Opinioni
25 marzo, 2026Rileggere le tragedie sul confine orientale permette di interrogarci sui nazionalismi del presente
"La frontiera ferita. Guerre, fascismo, foibe, esodo”, Marietti1820 ed., è un bel libro. L’ha scritto Gianni Cuperlo. I libri di chi ha un ruolo politico o istituzionale lasciano spesso il tempo che trovano. Strumenti di autopromozione, spesso scritti da ghostwriter, oppure improbabili tentativi narrativi. Questo libro è un’altra cosa. Scritto da un parlamentare triestino, carico di memorie familiari, esplora le ragioni dei serbatoi di odio che hanno provocato orrori e catastrofi senza limiti. Ricordare i massacri delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata è l’occasione di riscoprire, come fa Cuperlo, la storia complessa e drammatica del confine orientale, nella quale ebbero parte importante le stragi e la pulizia etnica operate dai fascisti e dai nazisti in quell’area.
Guardare indietro, alle ragioni diverse che provocarono una ferita tanto profonda e difficile da suturare, impone proprio in questo tempo l’obbligo di interrogarci sugli effetti delle nuove ideologie nazionaliste che hanno preso piede in tutto il mondo, fino alla nuova guerra di queste settimane.
Il Manifesto di Ventotene, “Per un’Europa libera e unita”, scritto nel 1941 da Altiero Spinelli e da Ernesto Rossi, col contributo di Eugenio Colorni, contro il quale Giorgia Meloni si è scagliata, reagiva a quelle ideologie che stavano devastando l’Europa. A quel Manifesto ha dedicato un lavoro recente Gianluca Passarelli (“La roccia di Ventotene”, Einaudi).
La stagione del populismo, che ha segnato quasi trent’anni di storia italiana, e che si è proposto in forme diverse in tante parti del mondo, sembra trovare uno sbocco nel nazionalismo, nel fondamentalismo religioso e nell’odio etnico, reazioni viscerali ai guasti terribili e alle nuove diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione ingiusta. È un paradosso constatare che oggi c’è un’internazionale dei nazionalisti che, come tali, sono pronti a entrare in conflitto fra loro. Ma la regia di questo processo non è di Meloni, o di Viktor Orban, o di Marine Le Pen, e neppure di Vladimir Putin, di Benjamin Netanyahu e persino di Donald Trump. Chi comanda davvero sono i proprietari delle tecnologie e del patrimonio di dati di gran parte dell’umanità. Il nazionalismo serve a questi grandi gruppi globali per costruire i loro imperi. Divide et impera, appunto. I capi nazionalisti, tronfi e boriosi, sono burattini nelle mani di chi ha il vero potere economico, con dimensioni mai viste. Sembra realizzarsi la profezia di Isaac Asimov.
Ecco perché l’unica strada per chi non vuol soccombere in uno scenario distopico è quella di un nuovo internazionalismo e di una nuova interdipendenza, che cominci da un forte rilancio dell’idea di un’Europa federalista. La fine di un’idea di frontiera e l’affermazione di un’idea di soglia. Non più un Occidente chiuso e arrogante, ma un’Europa inclusiva e aperta: a Est, a Ovest – si è parlato addirittura del Canada come possibile partner – e nel Mediterraneo, verso una rifondazione multipolare delle Nazioni Unite. Tornare, con la storia e la memoria, sulle vicende che hanno portato alle tragedie sul confine orientale – così come a quelle odierne nel Medio Oriente – vuol dire costruire speranza. È la lezione che ci ha lasciato un grande intellettuale eretico, Predrag Matvejevic. Costruire un ponte tra mondi e culture, a partire dal Mediterraneo.
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