Cultura
25 marzo, 2026Articoli correlati
Era burbero e dolce, barava al gioco, amava i polizieschi e stare tra la gente. Nel suo romanzo Sandra Petrignani, attraverso il suo alter ego Egle, racconta il padre della psicologia analitica
Quando chiudi “Carissimo dottor Jung” di Sandra Petrignani (Neri Pozza) una domanda si fa ineludibile: perché ti ha così emozionato? Perché, durante la lettura, i tuoi sogni si sono sbizzarriti? Perché dovevi fermarti alla fine di un capitolo per lasciare posare una nostalgia? Perché alcuni fantasmi si sono presentati? Lo spiega Egle, alter ego di Sandra, nelle ultime pagine. Confessa di essere stata innamorata di Jung quanto le protagoniste della storia che ha raccontato e soprattutto che lui «è diventato per tutta la durata della scrittura il suo personale psicoanalista». Il lettore, di conseguenza, non ne esce indenne: per proprietà transitiva finisce sotto la luce di «quell’incantatore straordinario».
«The Magician», così lo chiamava Christiana Morgan, a sua volta soprannominata Lady Morgana. Nel romanzo Christiana, paziente di Jung negli anni Venti poi sua seguace a Harvard, torna a trovare il suo maestro trent’anni dopo, nel 1961, nella sua casa di Küsnacht, sul lago di Zurigo. Non è una Toni Wolff o una Sabina Spielrein, è il «grande amore mancato» di Carl Gustav e va da lui per chiedergli «come si fa a prendere in mano l’esistenza».
Sandra Petrignani immagina uno struggente confronto, finale per entrambi (lui sta morendo e lei si suiciderà pochi anni dopo), eppure pieno di vita. Il loro dialogo è il pretesto per un bellissimo doppio ritratto: quello di un Jung ormai vecchio, vicino alla saggezza e all’interezza che ha sempre cercato, e quello di una donna moderna, inquieta fino all’ultimo, tragicamente irrisolta.
«Gli piacevano i romanzi polizieschi, barava al gioco anche con sé stesso quando faceva i solitari, amava stare in mezzo agli altri e che la gente lo cercasse, salvo annoiarsi improvvisamente e liquidare tutti per restare solo», così lo descrive Petrignani. «Era burbero, ma capace di infinita dolcezza. Ed era sempre stato bello, alto e con una corporatura possente, persino da vecchio riusciva a essere affascinante, curato nel vestire ed elegante, con la pipa o il sigaro e il suo bastone. Eppure aveva anche qualcosa del contadino, un che di diretto e di semplice». Ci porta a conoscere Jung attraverso il suo mondo, passando per i suoi cani, la sua barca, la Iolla dalle vele rosse («Mi piace la vela perché sono in dialogo col vento», diceva), il suo amore per i laghi, deciso da piccolo quando aveva capito che vivere lontano dall’acqua non aveva senso, il suo legame con le case, soprattutto con quella di Bollingen, costruita da lui con due torri. Oppure attraverso il suo legame con gli oggetti («Sempre aveva avuto un intimo rapporto sentimentale con le cose, soprattutto nella casa di Bollingen. Gli rivolgevano le loro richieste gli oggetti a lui cari, e lui doveva rispondere, usarli, coccolarli, parlarci. Come con gli animali. Come con i suoi fogli»).
Naturalmente per sapere chi è CG, Carl Gustav, bisogna conoscere le sue donne (e le sue «tendenze triangolari»): la moglie Emma, generosa e materna, l’amante Toni, «capace di incarnare la sua Anima, la sua parte più inconscia e femminile», l’amica Ruth, che si occupa di lui quando resta vedovo. Ci sono gli amici, la rottura con Freud, gli allievi, gli adoratori.
Poi c’è lei, Lady Morgana, «dai capelli disordinati e gli occhi distanti», così elegante nei suoi vestiti di seta colorati e con i suoi gioielli indiani, «intelligentissima, ma eccessivamente razionale», come dice Jung, che fa devastanti «incubi di morte per acqua» (morirà affogata) e resta per tutta la vita impigliata in un amore tossico con lo sposatissimo Henry Murray, pioniere dello junghismo in America, insieme al quale fonda la clinica psicologica di Harvard. Prigioniera di una dipendenza sessuale e sentimentale, Christiana ha immolato a quell’uomo la sua intelligenza e la sua creatività.
E mentre Egle, emersa da poco «da una vedovanza che l’aveva lasciata sbigottita dopo un fortunato matrimonio tardivo durato una ventina d’anni», scrive del Mago e di Lady Morgana, guardando il Tevere per niente biondo, passeggiando con la sua vicina di casa, l’ottantenne Lorenza, o giocando con lei a burraco, il pensiero di Jung lavora dentro di lei e l’aiuta a vivere una nuova stagione della vita.
Fare mito della morte. Essere nel presente. Guardare avanti, costruire il futuro, non restare invischiati nel passato. Conoscere il passato per farne qualcosa e superarlo, come con l’inconscio. Non sfuggire al proprio demone. Pensare che il tempo non è un impedimento, ma un mezzo per realizzare il possibile. La verità non è eterna, è un programma. Quel che conta è la capacità di trasformarsi. Dove c’è la tua paura, c’è il tuo compito. Diventa ciò che sei.
Il viaggio interiore di Egle culmina in un “pellegrinaggio” a Zurigo, insieme all’amica, per vedere la casa di Küsnacht. Siamo nel cuore della “petrignanità”: quando si entra in una casa, dove ha sede l’anima di qualcuno. Jung abita qui. Egle-Sandra arriva così a «qualcosa di meravigliosamente pacificato fra le tante sé stesse che ha l’impressione di essere e di essere stata», Jung è venuto a chiudere un cerchio o ad aprirlo. In ogni caso alla fine ha aiutato proprio lei a prendere in mano l’esistenza e a capire nel profondo che «il senso della vita è la vita stessa».
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