Cultura
19 febbraio, 2026Umberto Eco smontava il modello, coinvolgeva il lettore, insegnava a leggere come un cartografo di congegni. Inoltrandosi nella finzione con gusto della parodia. Perché ridere significa capire
Nonita. Fiore della mia adolescenza, angoscia delle mie notti. Potrò mai rivederti. Nonita. Nonita. No-ni-ta. Tre sillabe, come una negazione fatta di dolcezza: No. Ni. Ta.» Si potrebbe cominciare da qui: anche per aggirare la cerimoniosità della ricorrenza, anzi riderci sopra. Perché Eco, quando fa davvero critica letteraria, spesso lo fa ridendo. O meglio: facendo ridere il testo, fino a costringerlo a mostrare i propri ingranaggi.
Nonita, scritta nel 1959 e poi confluita nel Diario minimo, ha l’aria leggera dello scherzo e la precisione di una lezione di teoria narrativa in maschera. Eco entra nella voce di Lolita, ne riproduce il ritmo ipnotico, l’autocompiacimento colto, la retorica seduttiva e insieme autoassolutoria, e poi sposta l’oggetto del desiderio: non più le ninfette, ma le “parchette”, le anziane dei tram, dei cinema rionali, dei semafori cittadini. Il risultato è comico e insieme rivelatore. Cambia il referente e tieni fermo il dispositivo, e l’incantesimo continua a funzionare – anzi, diventa visibile proprio perché stona.
In questa parodia c’è già l’Eco critico nella sua forma più radicale. Il narratore di Nonita è una voce che seduce mentre si espone, e che chiede complicità. Chiama in causa l’“amico lettore”, lo lusinga, lo coinvolge, lo invita a nozze. La risata nasce dall’individuazione del meccanismo: funziona solo se il lettore riconosce Nabokov, ne ricorda la postura, ne misura gli scarti. Il parodista lavora sul modello come un anatomista: smontandolo. Ridere, in Eco, significa capire, con leggerezza, come una voce narrativa possa esercitare un potere.
In questo gioco di specchi si apre anche una riflessione più profonda sul narratore moderno. Il narratore di Nonita è insieme patetico e pericoloso, ridicolo e inquietante: una figura che vive interamente nella propria lingua, che si giustifica narrando e che trova nel racconto il carburante della propria ossessione. Eco mostra così, senza mai teorizzarlo esplicitamente, che la narrazione non è neutra: può creare empatia, ma anche anestesia morale. La parodia funziona perché lascia parlare la voce fino in fondo, fino a renderla insostenibile. È una lezione che attraverserà tutta la riflessione successiva di Eco: ciò che conta è il modo in cui una forma narrativa addestra il lettore a sentire e a giudicare.
Quest’intuizione torna, resa esplicita e sistematica, nelle conferenze di Harvard del 1992, Sei passeggiate nei boschi narrativi. Anche qui Eco sceglie un tono colloquiale, da conversazione brillante. L’idea, però, resta severa: leggere significa entrare in un ambiente di vincoli. Il bosco narrativo non è la selva dell’errore, ma lo spazio naturale della finzione, dove i sentieri si biforcano e spesso ingannano. Non c’è una strada maestra, e le scorciatoie vanno sempre messe alla prova: il piacere dell’avventura nasce da questa tensione tra libertà e regola.
Su questo terreno prende forma la nozione di Lettore Modello: non il lettore empirico, distratto e biografico, ma la competenza che il testo presuppone e costruisce mentre lo si attraversa. Un romanzo consegna anche un manuale d’uso implicito: suggerisce quali ipotesi formulare, quali sospendere, quali segnali seguire. La lettura diventa così una pratica cognitiva e un esercizio di attenzione: più che proiettare senso sul testo, cooperiamo con una macchina che ci guida mentre finge di lasciarci liberi.
Al centro di questa dinamica c’è quella che Eco chiama l’“enciclopedia”: il deposito di saperi, stereotipi, ricordi testuali, competenze culturali che ogni lettore porta con sé. Leggere non significa mai partire da zero: ogni narrazione presuppone un patrimonio condiviso di forme e aspettative. Anche per questo l’interpretazione avviene dentro una storia culturale e dentro una comunità di pratiche; e il Lettore Modello è il punto di incontro tra un testo e una tradizione di lettura che lo rende possibile.
In questo senso, le Passeggiate sono anche un libro etico, nel senso più sobrio del termine. Difendono l’idea che interpretare significhi imparare a distinguere: tra ambiguità produttive e arbitrî, tra inferenze motivate e fantasie decorative. Nessun galateo del gusto, ma una disci-plina della lettura come pratica consapevole.
La stessa logica presiede a un saggio del 2003 meno frequentato ma decisivo: quello su Novantatré. Qui Eco compie un gesto controintuitivo: invece di correggere Hugo, lo prende sul serio nel suo eccesso. L’enfasi, l’accumulo, l’ipertrofia retorica diventano un principio formale: la misura adeguata ad un immaginario assoluto, epico, spropositato; per paradosso, il vizio dell’iperbole assume lo statuto di una modalità di verità. In questa difesa dell’eccesso cogliamo un Eco particolarmente sensibile alle “energie” dei testi: non chiede alla letteratura di contenersi, ma di essere coerente con la propria logica interna; accetta persino il rischio del kitsch, purché il dispositivo regga. Di nuovo, la critica osserva come funziona la macchina.
Nonita, le Passeggiate e Novantatré compongono così un unico disegno. Eco è stato soprattutto un cartografo di congegni: uno che ha insegnato a leggere mostrando macchine, seduzioni, trappole. La sua eredità non coincide con lo slogan pigro che “tutto è interpretazione”, o che “tutto vale”, ma con una pedagogia esigente e praticabile. Nel bosco si cammina con piacere, sì – ma non a occhi chiusi. L’eco più utile di Eco, oggi, è proprio questa disciplina gioiosa: la libertà del leggere passa sempre per una responsabilità.
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