opinioni
16 febbraio, 2026Non possiamo mai metterci nei panni di tutti. L'errore di chi pretende di spiegare le vite degli altri con una tastiera. Una lettera per Simone Bilardo
Caro Simone, ti scrivo una lettera in una rubrica che non hai mai letto. Non per disinteresse, ma per quella tua onestà disarmante con cui, al telefono, mi hai detto subito di non sapere chi fossi. Io invece ti seguivo già sui social, dopo una bellissima intervista nel podcast di Luca Casadei One More Time. E come le centinaia di migliaia di persone che ti leggono in silenzio, ero una di quelle che sperano per te un miracolo.
Quando ho annunciato che avrei presentato il tuo libro, è arrivato un messaggio. Un nickname qualsiasi, poche tracce di vita reale. Diceva cosa avresti dovuto fare, avresti dovuto dire, avresti dovuto essere. È sempre così: chi guarda da fuori crede di sapere e di suggerire.
Ma nei tuoi panni non c’è nessuno, se non tu. Due anni e mezzo fa hai scoperto di avere due tumori. Uno inoperabile. Una diagnosi che non lascia spazio alle metafore: due anni di vita. Il tempo, da quel momento, ha smesso di essere astratto. È diventato materia ingombrante con cui fare i conti. I due anni sono passati e tu sei qui. Dovremmo solo esserne felici.
Perché nessuno, davvero nessuno, può capire cosa significhi vivere sapendo che il tempo non è infinito, ma contato. Cioè lo sappiamo, ma ci illudiamo di essere immortali o comunque di poter non fare i conti con l’unica certezza che ci accompagna dalla nascita. Come si gestisce? Come si attraversa la paura?
Quando chiesi alla mia migliore amica Darinka, mentre stava morendo di tumore, cosa volesse dire convivere con la paura, mi rispose così: «Prova a trattenere il fiato». «È così, Fra, si vive in apnea», mi disse.
Ricordo il silenzio di chi le stava accanto quando parlava di viaggi che non avrebbe fatto. Ricordo la rimozione collettiva, il nostro ostinarci a non capire. Darinka voleva vivere e non eroicamente: normalmente. Spegnere candeline, portare a spasso il cane, sposarsi forse, avere figli, continuare a prendere in giro le mie fragilità. Noi avremmo dato qualsiasi cosa per averla ancora. Eppure, nemmeno per un istante, siamo riuscite a stare davvero nei suoi panni.
Per questo mi fa male vedere chi pretende di spiegare la tua vita da una tastiera. Lo fanno con tutti e non è una consolazione. Lo fecero con diversi personaggi pubblici esposti, Nadia Toffa, Michela Murgia. Invece di pensare all’immenso valore di questa condivisione, del personale che diventa politico per aiutare, illuminare, ci si infila nelle vite degli altri con presunzione e giudizio. Mi hai raccontato che qualcuno mette in dubbio perfino la tua malattia. Perché hai superato la “scadenza”. Da quando la sopravvivenza è una colpa?
In Vivo più che mai (Rizzoli) non racconti però una condanna. Ci poni una domanda semplice: cosa cambia se sai che il tempo non è infinito? Tu rispondi viaggiando, amando, raccontando, restando accanto alla tua meravigliosa moglie Silvia, anche quando la paura bussa. A metà libro ci sono le fotografie della tua vita. E qui, ammetto, sono un po’ crollata. Ovvio che arrivi una domanda: perché a voi? Così giovani, così innamorati, così pieni di futuro? Il miracolo non è cambiare ciò che accade, ma il modo in cui si sceglie di attraversarlo. Grazie, Simone. Perché nel tempo che resta, c’è il senso profondo della nostra esistenza.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Senza Eco - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 13 febbraio, è disponibile in edicola e in app



