Economia
2 luglio, 2014

Così il petrolio impoverisce la Nigeria e fa prosperare gli estremismi

Le strade della città di Jos dopo l'esplosione di una bomba
Le strade della città di Jos dopo l'esplosione di una bomba

Se Boko Haram e le ragazze rapite hanno portato Il Paese in cima alle news di mezzo mondo, l’instabilità ha radici più profonde e viene da una politica energetica spietata. A farne le spese i nigeriani ma anche l’Europa. E il terrorismo ci guadagna

Le strade della città di Jos dopo l'esplosione di una bomba
Tra l’hashtag #Bringbackourgirls, l’intervento di Obama e le notizie di continui attentati sempre in prima pagina, l’instabilità nigeriana a seguito delle azioni di Boko Haram è ormai sotto l’attenzione della stampa occidentale.

Non a torto, visto che, sulla base di un’indagine di National Geographic, il gruppo terroristico ha ucciso più di quattromila persone dal 2009. Il problema è che, a fronte di questi, c’è un totale di sedicimila morti violente: dodicimila tra altri attentati, pirateria e criminalità organizzata, uno sfondo di violenza generalizzata in Nigeria che fa da terreno fertile per il terrorismo di matrice islamica e che mette a repentaglio anche gli interessi europei e americani.

Al centro di questo, la risorsa più importante dello stato: il petrolio, e lo sfruttamento indiscriminato del governo nigeriano, delle compagnie petrolifere e dell’Europa.

Dati
La Nigeria in cifre
30/6/2014
Il paese è estremamente ricco in petrolio e gas, essendo il primo produttore di petrolio africano e il dodicesimo al mondo. Produce oltre due milioni e trecentomila barili al giorno, quasi il consumo giornaliero della Germania (due milioni e quattrocentomila), che coprono il 95% delle esportazioni del paese e il 65% del bilancio nazionale. Cifre notevoli, se si pensa che la Nigeria ha da poco sorpassato il Sud Africa, diventando la più grande economia africana.

Prosperità però non sempre significa stabilità. Sin dalle prime esplorazioni petrolifere degli anni ’60, il paese è infatti al centro di uno sfruttamento indiscriminato che lo ha reso vittima di quello che è probabilmente il più grande disastro ambientale della storia. In Nigeria l’UNDP stima sversamenti per oltre tre milioni di barili solo nel periodo 1976-2001, di cui il 70% non è stato recuperato, con oltre seimila tra esplosioni, sabotaggi o malfunzionamenti degli oleodotti. Il petrolio ha invaso oltre trentaseimila km2 di foresta vergine, mangrovie e corsi d’acqua, rendendo impossibili agricoltura, pesca e allevamento nel delta del Niger, una regione conosciuta per la sua fertilità.

L’agricoltura tuttora impiega il 90% della popolazione nigeriana e fornisce il 45% del suo GDP. Il gas flaring, ossia la combustione del gas naturale derivato dall’estrazione del petrolio, provoca piogge acide che, insieme ai sedimenti di petrolio, aumentano ulteriormente la sterilità del terreno e minano la salute della popolazione. Tutto questo in una regione che ospita più di trentuno milioni di persone, e dove l’aspettativa di vita maschile è, secondo la World Health Organisation, quarantacinque anni per gli uomini.

Per trovare i colpevoli basta leggere il sito della U.S. Energy Information Administration: Shell, ExxonMobil, Chevron, Total e ENI, sono gli storici attori nella geopolitica dell’energia nigeriana. A loro prima di tutti la colpa del disastro ambientale, a causa di oleodotti progettati in maniera non adeguata al territorio, manutenzione scarsa, sostituzione delle vecchie infrastrutture praticamente nulla, una mancanza totale di standard internazionali nell’estrazione, attività di esplorazione invasive e condotte senza attenzione alla distribuzione della popolazione sul territorio e con la connivenza di un governo tra i trenta più corrotti al mondo. Una situazione per cui solo ENI ha fatto passi avanti, con una serie di misure quali la riduzione del 73% del gas flaring, investimenti adeguati in infrastrutture e documentazione degli episodi di sabotaggio.

Un disastro ambientale aggravato dal land grabbing, la sottrazione di terre per le attività di estrazione, la frammentazione etnica e l’inequità sociale, incrementata questa dalla difficile divisione delle magre compensazioni concesse dalle compagnie petrolifere. Come risultato, in un paese che, secondo la World Bank è cresciuto del 7,4% annuo negli ultimi dieci anni, il 63% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Nella Nigeria ricca di energia, il consumo medio di elettricità pro capite è 149 KWh. In Italia ne consumiamo quasi 5400.

Oil, blood and fire, sono le parole che un professore nigeriano cita per descrivere la reazione della popolazione nigeriana a questo disastro. Parole che risalgono al 1995, sette anni prima che Mohammed Yusuf fondasse Boko Haram nel nord del paese. Le violenze e gli attacchi che iniziano negli anni ’90 e che continuano tuttora fanno impallidire le azioni dei jihadisti per l’impatto sul paese.

La cronologia che il Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali (CDCA) compila sulla Nigeria mostra vent’anni di anarchia e guerra civile che coinvolgono il governo, le compagnie petrolifere, con i loro servizi di sicurezza, e i movimenti armati, riuniti prima nel Niger Delta People Volunteer Force (NDPVF).

