Cultura
6 febbraio, 2026"Cosa sarà": la rassegna del contemporaneo rende omaggio a Lucio Dalla. E si interroga sulle frontiere che stiamo attraversando
Bologna è una città che ama cambiare senza fare rumore. Non lo fa mai per strappi o accelerazioni, ma per sedimentazioni successive, come se il tempo fosse una materia da stratificare con cura. L’area della Fiera, poco distante dal centro storico, è forse uno dei punti in cui questa trasformazione è più leggibile: un quadrante urbano che negli ultimi cinquant’anni ha raccolto alcune tra le più eloquenti dichiarazioni architettoniche della città. Qui la Bologna medievale, porticata e introversa, lascia il posto a un paesaggio moderno che non ha mai rinnegato l’ambizione.
Avvicinandosi a piedi, prima ancora di entrare, si incontrano le torri progettate da Kenzo Tange all’inizio degli anni Ottanta: sette edifici che disegnano uno skyline inatteso, segnato da un modernismo che non è mai stato aggressivo, ma costruttivo, “positivo”, per usare una definizione recente dell’architetto e designer Mario Cucinella.
Poco più in là, in piazza della Costituzione, sorge l’edificio di Leone Pancaldi che per oltre trent’anni ha ospitato la Galleria d’Arte Moderna. Teatro, tra gli anni ‘70 e ‘80, di alcune tra le più radicali sperimentazioni performative italiane (tra cui la prima edizione della Settimana Internazionale della Performance, nel 1977, curata da Renato Barilli, Francesca Alinovi e Roberto Daolio, passata alla Storia per “Imponderabilia” con Marina Abramović e Ulay a corpi nudi). Di fronte si trova la replica perfetta del Padiglione de l’Esprit Nouveau di Le Corbusier e Pierre Jeanneret, un frammento di Esposizione universale trapiantato nel capoluogo emiliano, testimonianza di una stagione in cui la fiera non era solo un’infrastruttura, ma un laboratorio di visioni.
È da qui che Davide Ferri ha deciso di far cominciare idealmente la 49ª edizione di Arte Fiera – da oggi fino all’8 febbraio - la più longeva d’Italia, la prima sotto la sua direzione artistica dopo essere stato dal 2020 responsabile dell’apprezzata sezione Pittura XXI proprio della rassegna bolognese. «La fiera comincia dall’esterno, dal percorso a piedi che il visitatore fa per arrivare all’ingresso. Quello che si vede fuori racconta e ricapitola la lunga storia di questa Fiera, la prima che ho visitato da adolescente», spiega a L’Espresso: «Una storia che inizia nel 1974, poco dopo Colonia e Basilea, e che oggi si misura con un’eredità tanto prestigiosa quanto complessa».

Il titolo scelto per questa edizione è “Cosa sarà”, che è anche il titolo di una canzone di Lucio Dalla, datata 1979, che appartiene allo stesso tempo storico in cui Arte Fiera prendeva forma. Ferri lo dice con chiarezza: «Il nostro non è solo un omaggio ma, piuttosto, il rimando a un nuovo ciclo, a una partitura aperta sotto la quale far scorrere domande sul presente e sul futuro».
Che cosa significa oggi fare una fiera d’arte? A chi parla davvero? E fino a che punto un formato dato per obsoleto può ancora trasformarsi? La risposta non arriva per proclami, ma attraverso una costruzione paziente che ha la forma di una passeggiata. Dentro e fuori i padiglioni, tra architetture, opere, libri e conversazioni. Appena varcata la soglia, il visitatore attraversa la sezione Editoria, una sorta di anticamera che introduce alla Main Section.
Al centro, il Book Talk, uno spazio dove i libri d’arte tornano a essere oggetti di discussione pubblica e non semplici corollari. Gli storici padiglioni 25 e 26 - costruiti nel 1964 da Benevolo, Giura Longo e Melograni - restano il cuore fisico e simbolico della fiera. Ferri ne rivendica la struttura bipartita come un valore: «Da una parte c’è il Novecento storico, dall’altra ci sono le ricerche degli ultimi decenni. Una distinzione che non è mai rigida, ma funziona come un campo magnetico in cui le opere si attraggono e si respingono».
