Cultura
25 marzo, 2026Nell’inverno del 1982 un giovane cronista ottiene dal drammaturgo, al termine di un suo spettacolo, una lunga intervista, fino a oggi mai diffusa. Una riflessione sulla difficoltà di fare satira in Italia. E sulla solitudine di un’arte
Milano, novembre 1982. È una tipica serata fredda e nebbiosa. Aspetto Dario Fo e Franca Rame fuori dal camerino al termine dello spettacolo “Fabulazzo Osceno”. Fo è provato. Ha recitato per quasi due ore nonostante la febbre. Gesticola e guarda il palco avanti e indietro con le sue lunghe falcate e la voce tonante, con la solita verve e fisicità circense. La recitazione è stata impeccabile e travolgente, risate e applausi a ogni guizzo e iperbole. Nonostante l’ora tarda, Fo mantiene l’impegno di questa intervista sulla satira in Italia, e mi invita a casa sua non molto lontano dal teatro. L’incontro si trasformerà in una lectio magistralis del futuro premio Nobel, interrotta ogni tanto da un bicchiere di latte caldo, un piatto di riso in bianco e pasticche di antibiotico. In casa ci accolgono i divani crema di un ampio salone. Sopra le nostre teste campeggia, allineata sull’architrave, una collezione di antiche maschere teatrali. «Vi siete divertiti?», chiede subito. Molto. I tuoi spettacoli sono sempre così affollati? «Sì, è raro che ci sia poco pubblico, succede quando non viene preparata bene la piazza il primo giorno, ma comunque dopo esplode. In particolare questo spettacolo ha un grandissimo richiamo».
Sei una delle poche persone in Italia che fa satira.
«La gente ha bisogno di ridere e sghignazzare di quello che odia e che è costretta a subire: la cosa grave e che nella situazione attuale non ha spiragli, i partiti ormai sono sputtanati oltre ogni misura e purtroppo tutti».
La politica è ancora fonte di ispirazione?
«Lo è. Ti faccio un esempio. Oggi c’è un articolo di fondo su Repubblica, mi pare di Riva, che racconta come Craxi dichiari di sostenere il governo Fanfani se però dà l’Eni in mano ai socialisti: ma è il mercato delle vacche! Noi attori siamo gli unici in teatro che fanno queste denunce. E senti che il pubblico viene non soltanto per ridere, ma anche per informarsi».
Se la sensibilità del pubblico è così forte, perché la satira non è mai diventata un autentico fatto di costume in Italia? Perché c’è così poca gente che la fa?
«Questo non è dovuto alla cattiva educazione del pubblico ma degli attori. Dobbiamo storicamente analizzare chi fa teatro, che razza di fauna è. E guarda anche la satira giornalistica o del fumetto: anche loro hanno mollato. Mio figlio faceva satira su Il Male, un giornale che si sta decomponendo, non c’è ricambio, eppure guarda il successo che ha avuto. Avevano cominciato da zero, poi hanno cominciato a non fare più satira ma solo provocazioni generiche, non analizzavano i fatti, non raccontavano le storie, c’erano i vignettisti ma non c’erano i raccontatori. Il Canard enchaîné sta in piedi perché ha quattro o cinque grossi affabulatori che raccontano le storie e le capovolgono».
In Francia, in Inghilterra la satira è più apprezzata.
