Cultura
19 febbraio, 2026Proprio ora che si rompe il silenzio, un libro come “Umberto” (La Nave di Teseo) guadagna maggiore intensità. Roberto Cotroneo, che con Eco ha avuto una lunga e affettuosa consuetudine, cerca l’amico nello spaziotempo della memoria
Difficile dire se sia più coraggiosa, nobile o beffarda la decisione di imporre ai posteri, per dieci anni, il silenzio su di sé. Così Umberto Eco, prima di andarsene, stabilì che per tornare a parlare di lui si dovesse attendere. I corridoi d’ombra e di oblio divorano in fretta la fama di chiunque, ma lui poteva confidare in una imponente statura di umanista, insolita già nel tardo Novecento e tanto più nel secolo in corso.
Proprio ora che si rompe il silenzio, un libro come “Umberto” (La Nave di Teseo) guadagna maggiore intensità. Roberto Cotroneo, che con Eco ha avuto una lunga e affettuosa consuetudine, cerca l’amico nello spaziotempo della memoria; e una delle cose che più mi hanno colpito ha a che fare con l’incertezza. Con l’essere incerti di un ricordo, di una frase pronunciata, di un riferimento, di una data. L’aneddotica sugli uomini illustri si nutre di solito di una sicurezza quasi smargiassa, spesso fallace e narcisistica. In queste pagine affiora invece la piena coscienza della labilità: l’appannarsi dei ricordi, la lacunosità del racconto che facciamo della nostra e altrui esistenza.
Forse c’è un filo sotterraneo con il libro precedente di Cotroneo, uno dei suoi più belli, “La nebbia e il fuoco” (Feltrinelli): un vecchio amico ritrovato ad Alessandria – città natale dell’autore e di Umberto Eco; la nebbia; l’indagine su un’esistenza, il tentativo di interrogarne il mistero. Penso spesso a una frase di Hofmannsthal, convinto che morendo ogni uomo porti con sé un segreto: come gli sia stato possibile, spiritualmente, vivere. Ci ho ripensato leggendo “Umberto”, perché quell’avverbio è un’area di inchiesta decisiva. L’Umberto monferrino, figlio di gente semplice e cattolica, brillantissimo e bulimico studente-studioso, una laurea su Tommaso d’Aquino, un contratto nella televisione appena nata, piste semiotiche da nuovo pioniere o rivoluzionario della disciplina, narratore da milioni di copie: sì, d’accordo, Eco. Geniale, inarrivabile per quintali di libri letti e digeriti. Ma: e Umberto? Il timbro confidenziale del titolo può fuorviare: in realtà è una segnaletica stradale. Cotroneo cerca, con pudore, come si dice? L’uomo. Dietro l’aria sorniona, ironica, un po’ – alla piemontese – schermata.
Il bello del libro è che non pretende di arrivare a una definizione, alla soluzione dell’enigma, ma certo, in ossequio alle passioni enigmistiche del soggetto, lascia lampeggiare il rebus. Come il fuoco nella nebbia, come un’insegna di luce intermittente nel grigio di una mattina invernale ad Alessandria. Commuovono gli istanti in cui qualcosa si chiarisce o più semplicemente si ricompone, le pagine in cui una memoria piccola, minima, assume il peso di una rivelazione fuori sincrono. La frase “Un abbraccione” scritta in fondo a un’email dimenticata. Un rimprovero inatteso. Un giudizio inaspettatamente lusinghiero.
Cotroneo, nell’epoca dell’invidia, offre il suo esercizio di ammirazione, che è il sentimento opposto; e dimostra che così si attiva e funziona lo spazio di un magistero. Dove riconosciamo il maestro e misuriamo la distanza che ci separa da lui. Dove in sua assenza ci domandiamo, come in una struggente poesia di Pessoa/Álvaro de Campos: maestro, mio caro maestro! Cosa ne è stato di te in questa forma di vita? L’eco di Eco. Il suo metodo, spesso frainteso e pasticciato dagli epigoni. La filigrana dei romanzi, che Cotroneo rilegge sapendo di trovare lì, in quella linea leggera, qualcosa di molto intimo. Forse un segreto. Quando deve sottoporsi a un’operazione per calcoli renali, Eco gioca al suo modo firmandosi in una lettera “freddo e calcolatore”. Che è un modo divertito di rinfacciare a Cotroneo un’espressione usata dall’amico in un libello: «intellettuale freddo, calcolatore e distaccato». Non che Cotroneo la pensasse o la pensi così, anzi: parlava di un’apparenza: della schermatura, del camuffamento, del riserbo, della capacità di «proteggersi» dietro le pagine dei libri, romanzi compresi. Ma – conclude rivolgendosi a Eco, a Umberto – «ci sono tutte le risposte nelle tue pagine. E non c’è nessuna risposta. E questo mi deve bastare, per ora».
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