Cultura
4 marzo, 2026Liberali, radicali, sessantottini. In cent’anni dalla morte il giovane avversario di Mussolini ha ispirato schiere di politici. Anche a costo di tirarlo per la giacchetta
L’omaggio alla memoria da parte della Repubblica certamente è iniziato nel modo più solenne, proprio nella Torino che avvolse il pensiero e l’azione dell’inflessibile nemico di Mussolini, morto quando non aveva raggiunto per pochi mesi neppure i venticinque anni. Nel centenario della scomparsa, Piero Gobetti - stroncato in esilio a Parigi da una malattia alla quale avevano contribuito in misura consistente le violenze squadriste che gli furono inflitte in patria - è stato ricordato, nel capoluogo piemontese, alla presenza di Sergio Mattarella. Puntuale l’emissione di un francobollo da parte del Mimit, come quello per Giacomo Matteotti nel 2024. Almeno nella filatelia, l’antifascismo non è in discussione.
Nessuno ovviamente può sapere quale sarebbe stata l’evoluzione della riflessione storico-politica di un ventenne che aveva rielaborato il liberalismo italiano in modo del tutto originale, fino ad affidarne il compimento rivoluzionario ai consigli di fabbrica della classe operaia torinese, sulla scia del “biennio rosso” 1919-1920: una prospettiva che ha attirato negli ultimi decenni gli strali di chi ha messo in dubbio anche la stessa caratterizzazione liberale di un intellettuale che in realtà - al di là del rapporto dialettico con Antonio Gramsci ricostruito negli anni Settanta dallo storico comunista Paolo Spriano - era in primo luogo allievo di Luigi Einaudi e anche suo editore, condividendone la fiducia nella «bellezza della lotta» e nel conflitto quale motore della storia. Ma che non vedeva in Italia, se non in alcuni settori minoritari, una borghesia all’altezza del proprio compito storico.
Per non esaurire tutto nel ciclo celebrativo e nell’arco del solo centenario, occorre offrire alle nuove generazioni lo straordinario esempio di chi, fra i 17 e i 24 anni, fondò tre riviste: Energie Nove, La Rivoluzione Liberale e Il Baretti. In più, mise in piedi una casa editrice “militante”, legata alla battaglia contro il fascismo visto come «autobiografia del fascismo», da combattere anche sradicando antichi vizi del costume italiano. E fu un instancabile saggista, fra storia e teoria politica.
Lo scrittore Paolo Di Paolo - che nel novembre 2025 ha pubblicato per le edizioni Solferino il saggio “Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente” e già autore di tanti testi per giovani e ragazzi - ha riscontrato in occasione degli incontri pubblici all’interno delle scuole, nei confronti della figura di Gobetti «una immedesimazione che spinge a interrogarsi su cosa significa essere giovani in un certo tempo, quale possa essere lo spazio di impegno, in una sorta di confronto che consenta di scoprire ciò che riguarda personalmente». Il tutto partendo «da una biografia così intensa e prodigiosa, segnata, nello spazio della giovinezza, dall’attivismo intellettuale di una persona che cominciò a muoversi nella cultura da autodidatta a diciassette anni».
Un interesse per il giovane rivoluzionario liberale viene avvertito nell’ambiente universitario torinese dallo storico Paolo Soddu, che nel proprio corso di Storia dei partiti e dei movimenti politici, ha incontrato «tante persone attratte dal pensiero dell’intransigente antifascista e ispirate dall’esempio di un giovane saggio, come viene considerato dalle ultime generazioni il liberale rivoluzionario». L’elemento della saggezza, che prevale in questa più recente lettura, va ad aggiungersi a quello, più legato agli anni Sessanta e Settanta, di Gobetti quasi antesignano della contestazione studentesca, «per la centralità», sottolinea Soddu, «che nel Sessantotto ha avuto l’esaltazione del conflitto, come manifestazione compiuta di tutte le espressioni della società, e che il giovane torinese aveva interpretato in chiave liberale». Fino al punto - avverte lo studioso - che «il Gobetti presente nella stagione della contestazione era paradossalmente quello di ispirazione einaudiana, senza che i protagonisti di quelgli anni ne fossero consapevoli».
Negli anni Cinquanta l’insegnamento gobettiano era stato utile per saldare liberalismo e antifascismo, secondo la testimonianza di Massimo Teodori che, allora molto giovane, provenendo dalla sinistra del Pli, partecipò nel 1955 alla fondazione del Partito radicale, e di quella forza politica più in là nel tempo sarà anche un battagliero deputato. «Nell’immediato dopoguerra», ricorda lo storico e saggista, «dichiararsi liberale si prestava a un equivoco, poiché c’era sempre il rischio che non si capisse da che parte si stava, rispetto al giudizio storico e politico sul fascismo. Riferirsi a Gobetti significava identificarsi con chi immediatamente ed esplicitamente - attraverso iniziative politiche, editoriali e pubblicistiche non indirizzate all’attendismo - aveva partecipato al primo, ristretto gruppo di opposizione al fascismo per poi essere perseguitato e costretto ad abbandonare l’Italia».
Ripercorrendo gli anni della giovinezza, Teodori ricorda di aver collocato, all’età di sedici anni, proprio una frase di Gobetti in calce al proprio manifesto di adesione all’Associazione per la Libertà della Cultura di Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, nell’ambito del circolo che egli fondò a Ascoli Piceno: «Non è morale chi è indifferente: l’onestà consiste nell’avere idee e crederci, farne centro e scopo di se stessi».
La frase di Gobetti è illuminante anche per un’attualità che si rinnova nel tempo. Il monito contro le insidie dell’indifferenza ha attraversato tante generazioni nell’arco di un secolo. Quella «prodigiosa giovinezza», come la definì Norberto Bobbio, ha ancora tanto da trasmettere.
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