Cultura
26 febbraio, 2026La storia del migrante ucciso dal poliziotto strumentalizzata, prima di un pietoso dietrofront
Fossimo stati in osteria, con la tv gracchiante appesa al muro a raccontare Rogoredo, dopo un paio di bicchieri di rosso, qualcuno avrebbe già preso cappello. «Basta, ma che diamine!», avrebbe urlato alticcio, «adesso accusano pure un poliziotto che si difende da uno spacciatore armato?». E qualcun altro, più sobrio, gli avrebbe risposto piano: «Ma tu che ne sai? Stai zitto, siediti. Fatti un altro goccio, magari ti si schiariscono le idee». Però, ammoniva Umberto Eco, siamo sui social che «danno diritto di parola a legioni di imbecilli». E zittirli è impresa ardua.
Ora ascoltate questa: «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto». A prendere cappello su X, in assoluta sobrietà, è Matteo Salvini, un ministro della Repubblica. E la cronaca — come spesso accade — viene piegata a sostegno dell’ennesimo decreto sicurezza, destinato a introdurre di lì a poco uno scudo penale per i poliziotti. Non proprio una garanzia di impunità ma una riserva di legge di dubbia costituzionalità. Ennesimo puntello allo storytelling di una giustizia nemica, ostacolo alla genuina volontà governativa di rendere l’Italia un posto migliore. Una giustizia da randellare con un referendum come quello sulla riforma dello straripante Carlo Nordio.
Rogoredo, Milano: i fatti. Siamo a poche ore dalla morte di Abderrahim Mansouri, 28 anni. Versione ufficiale: una pattuglia si imbatte in uno spacciatore; l’uomo, alla vista degli agenti, sfodera un’arma. L’assistente capo Carmelo Cinturrino è più lesto e lo stende con un colpo della sua Beretta.
Alle prime battute molto non torna. Per questo occorre indagare ancora. Nell’infuriare della canea, in tre settimane, procura e Squadra mobile di Milano rimettono insieme i pezzi. Il colpo mortale ha raggiunto la vittima alla tempia, come fosse un’esecuzione. La pistola trovata vicino al cadavere è una replica a salve e ha tracce del dna di Cinturrino. Che conosceva, vessava e pretendeva il pizzo dallo spacciatore. Nei 23 minuti di buco tra lo sparo e i soccorsi è stata apparecchiata la messinscena con la pistola a salve prelevata in fretta e furia dal commissariato. Gli agenti coinvolti correggono la versione di comodo. E alla fine Cinturrino, a San Vittore, consegna un’obliqua confessione.
A indagare sono stati altri poliziotti. Perché in un Paese normale un pm coordina l’indagine, la polizia ha più Serpico che corrotti e la politica aspetta un turno prima di farneticare. Altrimenti, come accade, si è costretti al puerile esercizio della marcia indietro. Pratica ordinaria nella compagnia di giro dei forcaioli a corrente alternata.
All’osteria si può alzare la voce e sbattere i pugni sul tavolo. Sui social si può ridurre tutto a slogan. Il problema nasce quando quel caos scomposto pretende di farsi legge. Quando l’urgenza di lisciare il pelo alla piazza distorce i fatti e se ne infischia della logica. Perché è elettoralmente utile convincere l’opinione pubblica che l’indagine è già una condanna, ogni controllo un affronto e ogni pm un nemico. Questo accade all’osteria della politica. In mezzo a quel brusio che mette in discussione lo Stato se chiede conto al potere, la tv è sempre accesa. Anche quando il vino è finito. E in troppi, con tono sobrio e ministeriale, continuano a contrabbandare per riforma le loro chiacchiere da bar.
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