Economia
14 novembre, 2016

Quanto vale il cibo etnico

Tassi di crescita fino al 10 per cento per i maggiori importatori e un giro di affari che solo per la grande distribuzione supera i 160 milioni di euro. Così alghe cinesi, salsa di soia e cola alla ciliegia non sentono la crisi

Importando cibo etnico in Italia si fanno i soldi. Quelli veri. Basta saperci fare. Una mappatura ufficiale del settore non esiste, ma una cosa è chiara: negli ultimi anni la domanda di questi prodotti è esplosa e la crisi non si è vista.

Quasi tutti i maggiori importatori, infatti, crescono almeno del 5-10 per cento l’anno. E gli affari vanno ancora meglio a chi si concentra su bevande e cibi esotici da vendere più agli italiani che agli stranieri che vivono nel nostro Paese. Prendendo in considerazione solo il cibo etnico che passa per la grande distribuzione organizzata (Gdo), nel 2015 il fatturato ha raggiunto quota 160 milioni di euro, quasi il doppio del 2007 e in aumento del 18,6 per cento rispetto ad appena un anno prima (elaborazione Rapporto Coop 2015 su dati Nielsen).

Per farcela, però, non ci si può mai sedere. «Il nostro punto di forza è la ricerca continua di novità, tanto che arriviamo a testare oltre 700 prodotti l’anno: bisogna trovare sempre la nicchia della nicchia, per avere un margine di guadagno maggiore». A dirlo è Federico Peruzzi, responsabile marketing di Uniontrade, una Srl di Peschiera Borromeo (Milano) tra le più grandi e antiche di questo mercato. La società ha un fatturato annuo di oltre 50 milioni di euro, una cifra cresciuta del 13 per cento nel 2015 e che dovrebbe salire di un altro 10 per cento nel 2016.



La storia di Uniontrade è legata a quella della famiglia cinese Sun, che una quarantina d’anni fa ha aperto uno dei primi ristoranti cinesi di Milano per allargare poi i propri affari all’importazione di cibo da tutto il mondo. Per dirne una, i Sun sono stati tra quelli che hanno introdotto nel nostro mercato le alghe giapponesi. La Srl di Peschiera oggi importa alimenti anche da America Latina, Africa e Stati Uniti. Anche se l’Asia – con prodotti quali riso, alghe, salsa di soia, aceto di riso – continua a essere al centro del loro business (gli alimentari nipponici pesano per circa il 43 per cento delle vendite).

Uniontrade vende a ristoranti, supermercati etnici e, in misura minore, alla Gdo. E secondo Peruzzi si tratta di un mercato «ancora con molte potenzialità». Ma bisogna starci attenti. «C’è sicuramente una grossa crescita della ristorazione, mentre i negozi specializzati hanno già raggiunto il loro picco». Inoltre la concorrenza è molto agguerrita e su alcuni prodotti «la battaglia è sui centesimi di margine». E poi ci sono le difficoltà specifiche di questo commercio: tante normative, i container a volte bloccati in porto per troppo tempo, la fluttuazione della valuta ed eventi imprevedibili, climatici e politici, che ne aumentano la complessità.



Le possibilità di guadagno, comunque, continuano a esserci. Eccome. Come confermano i dati di Eurofood, un gruppo di Corsico (Milano) da 180 milioni di euro (circa 35 milioni nella divisione etnico e salse straniere, il resto suddiviso tra i settori salutistica, cibo fresco, dolciario). «La nostra crescita è del 12-14 per cento l’anno e in questi primi mesi del 2016 viaggiamo a più 15 per cento, con le vendite di alcuni prodotti orientali, come i noodles della Nissin, che aumentano anche del 35 per cento», dice la direttrice del marketing, Rossella Guidobono.

Eurofood rifornisce la Gdo, ma anche cash and carry, grossisti, negozi e ristoranti con prodotti importati da tutto il mondo. «Quello che sta trainando tutto è l’orientale, in primis i noodles, ma anche la salsa di soia e altri prodotti giapponesi e thailandesi», dice ancora Guidobono. Ma il mercato continua a cambiare. «Bisogna andare in giro per il mondo, fiutare i trend del momento e cavalcarli», sostiene la direttrice marketing. Che ricorda come il fondatore della società, Bruno Boerci, abbia aperto la strada al cibo messicano quando ancora era sconosciuto in Italia, per passare poi al mondo orientale e al Maghreb.

L’Expo pare aver dato una bella spinta al settore. «Ci ha aiutato perché ha sdoganato l’etnico, che prima era visto spesso come cibo-spazzatura, mentre ora è diventato una valida alternativa per cenare fuori o per cucinare qualcosa che spezzi la routine domestica». Secondo la Guidobono «i consumi cresceranno ancora». Ed è proprio per questo che la direttrice spera che le catene della grande distribuzione decidano di ingrandire gli scaffali dedicati all’etnico.



A lavorare parecchio con la Gdo c’è anche Plaza Latina, una Srl di Settimo Milanese che è tra i maggiori importatori di cibo etnico da Brasile, Cuba, Venezuela e Argentina ed è in rapida crescita per quanto riguarda i prodotti indiani, ucraini e romeni. La società vende per il 50 per cento circa alla grande distribuzione, per il 45 a ristoranti, grossisti di bevande e minimarket etnici e il resto via web.

