Cultura
16 febbraio, 2026I metodi di Stalin sono ancora tra noi. Il film di Sergei Loznitsa racconta l’eterno presente dell’oppressione del dissenso nell’ex Urss
Se credete di sapere già tutto sull’Urss di Stalin è perché non avete ancora visto “Due procuratori” di Sergei Loznitsa. Se poi credete che quegli anni terribili siano confinati nel passato, è sempre per la stessa ragione: non avete visto “Due procuratori”. Non avete incrociato lo sguardo dei suoi personaggi, né le posture dei loro corpi contratti. Non avete sentito le loro storielle sinistre né il loro modo terrificante di ridere. Non vi siete persi tra le celle, i cancelli, i corridoi, di un carcere russo anni Trenta ricostruito più vero del vero, o forse sarebbe meglio dire ritrovato, a Riga, in Lettonia (il totalitarismo ha la memoria lunga). Tantomeno avete dovuto chiedervi di che colore sono quei muri, da che impasto infernale di rossi, di grigi, di ocra rugginosi e putrescenti, l’ucraino Loznitsa e il suo operatore, il romeno Oleg Mutu, abbiano estratto la tavolozza del film.
Eppure in “Due procuratori” tutto è lì, reso vivo e presente dalla parabola del giovane magistrato idealista che riceve chissà come una richiesta d’aiuto dal carcere di Briansk nel 1937, al culmine delle purghe staliniane. E passo dopo passo, fedele come il prigioniero agli ideali della rivoluzione, va a ficcarsi nella bocca del leone.
Non senza aver passato in rassegna una galleria di sgherri e di disperati, di servi e di spie, che erano lì da prima, dalla Russia degli zar e di Dostoevskij, ma in quegli anni trovarono una sorta di perfezione plastica definitiva. Diventando eterni, dunque universali. E sinistramente attuali, soprattutto di questi tempi.
Dietro il film c'è un racconto del fisico Georgij Demidov scritto nel 1969 ma pubblicato solo nel 2009, dopo la sua morte, e nutrito dai suoi lunghi anni nel Gulag (1938-1952). Lì nasce la precisione chirurgica dei rapporti, il sospetto che aleggia come polvere appiccicosa su tutto e tutti, il clima di minaccia che avvelena parole e silenzi. Ma il resto viene da Loznitsa, uno degli ultimi veri eredi della grande tradizione del cinema sovietico, dal suo inesausto andare e venire tra finzione e documentario, da un cast meraviglioso che riunisce russi, ucraini, lituani, memori di un mondo tramontato ma tutt’altro che scomparso.
Con una menzione speciale per il protagonista, con quella faccia da pugile-bambino (Aleksandr Kuznetsov). E per i due misteriosi viaggiatori con cui divide il ritorno in treno, quasi un film a sé, raggelante e beffardo, che porta questa parabola così storicamente esatta dalle parti di Kafka e dei fratelli Coen. Il ceppo in fondo è lo stesso. E di metafisico ha solo l’apparenza.
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