Il più attivo negli ultimi anni però è il Movement for the Emancipation of the Niger Delta (MEND), un gruppo eterogeneo e dalla composizione poco chiara: ufficialmente, un’organizzazione unita e con l’obiettivo di emancipare la regione dallo sfruttamento delle compagnie petrolifere, per altri una copertura per vari gruppi armati, spesso gli stessi che gestiscono il furto di petrolio e le raffinerie clandestine che costellano la regione e di cui nessuno, nemmeno il governo nigeriano, ha una stima precisa.

Rapimenti, sabotaggi e attentati i loro strumenti, con un’occhio alla pirateria. Oltre 200 ostaggi stranieri sono stati rapiti dal 2006 al 2012. Comuni sono le esplosioni in piattaforme petrolifere e oleodotti ma anche in hotel e nella parata del 2010 per il cinquantenario dell’indipendenza, che causò dodici morti e arrivò vicina al presidente Goodluck Jonathan.

Infine, incalcolabili sono i sabotaggi alle infrastrutture petrolifere, anche a causa delle compagnie che usano il MEND come scusante per la carenza di manutenzione. Shell, ad esempio, afferma che il 98% delle esplosioni sia causato da sabotaggio o furto di petrolio. Infine, 17 atti di pirateria sono stati rivendicati dal MEND solo nel 2013, decine negli anni precedenti e ai danni di navi di qualsiasi nazionalità, dalla Malesia all’Italia. Un quadro preoccupante, ma decisamente poco conosciuto.

Per quale motivo tutto questo dovrebbe interessarci? Tre le ragioni, e decisamente significative. La prima è che Boko Haram prospera nel caos. Dall’Iraq all’Afghanistan, gli estremisti sono più forti tanto più debole è lo stato centrale che li affronta. Nel caso della Nigeria, un governo che potenzialmente potrebbe affrontare i gruppi fondamentalisti del nord, viene indebolito dalla lotta continua che deve sostenere nel Delta del Niger. Inoltre, la connivenza con le compagnie petrolifere e la corruzione diffusa del governo lo delegittima, mostrando quindi il fianco a chi vorrebbe fondare uno stato indipendente, islamico, nel nord del paese. Infine, non è un caso che le rivendicazioni per recenti e futuri attacchi del MEND del gennaio 2014 siano stati seguite, solo un mese dopo, dalle dichiarazioni dei membri di Boko Haram di voler colpire le regioni della Nigeria produttrici di olio. I fondamentalisti sanno che lì possono colpire forte il cuore del paese, e mettere in ginocchio un governo già piegato dalla ripresa delle ostilità con il MEND.

Il secondo punto è che l’immunità delle compagnie non potrà durare per sempre. Già nel 2012 Shell è stata condannata da un tribunale inglese in via definitiva per due grandi sversamenti avvenuti nel 2008. Per la prima volta , è stata riconosciuta la responsabilità collegata ai danni da furto di petrolio o sabotaggio, rendendo non valida la scusante più utilizzata dalle compagnie per giustificare gli sversamenti. ONG come Environmental Rights Action premono per la definizione di standard internazionale obbligatori, e l’opinione pubblica internazionale è sempre più consapevole nei confronti di quello che è il quarto esportatore di petrolio per l’Europa dopo Russia, Norvegia e Arabia Saudita.

Il terzo punto riguarda proprio la sostenibilità della politica energetica europea. In una UE le cui parole chiave sono sicurezza energetica e diversificazione delle importazioni, un’attitudine come quella di Shell in Nigeria non è più accettabile. Non è né un ragionamento etico né ambientalista a suggerire questo: in primis, si tratta di convenienza economica per il bene di cui l’Europa ha più bisogno, cioè l’energia. E’ l’instabilità politica causata dall’impunità e la sconsideratezza delle compagnie energetiche che ha provocato il drastico declino della produzione petrolifera nigeriana dal 2005, diminuita di un quinto in pochi anni.

La correlazione è diretta: a fronte dei cessate il fuoco del 2009 e 2010 la produzione stava riprendendo, per poi crollare di nuovo a fronte del riprendere delle violenze. Non è più accettabile una politica energetica in cui tanto gli Stati Membri che la Commissione Europea chiudano un occhio di fronte ai crimini commessi dalle proprie compagnie petrolifere. Semplicemente, non è più conveniente.

Spostare le attività sulle piattaforme petrolifere, mandare missioni militari per ridurre il rischio di pirateria, far fronte ad assicurazioni sempre più gravose ha un costo notevole per le compagnie petrolifere, che viene infine accollato ai consumatori europei.

Ancora una volta, non si può pensare di fare politica internazionale e tenere separata la questione dell’energia come una faccenda riservata alle compagnie petrolifere, loro colpa e responsabilità. Non si può sperare di combattere Boko Haram, che ora rischia di colpire anche il Camerun, fornendogli terreno fertile in casa. Non si può fare una politica energetica europea che ci renda indipendenti dalla Russia, fomentando il caos in quello che potrebbe essere il nostro secondo fornitore di gas.

L’unico risultato sarà altrimenti quello promesso dal MEND nel 2006: “Deve essere chiaro che il governo nigeriano non può proteggere i vostri lavoratori o beni. Lasciate la nostra terra finché potete o moriteci. […] Il nostro obiettivo è di distruggere totalmente la capacità del governo nigeriano di esportare petrolio”.

L'edicola

Voglia di nucleare - Cosa c'è nel nuovo numero dell'Espresso

Il settimanale, da venerdì 28 marzo, è disponibile in edicola e in app