Cultura
24 marzo, 2026Dieci anni fa scompariva un maestro. Che ha regalato al Paese senza memoria una meravigliosa crepa nel muro di conformismo. Il ricordo di Pino Strabioli: «“Mescolava alto e basso, trecce bionde e Ionesco. Il suo parlare al femminile era di una potenza esplosiva. Persino Claudio Villa diventava Claudia”
Paolo Poli, figlio di un carabiniere e di una maestra elementare, ha imparato leggere a cinque anni sulle ricette dell’Artusi. Ha attraversato il Novecento uscendo indenne dalla guerra, il fascismo, il bianco e nero, le diavolerie moderne e non ha mai smesso, per gli 86 anni in cui ha deciso di regalarsi al mondo, di battere le sue scarpe lucide sulle tavole del palcoscenico.
Di aggettivi gliene sono stati appoggiati parecchi su quel corpo esile e legnoso come quello di Pinocchio, e come scrisse Natalia Ginzburg «le mani fini e soavi che lo rendevano simile a una bella ragazza». Paolo Poli «attore, regista, trasformista, scrittore, beffardo, aristocratico, birbaccione, iconoclasta, impudico, insolente, narcisista, raffinato, satirico, ridondante».
Uomo di genio profondo, leggero come l’aria, denso come l’inchiostro, ha immerso la sua vita e la sua arte nel calamaio della libertà, per incidere frasi indelebili su quella pergamena chiamata pubblico.
Era un funambolo della parola, che masticava e digeriva senza mostrare fatica. Coltissimo, imprevedibile, ironico fino alla ferocia è entrato nella storia del teatro anche per essere stato tra i primi a giocare con i personaggi en travesti.
Le sue parrucche, le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi, hanno scavato una crepa luminosa nel muro del conformismo italiano, sventolando l’aria pura di temi e allusioni più esplicite che supposte, in un ambiente dalle finestre ancora troppo chiuse.
Quando portò in tournée lo spettacolo su Rita da Cascia in Sicilia, lo scandalo fu immediato. Il pubblico si divise, le proteste si moltiplicarono, la tournée venne interrotta e Poli fu costretto a ripartire dopo pochi giorni perché il confine della libertà artistica aveva ancora un sapore assai fragile. Per lui la lettura, la cultura, il sapere non aveva una sola dimensione. Tutto era alto, tutto era basso, tutto si poteva mescolare con la stessa eleganza di una camicia inamidata su cui stringere un eterno papillon.
«Vecchine, giovani, belle. Le canzonette raccontano meglio un periodo storico senza dover fare le conferenze», diceva. E gli piacevano le porte spalancate e usava la stessa tinta di Laura Betti, biondo svedese, come quello delle gemelle Kessler.
Con la sua voce cristallina, baritonale, acutissima e grave alla bisogna, passa dalle fiabe sonore a Ionesco, dall’operetta alla pubblicità, e poi le sante, le madonne, le suorine, le alcove e gli altari, diva tra le dive, maschera imperitura dalle tante facce, sempre col medesimo estro.
La televisione lo ha catturato, a volte, e lo ha anche respinto, con la consueta cecità della censura, come accadde con "Bau Bau", lo show oscurato per ben sette anni.
Le “sue” donne invece, ne sono state sempre sedotte. Sandra Mondaini, Raffaella Carrà, e Mina, con cui si incontra nei camerini improvvisati di un carnevale per i dipendenti Rai. Anni dopo, ricorderà Poli, la grande voce gli chiese se tra loro ci fosse mai stato qualcosa. «Eh no amore, io sono frocio, non ricordi?».
Per lui «Parise era un uomo così carino», Laura Betti faceva dei meravigliosi risotti, Sandro Penna un grande poeta, «quando veniva a casa mia si toglieva le scarpe, gli partivano degli “stiracchi tremendi” e non sai che puzza ma poi, poi l’odore se ne andava e rimaneva la poesia». Pasolini? «Mi detestava» Il suo maestro? «Franca Valeri».
Pillole di memoria, saggezza e sagacia le dispensa Pino Strabioli, che Paolo Poli volle per il suo “Gulliver” dicendogli «Ti ho salvato quando giravi le frittate a Uno Mattina». E fu Strabioli a riportare Poli in televisione per “E lasciatemi divertire”, un programma lunare della Rai Tre di Andrea Vianello, dedicato ai vizi capitali, in cui si mescolavano Boccaccio e Botticelli, Palazzeschi e “Pesciolino mio diletto”.
«Era assente da tanto tempo e diceva: “Ricordatemi in bianco e nero come Greta Garbo, non voglio fare la televisione, figuriamoci i vizi capitali. Per sentirmi parte dell’Unità d’Italia, ogni tanto accendo quell’orrenda macchina e sento che parlate solo di povere morte ammazzate. Praticamente siamo ancora al pubblico greco che voleva sapere di quello che si tromba la madre e poi si acceca”. Poi alla fine si convinse ma chiese otto puntate. “Lo so che i vizi sono sette, l’ottavo sono io”».
