Cultura
27 marzo, 2026Daniele Sepe, musicista di lunga percorrenza, artista di ispirazione libera e multiforme, ha pubblicato sul suo profilo un lungo e lucido “j’accuse” alla civiltà musicale dell’era liquida in cui spiega bene il meccanismo di selezione verso il basso a cui porta l’attuale sistema
Musicista di lunga percorrenza, artista di ispirazione libera e multiforme, Daniele Sepe, che sulla sua pagina Facebook si definisce “rumorista”, ha pubblicato sul suo profilo un lungo e lucido “j’accuse” alla civiltà musicale dell’era liquida. Soprattutto spiega bene il meccanismo di selezione verso il basso a cui porta l’attuale sistema, rendendo molto difficile la sopravvivenza e la dignità di quelli, e per fortuna sono ancora tanti, che non si allineano alle tendenze di mercato. «La mia media era di 15/20mila copie vendute ad album, per musica autoprodotta e senza nessuna ambizione populare, commerciale, lenitiva», spiega Sepe. «Non è che “Te recuerdo Amanda”, Victor Jara o Matteo Salvatore, erano propriamente i La Bionda o Umberto Tozzi, Jovanotti o Bregovic, e manco Vasco Rossi. Eppure a 2 euro a copia, per difetto, fatevi voi i calcoli, guadagnavo l’equivalente di un buon avvocato o chirurgo di fama nazionale se non europea. Forse no, loro avrebbero guadagnato di più… Ma io, da figlio di gente comune, per non dire povera, a 45 anni poi ho comprato casa. E non è poco per chi viene da sotto».
Era possibile fare ricerca, immaginare musiche originali, perseguire la qualità, inventare, e vivere più che dignitosamente del proprio lavoro. Negli ultimi anni, con la scomparsa del supporto fisico, questa possibilità si è ridotta al lumicino. In natura significa distruggere la biodiversità, in musica essere condizionati dalla logica dei cuoricini da social, dalla fretta dello streaming, dagli algoritmi che decidono cosa ti piace e cosa è meglio per te. Gli effetti di questi diserbanti li stiamo già vedendo. La musiche tendono ad assomigliarsi tutte, il mainstream è invasivo ed esclusivo, i beat sono sempre gli stessi, si diffonde un’aria di già sentito e già visto. Per ora, all’ombra di questo sistema, ci sono ancora musiche molto belle, ma è evidente come tutto questo possa essere disastroso per i musicisti più giovani. «E comunque, in questa situazione del kaz, io, come un operaio anarchico che lavora in Fiat», continua Sepe, «devo chiedere a chi apprezza il mio lavoro di ascoltarmi anche su Spotify o Apple Music, perché l’alternativa è non produrre più nient’altro. Il silenzio totale. Il completo annientamento. E quindi aggiungetevi come follower, mi date l’opportunità di continuare a proporvi musica. Ma resta un fatto: non è progresso, è regresso».
Come del resto ci dice tutto quello che ci circonda in questi tempi bui. Soprattutto diventa sempre più chiaro come l’illusione tecnologica ci abbia portato in una situazione difficile e pericolosa. La musica è un sintomo, è un riflesso del mondo e ora dovrebbe suonare come un campanello d’allarme.
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