Cultura
19 febbraio, 2026Articoli correlati
Un nuovo film tratto da una storia vera. Un giovane sul lastrico che rapisce un manager. Il regista: “È colpa di un sistema acchiappasoldi. I miei connazionali sono abbandonati a se stessi”
«La verità è che le persone oggi in America sono abbandonate a se stesse». Lo sostiene Gus Van Sant, 73 anni, regista dalla quarantennale carriera di film cult come “Will hunting - Genio ribelle”, “Elephant” e “Milk”. Torna al cinema il 19 febbraio con il nuovo “Il filo del ricatto”, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, in cui dirige un cast di livello (Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Myha’la Herrold e Al Pacino nei panni del magnate supremo senza scrupoli) per mettere in scena in versione black comedy una storia inquietante. Un giovane umiliato dal punto di vista finanziario finisce sul lastrico, decide di ribellarsi e farsi giustizia da solo. È tratta da una clamorosa storia vera: la presa in ostaggio di Richard Hall, presidente della Meridian Mortgage Company, da parte di Tony Kiritsis, che diventò una sorta di eroe popolare per questo suo gesto estremo.
Gus Van Sant, il suo film mostra un intero sistema che non funziona e lascia i cittadini disperati, alla canna del gas.
«Tutta colpa di un sistema avido e acchiappasoldi. È indecente ciò che è successo negli Stati Uniti: lo smantellamento di parti dell’apparato governativo, degli aiuti, dell’assistenza pubblica, di Medicaid e dell’istruzione. È proprio vero che inizi a realizzare quanti sistemi di supporto ci siano quando inizi a perderli. È follia pura tagliare i fondi alla scienza, alla ricerca, alla prevenzione delle malattie, al Cdc (la principale agenzia federale statunitense per la protezione della salute pubblica, ndr). Assurdo non tenerne conto, in America c’è stato un cambiamento estremo, rapidissimo, drastico».
Come le è venuto in mente di focalizzare il film sul “filo del ricatto”?
«Di questa storia mi aveva subito colpito la modalità, quel legare la vittima con un cavo attorno al collo attaccato a un fucile a canne mozze e teso dal grilletto. Una roba stranissima, oltre che pericolosa, stava a dimostrare come di fondo non si voleva far male alla vittima, l’obiettivo primario di Tony era attirare l’attenzione su di sé e ottenere delle scuse».
Perché ci teneva a firmare una storia di ribellione tanto estrema?
«Mi sembrava una brillante commedia dell’assurdo alla Samuel Beckett. Posto che la realizzazione di questo film non c’entra nulla con i cambiamenti politici più recenti, perché è partito tutto un anno e mezzo fa. Le elezioni, il secondo mandato di Trump e i movimenti da nuovo presidente sono avvenuti dopo. Questo per dire che il film non è una risposta diretta agli stravolgimenti politici americani, ma è interessante che intercetti anche l’attualità».
Si riferisce al caso Luigi Mangione?
«Proprio a lui: ha sparato (ed è accusato di averlo ucciso, ndr) a un top manager delle polizze sanitarie ed è stato applaudito, soprattutto dalle nuove generazioni. Quando l’ho saputo mi sono detto: “Ma è una storia simile a quella che stiamo raccontando!”, avevamo già iniziato a girare il film da un pezzo».
Dallo schermo alla realtà, quale opinione ha sulle compagnie di prestito e mutui?
«Penso che oggi siano davvero molto pericolose per la salute della gente. Sono della vecchia scuola, ho molta ansia dei prestiti e dei pagamenti a rate, c’è sempre la paura di non riuscire a pagare. Quando li faccio cerco di chiuderli il prima possibile. Sono sincero, mi sono sentito molto sollevato quando sono riuscito a estinguere il mutuo della mia casa. Ma ripeto sono della vecchia generazione, c’è chi invece gioca con mutui e prestiti come fosse a Las Vegas, non giudico nessuno ma, come racconto nel film, i debiti possono strangolarci e distruggerci la vita. E bisogna dirlo chiaro, altrimenti finisce che ci vendono l’american dream».
Vale a dire?
«L’idea che basti fare un prestito per ottenere a rate tutto ciò che desideriamo, la vita che abbiamo sempre sognato, ma non è vero. L’incentivo a fare prestiti su prestiti può rovinarci la vita e farci ritrovare più soli e poveri di prima».
Come ha scelto Bill Skarsgård e Dacre Montgomery per i rispettivi ruoli di sequestratore e ricattato?
«Ho voluto e potuto chiamare attori giovani e bravi, meno conosciuti di Sean Penn e compagnia, che mi permettessero un maggior controllo sul materiale narrativo».
Come ha convinto Al Pacino?
«Lo hanno fatto i produttori, lo conoscevano bene - io l’avrò visto giusto una volta a una festa, prima di questo film. Lavora ancora molto duramente, è stato perfetto nel ruolo del padre straricco e potente del sequestrato. Sul set è un attore giocoso, entusiasta, allegro. Il buon carattere gli deriva dalle sue radici italiane credo».
Il suo rapporto con il cinema italiano è di lunga data.
«Nel 1975 venni a Roma a incontrare Fellini, il regista più geniale di sempre, ma anche Pasolini, Lina Wertmüller e Lattuada. Con Pasolini andammo persino a pranzo, ci invitò a casa sua, era molto curioso e ospitale».
Ricorda cosa vi diceste?
«Mi chiese cosa volessi fare da grande. Faceva tante domande, sapeva ascoltare, era già un grande poeta».
Di Lina Wertmüller cosa ricorda?
«Stava girando “Pasqualino Settebellezze”, era una donna tosta e veloce. Ma il mio sogno era vedere Fellini in azione. E così l’ho visto dirigere Donald Sutherland in “Casanova”. Passammo una notte magica sul suo set durante le riprese del film».
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