«Guarda, queste sono balle, di Karl Valentin ce n’è stato solo uno in Germania così come di commentatori satirici in Francia oggi non ce n’è nessuno; c’era il grassone lì, Coluche, che faceva una satira pesante a base di vaffanculo, di stronzi, triviale, ma non c’è nessun altro. In Inghilterra, poi, non esistono affatto. Quando vado all’estero credono che io sia il risultato di una tradizione satirica italiana e quando dico: guarda che sono solo, lo credono impossibile. Leggevo che adesso hanno fatto in Olanda, in Germania e in Danimarca “Clacson, trombette e pernacchi” con dei successi incredibili e tutti dicono che è l’esprit méditerranée: ma non è vero. Non c’è un altro, oggi, che scrive come un Sergio Saviane, con quella verve, con quella cattiveria. D’altra parte in tutto il l’impero romano c’è stato Marziale e basta. Petronio non era mica uno satirico; nel secondo secolo dopo Cristo c’era Luciano di Samosata e in tutta la storia della Francia gira e rigira troviamo sempre il solito Rabelais. Noi abbiamo avuto Boccaccio, ma non faceva mica satira, ha imparato a scrivere il gioco grottesco e licenzioso dai “fabliaux” quando si trovava a Napoli a contatto con i provenzali».
Qualcuno spiega questa carenza di tradizione satirica con la repressione e il controllo politico: prima il fascismo, oggi i partiti che si sono comprati i giornali e controllano anche la satira politica.
«No. Io dico che è un problema di costume generale: far ridere, giocare sullo sghignazzo e la risata della satira è eccezionale rispetto alla tragedia. Nella storia inglese hai non so quanti scrittori tragici e poi due o tre scrittori satirici dal periodo elisabettiano, un po’ pesanti, grevi e comunque non conosciuti perché sono rimasti lì, legati al loro tempo. Perché chi fa satira deve dire nomi e cognomi: la satira vera brucia nel tempo. Aristofane è un autore che non riesci a mettere in scena perché ogni due battute hai dei personaggi che dovresti conoscere per coglierne gli atteggiamenti derisi. Quando se la prende con Cratino, per esempio, se non sai chi è, che cazzo di satira fai… La satira ha bisogno del quotidiano perché sennò fai “pochade”, farsa fine a sé stessa. La macchina della farsa sta in piedi nel tempo perché è giocata sull’equivoco, sulla parodia di una situazione, ma la satira no, ha bisogno che ci sia dietro un momento di grandissima tragedia. Tant’è vero che Aristofane fa “La pace” su una guerra da 20 mila morti, “Lisistrata” è giocata sul massacro. Egualmente in Inghilterra: è straordinario che grandi autori satirici come Alexander Pope, Jonathan Swift e John Gay si siano ritrovati a scrivere insieme. Ma scrivono di cosa? Della fame».
Gli eventi tragici abbondano anche oggi, allora sono gli autori che mancano?
«Il bisogno c’è. Gli italiani hanno grande senso dell’umorismo, dell’ironia, del grottesco; sanno ridere anche della morte».
Questo gusto rischia di essere rovinato da tanta finta satira?
«Io vedo un’altra cosa grave. C’è tutta l’intellighenzia italiana, la cultura, che manca di umorismo. E quando lo fa è un umorismo da bottegai. Io stesso scrivevo su L’Espresso anche cose divertenti; c’era Saviane che impazziva per i miei testi. Però dopo un po’ non me le hanno più chieste, perché è la cultura italiana che si trova a mal partito davanti all’ironia. Se tu leggi le cose di Biagi, ti fa andar giù le calze, ma questo sarebbe il senso satirico? Montanelli fa della satira? Andreotti che scrive di satira è di un truce… ma accade in tutti i tempi! Mi sono trovato a leggere delle cose sul tempo di Rabelais: era odiato dalla cultura ufficiale come lo stesso Molière. E Goldoni, che faceva al massimo della satira di costume, l’hanno costretto a scappare. Quando faceva “La locandiera”, prendeva per il culo il cavaliere, lo spagnolesco, il francese, salvava il borghese rozzo italiano. Ma tutta l’élite di Venezia lo insultava».
Finora non mi hai parlato di censura.
«Ma si che c’è! Sono andato a Muggia a fare uno spettacolo e quando ho fatto ironia sul papa è arrivata la Digos: voleva sapere come mai un ente pubblico finanziava un personaggio che andava a insultare, secondo loro, il papa. Poi per fortuna ho dimostrato con l’incasso che era quello che mi permetteva di essere pagato, ma non dobbiamo dimenticare che per 12 anni ci hanno sparato addosso 40 processi, altro che censura».