L’amicizia tra Poli e Strabioli è stata lunga, intensa, per un anno hanno consumato un pranzo, sempre a mezzogiorno, in un ristorante nel centro storico di Roma. Un carciofo, un bicchiere di bianco, uno spaghettino a volte, due fragole. Poli raccontava e Strabioli raccoglieva, come un giardino che riceve la sua acqua. Da lì è nato il libro “Sempre fiori, mai un fioraio” e poi lo spettacolo che ogni volta che torna in scena ricrea la stessa magia, di un pubblico a cui all’improvviso apri il forziere di un tesoro così lontano, così vicino.
«Paolo è stato la mia accademia, mi ha messo sul palcoscenico con lui per 500 sere. Ed era severissimo, non potevi sbagliare mai. Il suo teatro non aveva niente di psicologico, era una filastrocca che durava due ore dall'inizio alla fine, per cui la dovevi sapere a memoria, se spostavi una parola cadeva l’intero castello. Ed era anche una prova di resistenza fisica, mi faceva ballare e mi diceva “Sei orrendo”. Per lui l’importante era essere brutti, perché doveva essere lui il più bello, il più alto, il più umano».
E sapeva tantissimo di tantissime cose, continuava a studiare, a divorare libri. si svegliava prestissimo, andava per chiese, musei, palazzi perché voleva sempre vedere tutto, entrava e usciva dai portoni, i cortili. A volte diceva: «La sera sto solo con Dante. Se non recito mangio uno spicchio di pera, una buccia di formaggio» ed era vero. E proprio questo faceva parte della sua irresistibile rivoluzione, in cui mescolava bambole, balli e sgambetti e poi Savinio, Pascoli, arte e letteratura. «E mi interrogava – dice ridendo Strabioli – e mi sgridava: “Cretina, non sai niente!”. Era amatissimo, donne, mariti, borghesi. Lui arrivava sempre, e questo è stato un vero atto politico che però non ha mai rivendicato. Una trasgressione gioiosa, ma talmente trasgressiva appunto da diventare naturale. Anche il suo parlare tutto al femminile, era di una potenza esplosiva. Persino Claudio Villa diventava Claudia».
Paolo Poli è sempre stato un uomo libero, il potere non era un tema che lo riguardasse. «Esatto, non ha mai preso un centesimo dal ministero. E detestava i pranzi di convenienza, i sindaci, gli assessori, il lusso, lo spreco, la ricchezza, lo sfoggio e l'esibizione del denaro, la trovava una cosa volgare. Per sé non spendeva mai, tutti i soldi che riusciva a raccogliere li investiva nel teatro, era davvero un capocomico, come Eduardo. Prendeva sempre alberghi a tre stelle perché la quarta stella era lui, io solo mezza. Poi il giorno in cui si sentiva particolarmente bello le stelle di quelle stanzette potevano diventare anche sei. Era un uomo solitario, non voleva incontrare i colleghi, aveva una casa estremamente semplice con la statua di Santa Cecilia, qualche oggetto di Emanuele Luzzati e piccola stanza in cui nell’ultima parte della sua vita ospitava un’attrice caratterista che aveva difficoltà economiche. In questo era generosissimo. Gli ho visto fare mance incredibili ai tecnici, ai camerieri nei ristoranti. Una volta, eravamo a Venezia, lo vidi uscire dall’albergo con una bambola enorme e mi disse che la stava portando alla cassiera del cinema porno perché era diventata mamma».
Oggi, a dieci anni dalla sua morte, ricordarlo come merita sembra quasi un atto di giustizia. A maggio è prevista una grande serata al Teatro Valle, il suo teatro, e uno speciale su Radio Tre, con la voce e la memoria di Strabioli. La tv invece, per ora non è pervenuta.
«Lui non amava ricevere i premi, diceva non voglio essere considerato un nome e un cognome, un borghese qualsiasi, voglio essere un elfo, un folletto, un dubbio e una speranza. E io mi attacco a quello e quindi cerco di restituirlo questo dubbio e questa speranza. La speranza che si possa davvero essere altro da quello che purtroppo siamo diventati, e il dubbio è se ci sarà mai un altro Paolo Poli, se ce la faremo a tener vivo questo pensiero libero in questo momento storico. Ormai viviamo senza memoria, anche sulla rivoluzione e da quando non c’è più lui ci stiamo un po’ addormentando. A suo nome c’è solo il Saloncino della Pergola, a Firenze, neanche una piazza, una via, dove magari passando verrebbe in mente a qualcuno di riscoprire un personaggio di tale potenza. Mi ricordo una sera a Budrio, lui faceva questa regina bellissima e un bambino era corso in camerino per conoscerla, ma Paolo si era già struccato e provò a convincere questo ragazzino di sei anni con frasi tipo “Guarda che quella donna sono io”. Ma il bambino non si voleva arrendere, “Non sei tu, tu sei brutto e vecchio” gli diceva. Ecco, io sono sicuro che quell’incontro non lo avrà dimenticato mai. Perché Paolo ti incantava e poi scappava, sembrava non esistere, come un folletto appunto».
E chissà se è stato felice. «Aveva degli spazi di pura gioia quando costruiva i suoi spettacoli», conclude Strabioli: «Amava stare nella storia delle sue storie. Ma quando glielo chiedevano rispondeva: “La felicità non esiste. Posso dire di essere stato sereno, ma in fondo io sono Serenella”».
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