Cultura
13 marzo, 2026Musica pop, fuochi d’artificio, cascate d’argento. Lo spot per la app dei Musei statali è una sfida vincente al kitsch
Finalmente un po’ di coraggio. La nuova campagna per promuovere l’app dei Musei Italiani, firmata dal regista Luca Finotti in collaborazione con l’art director Paola Manfrin, fa drizzare le antenne e fa discutere nel segno dell’azzardo. Un esperimento video che parte da un telefono che genera opere e statue. E lì ci irrigidiamo, pensiamo a un altro giochino sugli “influencer”, all’ennesimo tentativo di parlare ai giovani con il vocabolario degli anziani che fraintendono rendendo tutto cringe. E invece no. Lo spot comincia con un silenzio. Un silenzio che però parla la lingua dei segni e promette di «raccontare una storia con gli occhi di un bambino» e dà il benvenuto in un mondo magico. Sbocciano fiori, esplodono illustrazioni. Poi parte “Felicità tà tà” di Raffaella Carrà, capolavoro pop del ’74, e a quel punto si capisce che qualcuno ha deciso di non avere paura del “kitsch”, dell’eccesso, della gioia.
Siamo nei luoghi della cultura più significativi d’Italia e fuochi d’artificio partono dal carrello di una addetta alle pulizie danzante e sorridente. Poi elefanti e giraffe attraversano le sale, uomini nudi cambiano pelle tra gli scavi, una cascata d’argento invade la Fontana di Trevi. E ancora musei con farfalle colorate, astronauti, palestre improvvisate, suore che giocano a pallavolo. È una campagna iperbolica, eccessiva, gioiosa. In un mondo culturale che spesso non osa nulla per paura di non essere “istituzionale”, questa volta è l’istituzione stessa – la Direzione generale Musei - a prendersi gioco di sé (che non significa non prendersi sul serio).
Nel piccolo film convivono la popstar per eccellenza Achille Lauro e l’esperto di musica classica Piero Maranghi; atleti olimpici e paralimpici insieme ad Alba Rohrwacher; attori, ballerine, e le venti “Donne in Rosa”, gruppo di donne che hanno affrontato un tumore e che riportano al centro il rapporto tra arte e salute, ricordandoci che i musei possono essere luoghi di benessere. È un film che frulla tutto. Come la vita, per aggiungere una punta di retorica. È assurdo, colorato, generoso e, per una volta, non ha paura di esserlo.
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