Cultura
4 marzo, 2026Articoli correlati
L’appassionante vicenda di Leon Goldensohn, lo psichiatra ebreo che durante il processo visitò i gerarchi nazisti. E ascoltò le loro aberranti giustificazioni. I suoi taccuini ora in un libro
L’idea di processare nella città simbolo Norimberga alcuni dei criminali che avevano attivamente partecipato all’attuazione dell’apocalittica Shoah fu molto travagliata. E fu strano che delle quattro imputazioni formulate dal Tribunale militare internazionale nessuna esplicitasse come vittime gli ebrei.
La decisione di preferire una procedura giudiziaria accantonando sparse, difformi e sommarie esecuzioni prevalse, dopo titubanze e incertezze. Ventiquattro furono gli imputati. Dopo due suicidi si ridussero a ventidue. Dodici i condannati all’impiccagione (16 ottobre 1946), tranne Martin Bormann, segretario di Hitler in contumacia, e Hermann Göring, suicidatosi prima dell’impiccagione.
Uno dei neurologi impegnati nel tentare una spiegazione fu Leon Goldensohn (1911-1961), psichiatra newyorkese, figlio di ebrei immigrati dalla Lituania. Mise piede nella città tedesca nel gennaio 1946, quando i procedimenti erano già cominciati da sei settimane. La sua morte, a cinquant’anni, gli impedì di ricavare un libro dalla sua esperienza. I taccuini con gli appunti delle sue visite in carcere rimasero dimenticati finché non furono scoperti dallo storico Robert Gellately, curatore del libro che Goldensohn aveva forse in animo di scrivere. Il vantaggio di questo testo (Leon Goldensohn, “I taccuini di Norimberga”, traduzione di Piero Budinich, a cura di Robert Gellately, I Colibrì, pp. 656, € 28, Neri Pozza) sta nel fatto che offre la trascrizione dei colloqui nel loro andamento di confessioni captate via via direttamente dalla voce degli interpellati. L’argomentazione che gli imputati usarono – prevedibile, scontata, vile – fu che non erano a conoscenza di quanto stava accadendo nei campi di sterminio. L’adesione al Partito nazionalsocialista delle origini non contemplava un obiettivo, sostennero i più, così totale.
Hans Frank, governatore generale della Polonia, dichiara a G. che «il passo criminale di sterminare fisicamente gli ebrei fu intrapreso da Hitler durante la guerra» e di avere «la sensazione che dietro questo vi siano stati Bormann, Goebbels e Himmler». Lo scarico della responsabilità massima del piano del diabolico trio fu pressoché generale. E l’altra giustificazione fu che la severa linea punitiva contro i tedeschi dettata dal trattato di Versailles aveva ridotto in miseria la popolazione, ma sembrò a parecchi insufficiente. Frank, nella confessione resa il 5 marzo 1946, crede «nel potere del destino»: tutti i mortali sottostanno «alle leggi cosmiche dell’universo». Quanto alle relazioni internazionali non ha dubbi: «L’Europa non è niente: si tratta solo di vedere che cosa decideranno di farne i russi e gli americani».
Walther Funk, ministro dell’Economia condannato all’ergastolo se n’uscì con il ritornello sull’obbligata disciplina: «Ero soltanto una pedina e non avevo idea di ciò che stava succedendo». Una visione moderna, delineata da un’analisi sociologica che inquadra la cieca obbedienza a un’invasiva e ipnotizzante propaganda, è abbozzata da Hans Fritzsche, fidato collaboratore di Goebbels. Secondo lui «il primo passo verso l’inferno» fu la proprio la propaganda, diffusa ad arte «richiamando l’attenzione della gente su qualcosa e distogliendola da qualcos’altro». Goldensohn sorprende nella cella Joachim von Ribbentrop indaffarato a scartabellare le carte processuali. Lo sonda sull’incontro a Mosca con Stalin e Molotov che avrebbe partorito il patto di non aggressione tedesco-sovietico siglato il 23 agosto 1939. Considerò Molotov «molto competente e intelligente».
A Stalin attribuiva le stesse qualità di Hitler: teneva in pugno il popolo con analoghi mezzi, con le sadiche accortezze tipiche di ogni regime dittatoriale. Ogni ministro o caposettore era informato di ciò che riguardava i suoi compiti. E le mosse di chi disponeva di un comando assoluto erano tenute segrete fino alla loro esecuzione. La responsabilità si frantumava così in tanti rivoli quante erano le missioni da assolvere. Il ministro degli esteri era all’oscuro dei problemi militari. Tra i testimoni spicca la voce di Oswald Pohl, processato da un tribunale americano e giustiziato nel giugno 1951. Lui che era stato il responsabile amministrativo delle SS allontanò da sé ogni responsabilità : «Ora sto cominciando a pensare che la responsabilità di quanto è successo sia tutta di Himmler e della Gestapo».
Queste centinaia di pagine sono una fonte eccezionale per penetrare nella soggettività della Endlösung. Tranne Hess «gli imputati erano tutt’altro che malati di mente», conclude Goldensohn, ed «erano stati in grado di intendere e di volere per tutto il corso dello loro carriera». Erano perlopiù buoni padri di famiglia e avevano ricevuto un’istruzione di alto livello. Scrivendo del processo di Gerusalemme a Eichmann (1961-2) Hannah Arendt sentenziò: «Questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica – come già fu detto a Norimberga dagli imputati e dai loro patroni – che questo nuovo tipo di criminale, realmente “hostis generis humani”, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male». A gelarci fu – è? – la banalità del male.
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