Stai dicendo che ci vuole coraggio a fare satira in Italia?
«Se Saviane fosse uno che invece che prendere per il sedere Tizio, Caio e Sempronio con ferocia incredibile scrivesse come Moravia sarebbe ricco, stimato, farebbe stampe e ristampe, scriverebbe sul Corriere. La satira ti sotterra, molte volte devi cambiare mestiere: vedi Belli o Porta che non vivevano certo della loro satira, ma che erano costretti a fare gli impiegati».
Sono difficoltà che provi anche tu?
«Noi non abbiamo difficoltà, abbiamo una tale forza sul piano del pubblico che superiamo tutto, anche la mancanza di teatri. In alcune città battiamo Pino Daniele, Franco Battiato, facciamo incassi enormi».
Come vedi il futuro della satira?
«Spero che ne vengano fuori altri artisti, siamo in un periodo di deficienti. Specialmente a Roma, devo dire, c’è una massa di qualunquisti terribili, tutti questi che vengono fuori dal Bagaglino… fanno una satira da droghiere. Infatti sono amatissimi dai bottegai, dagli impiegati del Catasto, fanno le barzellette sceneggiate».
Non si può fare una “bottega di Fo”? Si può insegnare, tramandare la satira?
«No, non credo. Ho avuto con me allievi a centinaia, gente che sa fare il teatro, che sa recitare bene; purtroppo non gli ho insegnato a essere satirici. Brogi è un mio attore, la Melato ha fatto due anni con me, Craig ha studiato con me, Flavio Bonacci è stato cinque o sei anni con me, è bravo, un attore di grande squisitezza, e anche Secondo De Giorgi, Nicola De Buono, sono tutti nati artisticamente con me. Io ho cominciato con Parenti e Durano, scrivevamo tutti e tre, sono rimasto solo, gli altri hanno smesso; Contarello scriveva, quando abbiamo cominciato eravamo tanti. Io stesso vado a cercare dei testi, dei libri dello scrittore Buzzati per esempio, mi piacerebbe trovare delle cose da rubare a man bassa, niente… uno scrittore di una fragilità… Mi piacerebbe dire: siamo una corrente, ci si sosterrebbe l’uno l’altro, se fossimo di più».
Mi aspettavo una denuncia da “compagno”: pensavo che avresti parlato della chiusura degli spazi per la satira, dell’omologazione culturale. Invece hai descritto uno scenario sconfortante.
«E perché ti devo raccontare una balla? Il pubblico per far satira c’è. Benigni è bravo, è uno che riempie i teatri, se caricasse un po’ di più potrebbe girare come giro io, ma fa tante cose diverse. Quando c’è qualcuno che ha un minimo senso dell’umorismo, come Troisi - che è bravo, ma fa umorismo, non satira vera e propria - il pubblico c’è».
Troisi ha fatto fortuna anche per il suo passaggio alla Rai.
«Oggi non passerebbe più. La televisione ha chiuso alla satira».
C’è Arbore, ma ha fatto poca satira politica.
«Faceva della satira di macchiettoni. Come quello che fa il fascista, e che ora lavora in una televisione privata…».
Bracardi.
«Il gerarca: sempre solo quello. E poi c’è questa massa di cabarettisti che fanno imitazioni».
È finito anche il cabaret?
«Il cabaret è morto, spazzato via. La situazione è peggiorata sul piano della possibilità che ha un giovane di farsi conoscere: gli spazi sono spariti, il Ciak a Milano ti prende solo se sei conosciuto. Le tv private mandano mostri, l’altro giorno ho visto uno che faceva la presa in giro di un arabo, una cosa razzista. Si potrebbero fare cose straordinarie ma le televisioni private sono in mano a beceri incredibili, politicamente sono l’estrema destra assoluta».
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