Cultura
9 marzo, 2026Riservato e malinconico, il cantautore non fa concerti ma il suo film poema “Una lunghissima ombra” spopola in Italia e in Francia. Dove ha vinto l’ambito Premio César: "Sanremo? Mi sono arrivati diversi inviti ma non mi interessa andarci. Ognuno è libero di vivere il proprio mestiere come vuole"
Una musica fuori dal tempo, verrebbe da dire dopo un ascolto superficiale. In realtà i brani di Andrea Laszlo De Simone, quarant’anni appena compiuti e quattro album all’attivo, rievocano la migliore stagione della canzone d’autore, carichi di riferimenti sotterranei ma precisi. Con i suoi baffi e capelli folti alla Frank Zappa a confondere le acque, la voce ipnotica e malinconica, il cantautore autodidatta torinese si fa strada tra melodie intriganti e suoni contemporanei.
Se canzoni come “Fiore mio” e “Vivo” lo hanno fatto conoscere al pubblico, il picco della sua produzione è “Immensità” (2019) prodotto da 42 Records, grande fucina di talenti indie (tra gli altri I Cani, Cosmo, Colapesce). Una suite musicale avvolgente, venticinque minuti fatti di sogni, echi lontani, frammenti psichedelici che affiorano e parlano al nostro inconscio, alla memoria rimossa. Non potrebbe essere altrimenti per uno come lui, che ha scelto di non fare concerti e apparire il meno possibile in un tempo in cui tutti sgomitano per conquistare palazzetti e visibilità. Note che sembrano concepite per mescolarsi alle immagini in movimento: dopo aver vinto, primo italiano, il prestigioso Premio César per la migliore musica originale del film “Le Règne animal” di Thomas Cailley, di recente è uscito il suo “Una lunghissima ombra”, progetto composto da un disco e un film-poema visivo proiettato in Italia e all’estero, sempre tutto esaurito. Tra le prossime proiezioni in sala: il 10, l’11 e il 12 marzo a Parigi, il 18 marzo a Modena e il 2 aprile a Perugia, per poi tornare in Francia, dove il cantautore è apprezzato almeno quanto in Italia. Dall’album è nata anche una serie di riletture creative, da parte di artiste e artisti internazionali, a cominciare da “No es real”, il brano con cui l’artista guatemalteca Mabe Fratti rilegge e reinventa la canzone “Non è reale”. Il prossimo rework sarà firmato dall’artista francese Malik Djoudi.
Andrea Laszlo De Simone, nel film cos’è l’ombra?
«Ci tengo a precisare che non l’ho mai considerato un film. È un’opera sui pensieri intrusivi, costantemente presenti dentro di noi anche quando stiamo pensando ad altro, che finiscono per proiettare lunghe ombre sulla nostra esistenza. Ma non era previsto che andasse al cinema».
Non sempre si tratta di proiezioni normali, talvolta sono esperienze in una cupola geodetica. Le prossime a Pordenone, il 18 e il 19 aprile, e a Aix En Provence, in Francia, il 25 maggio. In cosa consistono?
«Viste le tante richieste l’esperimento della bolla immersiva sarà ripetuto. In pratica si tratta di un ascolto spazializzato dell’album, accompagnato dalla proiezione di 17 inquadrature fisse sulla realtà. È un’esperienza per poche persone per volta, dieci o dodici: consiste nell’ascoltare l’album con l’audio spazializzato accompagnati dalle immagini».
In che relazione pone musica e immagini?
«Le ho filtrate in maniera quasi inscindibile. Da bambino mio padre e mia madre mi hanno fatto vedere tantissime pellicole neorealiste e della Nouvelle Vague, soprattutto Truffaut e Godard: “Il sorpasso”, “Fino all’ultimo respiro”, “I 400 colpi”. Mi dicevano: “Guarda, questo film è bellissimo”. Ogni volta che ci cascavo, mi arrabbiavo tanto. Me lo godevo, poi arrivavano i finali atroci, storie che non si risolvevano o terminavano nel peggiore dei modi. I miei genitori avevano ragione: l’arte deve insegnare l’empatia. Non è intrattenimento: sono due mestieri completamente diversi».
“La notte” è uno dei brani che hanno anticipato l’ultimo disco. “Cela i ladri, e cela anche un fiore”. Cos’è per lei?
«Un momento magnifico. Di notte mi sento completamente libero: so che tutti dormono, nessuno ha bisogno di me, sono libero dal vincolo empatico con gli altri. Tutti noi abbiamo due volti: sono un potenziale assassino ma anche una brava persona; sono una merda, ma anche gentile. Di notte riesco a esplorare presente, passato, nostalgie, senza rimpianti perché non mi appartengono. La notte è godere con gioia della malinconia».
Malgrado il successo non sale sul palco da quattro anni. Perché ha abbandonato i live? Sembra l’adagio morettiano «mi si nota di più»…
«(Ride) Macché, è una questione caratteriale: non mi piace stare al centro dell’attenzione, non festeggio neanche il compleanno. Ho sempre suonato per divertimento ma quando è diventata una cosa seria mi sono sentito inadeguato. Per qualche anno mi sono divertito, ero molto giovane. Poi sono venuti i due bambini, ho pensato che hanno il diritto di crescere senza un padre ingombrante. Ma sarebbe scorretto dire che l’ho fatto solo per loro».
Cosa la spaventa del successo?
«Penso a Francesco Totti, che racconta come non possa camminare in città da una trentina d’anni. Questo ti fa capire abbastanza presto che la smania sociale dell’essere e dell’esistere è un’induzione, non una riflessione attenta. Ma una cosa è certa: se avessi un superpotere sarebbe il mantello dell’invisibilità».
Perché cita proprio Totti?
«Ho una profonda stima, anche umana, nei suoi confronti. Di lui adoro il fatto che non è un circense. Trovo spettacolare il suo gesto funzionale, estremamente elegante. Riesce a fare cose complesse in modo semplice e diretto. È un esempio».
Il calcio era il suo piano b alternativo alla musica?
«No. Lo spettro era ampio, dal clochard a qualsiasi cosa, tirando a campare. Non sono una persona particolarmente ambiziosa: sono curioso, contento di esistere, ma non ho mai avuto una relazione così stretta con la società. Quando ero molto piccolo volevo fare l’inventore».
Il Festival di Sanremo si è appena concluso. Ci andrebbe?
«In questi anni mi sono arrivati diversi inviti, ma non mi interessa andarci. Ognuno ha il diritto di vivere il proprio mestiere come vuole. Se fossi nato per fare il personaggio tv non mi farei problemi a partecipare a un contesto di costume come quello».
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