Il fatturato di Plaza Latina è più piccolo rispetto a Uniontrade ed Eurofood (3 milioni di euro circa), ma in termini percentuali la crescita è vertiginosa. Nata nel 2002, la società si sta ingrandendo al ritmo di circa il 15 per cento l’anno e nel 2016 il giro d’affari dovrebbe crescere di un altro 30 per cento.

L’amministratore unico, Vittorio Civitelli, ricorda ancora il momento in cui ha deciso di investire nel settore. «Un giorno di una quindicina di anni fa, quando lavoravo come dirigente della Heineken, ho preso la 90/91 (un filobus di Milano, ndr) e mi sono accorto di essere circondato da immigrati e così ho pensato che potessero rappresentare i nuovi consumatori». Pensato e realizzato: Civitelli ha condotto un’analisi di mercato e alla fine si è licenziato dalla Heineken per entrare nell’import di cibo etnico. «All’inizio mi davano tutti del pazzo, ma mi accorgo di essere stato un pioniere in un settore che è ancora in forte crescita».



Da allora l’amministratore racconta di avere venduto sia prodotti "etnici" agli immigrati che cercano i sapori del proprio paese, sia alimenti "esotici", destinati agli italiani che cercano nuovi sapori o col desiderio di ritrovare cibi e bevande conosciuti nel corso di viaggi. «La cosa importante è accorgersi che il mondo cambia di continuo: oggi, per esempio, ci sono sempre più badanti dell’Ucraina e ci sono anche tanti immigrati che comprano su internet», dice Civitelli. Anche se poi l’Italia non è tutta uguale: Plaza Latina vende circa il 65 per cento delle proprie merci al Nord, il 25 al Centro e il resto al Sud.

La Demar Alimentari di Milano ha trovato «una nicchia nella nicchia», come la definisce Emilio Ruspi, responsabile vendite e comproprietario. La società esiste dal 1994 e da allora continua a crescere tra il 7 e il 10 per cento l’anno, periodo di crisi compresa (quest’anno il fatturato è di circa 4 milioni). «Importiamo soprattutto da Grecia, Libano, Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia e cerchiamo di scovare quei prodotti che le comunità di riferimento usano abitualmente e che di solito non si trovano da noi». Insomma, è una caccia al cliente, che passa per la classica Gdo e le drogherie internazionali, ma anche per le forniture navali. «Nella stagione estiva, per esempio, lavoriamo molto con gli yatch e con le zone turistiche dove ci sono tanti americani e inglesi, come la Costa Amalfitana», spiega Ruspi. I prodotti che vanno di più sono le bevande all’aloe, i vini della Grecia o la Coca Cola alla ciliegia. «La cosa più importante è aggiornare continuamente l’offerta, scovare altre nicchie e cercare di arrivare per primi sui nuovi prodotti».

In qualche caso l’etnico ha permesso ad aziende alimentari di tenere botta durante la crisi. Come la Gm Grandi Marche di Padova, che registra in questo settore la metà del suo giro d’affari, circa 5 milioni di euro in tutto. «Il valore del cibo etnico per la nostra società cresce da qualche anno del 10-15 per cento e durante la crisi, quando il comparto tradizionale ha subito un calo di consumi, questa nicchia ci ha aiutato a sostenere le vendite», spiega l’amministratore delegato Manuel Maistro. La Gm Grandi Marche è focalizzata nell’import di specialità rivolte per lo più a italiani, mentre non vende ai minimarket etnici. Negli ultimi anni, inoltre, ha sviluppato anche il comparto romeno. E per il futuro c’è ottimismo. «Più andremo avanti, più ci sarà la voglia di sperimentare qualcosa di diverso e la curiosità di evadere dal quotidiano con questa tipologia di consumi», conclude Maistro.

Chi ha fatto più fatica negli ultimi tempi, invece, sono gli importatori che vendono soprattutto a negozi e supermercati etnici. Come la Land&Ocean di Castenedolo (Brescia), che importa per lo più da Africa e Asia e ha oltre mille prodotti in catalogo. Davide Wang, responsabile degli acquisti esteri di origine cinese e figlio del fondatore, Shao Hou Wang, ammette che «la crisi si è sentita, visto che ha colpito i negozi e i supermercati nostri clienti, e così negli ultimi due o tre anni siamo rimasti stabili, senza crescere né diminuire». Oggi il business della Land&Ocean vale circa 8,3 milioni e dovrebbe mantenersi su questi livelli anche nel 2016. «Per noi è importante avere una gamma completa di prodotti, ma i marchi storici sono sempre quelli e i nostri consumatori non sono molto inclini a cambiare brand», spiega Wang. In questo caso, «ciò che importa davvero è avere prezzi accessibili, visto che sono prodotti di largo consumo di fascia medio-bassa».

Ad avere registrato un calo importante c’è la Pham Import Export di San Zeno Naviglio (Brescia). La legale rappresentante, Roseline So, spiega che la società importa cibo che vende soprattutto a stranieri in Italia, di solito africani, asiatici o sudamericani, che hanno subito pesantemente la crisi. «Fino allo scorso anno eravamo molto in difficoltà, con perdite anche del 20-30 per cento», dice Roseline So. Quest’anno, invece, le cose dovrebbero tornare ad andare bene, il fatturato si è stabilizzato a circa 8 milioni di euro e la società ha deciso di aprire un altro supermercato, il quarto, che venderà direttamente al dettaglio, così da ridurre i problemi legati alla riscossione dei pagamenti dilazionati.

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