Nel padiglione 26 prende forma Ventesimo+, la nuova sezione dedicata al collezionismo come pratica viva e trasversale. Non si tratta di una storia lineare del secolo scorso, ma di un montaggio libero affidato ad Alberto Salvadori, che suggerisce come una collezione possa funzionare come un organismo domestico, mutevole e identitario. Nello stesso padiglione, Multipli, curata da Lorenzo Gigotti, esplora il territorio delle edizioni e della riproducibilità tra libri d’artista, grafiche, design e nuovi media. Al centro, “The New Many”, uno spazio di confronto sull’economia digitale delle opere multiple. Il padiglione 25, poi, ospiterà le sezioni che guardano con più decisione al presente, come Pittura XXI, curata da Ilaria Gianni - che restituisce la complessità di un linguaggio che, negli ultimi anni, ha riconquistato centralità senza nostalgia – a Prospettiva, a cura di Michele D’Aurizio – che dà spazio alle nuove generazioni attraverso mostre monografiche – a Fotografia e dintorni, affidata a Marta Papini - che allarga il medium fotografico fino a farlo dialogare con collage, disegno e pittura lungo una riflessione sulle immagini e sui modelli di rappresentazione.

Tante le gallerie provenienti da tutta la penisola, tra cui Magazzino, da Roma – che propone anche Elisabetta Benassi (sarà anche allo stand di Litografia Bulla) e la video installazione Luce di Quayola nella ex Chiesa di San Mattia – P420 da Bologna con Adelaide Cioni, Shafei Xia e Ana Lupas con l’imperdibile Armature – la galleria Poggiali con Barbara De Vivi, Thérèse Mulgrew e Andreas Zampella – A Arte Invernizzi da Milano con Alan Charlton in relazione con François Morellet, cui il Centre Pompidou di Metz dedicherà una retrospettiva per il centenario dalla nascita. E, ancora, Massimo Minini da Brescia, Cortesi da Lugano, Erica Ravenna e Studio Sales da Roma, Franco Noero da Torino, Richard Saltoun da Londra e Kaufmann Repetto da New York.
La “passeggiata” proposta da Ferri non si esaurisce all’interno, perché proprio all’ingresso della fiera, in piazza Costituzione, Marcello Maloberti accoglierà i visitatori con “Kolossal”, primo capitolo di Preludio, il nuovo programma di commissioni d’artista. Troverete una gru che solleva un cartello stradale di Bologna, sradicato dal suo contesto, sospeso tra terra e cielo. Un anti-monumento precario, che sembra indicare una direzione senza fissarla. Durante i giorni della manifestazione, l’opera si diffonderà anche attraverso poster che circolano in fiera e in città, come frammenti mobili di una narrazione più ampia. Poco distante, nel Padiglione de l’Esprit Nouveau, prenderà forma “Wardrobe”, realizzato in collaborazione con Fondazione Furla. Dopo l’acclamata performance di Adelaide Cioni, lo scorso anno, questa volta toccherà a Chalisée Naamani che trasformerà l’edificio modernista in un grande guardaroba. L’abito, l’abitare e l’abitudine diventeranno così una grammatica del corpo e dello spazio, in dialogo diretto con l’architettura di Le Corbusier. Fuori dai cancelli, la città risponde. “Art City Bologna” accompagna la fiera con un programma diffuso che coinvolge musei, università, spazi pubblici. Lo Special Program, Il corpo della lingua, curato da Caterina Molteni, attraversa luoghi emblematici dell’Alma Mater con interventi di artisti italiani e internazionali, da Ana Mendieta a Mike Kelley, da Alexandra Pirici a Nora Turato. Sabato 7 febbraio, la White Night prolungherà l’esperienza fino a notte fonda, trasformando Bologna in un palco continuo.
Da non perdere, poi, la personale di Michael E.Smith curata da Simone Menegoi (ex direttore di Arte Fiera) e Tommaso Pasquali a Palazzo Bentivoglio e la mostra “The Performative Word” di John Giorno al Mambo a cura di Lorenzo Balbi che domani, all’interno della fiera, con la curatrice Giorgina Bertolino e Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, presenterà il libro “News from the future” (Allemandi) che celebra i 30 anni della celebre fondazione piemontese che a maggio aprirà la sua sede veneziana. A fine passeggiata, quel che resta è la sensazione che “Cosa sarà” non sia una domanda retorica, ma un esercizio di attenzione. Ferri lo suggerisce senza enfasi, affidandosi alla struttura stessa della fiera, che è davvero, come dice lui, «un insieme di soglie, di attraversamenti e di incontri».
Foto in apertura: "Regno dei fiori", esplorazione cosmica del profondo di Nicola De Maria, per gentile concessione dell'artista e Galleria Mazzoli
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