Opinioni
25 marzo, 2026Un racconto partecipato della comunità artica e dei principi che ispirano la gente di quella terra
Negli ultimi mesi la Groenlandia è tornata al centro del racconto politico mondiale per le dichiarazioni di Donald Trump, che ha rilanciato l’idea, già avanzata nel 2019, di acquisire l’isola, definendola strategica per la sicurezza americana e per il controllo dell’Artico. Così è entrata nel lessico della geopolitica globale, tra proteste e slogan che ricordano una cosa semplice: l’isola non è in vendita.
Mentre la politica internazionale discute, il libro “In Groenlandia” di Daniela Tommasini (edito da Ponte alle Grazie) riporta lo sguardo sulle persone e fa comprendere ancora di più cosa significhi non gestire una terra come se fosse solo merce. «Non vogliono essere comprati. I giovani sono preparati, più combattivi degli anziani. Sono pronti a resistere».Tommasini è una geografa culturale e ha sessantasette anni. A fine aprile del 1994 arriva in Groenlandia su consiglio del marito. «Sono scesa dall’elicottero e mi sono sentita una innamorata stordita. Tutto era bianco, la luce fortissima». Da allora la Groenlandia diventa una relazione lunga trent’anni: una storia d’amore. Il libro non è una guida o un reportage classico. Tommasini prova deliberatamente a sospendere lo sguardo occidentale per raccontare la Groenlandia dall’interno delle comunità locali. E volge lo sguardo all’orizzonte, così come fa la comunità, quando prende tempo per riflettere e dare la risposta più giusta, ponderata. «Ho cercato di intercettare i loro codici di comportamento restando in secondo piano. Prima ho voluto assorbire il paesaggio, il freddo, il modo di mangiare, il ritmo della vita. Sono arrivata da turista, poi da studiosa. Oggi la considero una seconda casa». Ne emerge una Groenlandia meno mitologica e più umana.
Certo, ci sono gli scenari dell’Artico. Ma soprattutto ci sono le attese lunghissime, i tempi dilatati, la necessità di stare vicini. In un ambiente estremo la coesione sociale non è solo un valore ma ha rappresentato una forma concreta di sopravvivenza. «Non fissano negli occhi. È una forma di rispetto. Prima osservano, poi riflettono, e solo dopo parlano. L’unica cosa che ci differenzia molto è il modo in cui si lanciano nei cambiamenti. Forse li avrà condizionati l’imprevedibilità del meteo, noi siamo più prudenti nel modificare la nostra vita. Un amico mi ha detto che non è mai una buona idea andare via dai villaggi. Qui, se rimani, c’è sempre da mangiare». Il bravo cacciatore divide il cibo con la famiglia e con chi non può andare a caccia. La solidarietà non è un principio morale: è un sistema di vita.Il cibo è il primo gesto di accoglienza. Le comunità sono organizzate come grandi clan familiari. Si condividono le uscite di caccia, si lavora insieme, le donne svolgono molti lavori manuali.
Nei villaggi periferici dove Tommasini ha vissuto non esistono bar o ristoranti. La vita sociale si svolge nelle case. Naturalmente non è un mondo ideale. I luoghi non nascondono mai fino in fondo anche le fragilità. L’alcol resta un problema. Il tasso di suicidi è alto. La violenza domestica, probabilmente conseguente alla dipendenza da alcol, esiste. Ma la comunità e il welfare funzionano come un argine. «Dall’istruzione alle cure mediche: tutto è gratis. C’è un sistema sociale che sostiene le persone. Vivono in un ambiente che le mette alla prova ma si sono adattate».
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